desiderio d'amare - Alice e Jasper

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desiderio d'amare - Alice e Jasper

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Ven Lug 31, 2009 7:16 pm

questo è un continuo della fan fict di desiderio d'amare ma da parte di Jasper ed Alice
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1)JASPER WHITLOCK

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Ven Lug 31, 2009 7:46 pm

Avevo vissuto la mia vita meglio che potevo. Ero stato un uomo retto e giusto, avevo fatto sempre tutto nel migliore dei modi, senza scatenare pettegolezzi molesti e senza fare mai niente che la società in cui vivevo avrebbe giudicato sconveniente. Non immaginavo certo che una piccola ventenne piena di energie e libera come il vento mi avrebbe sconvolto l’esistenza.

Con grande delusione di mia madre, che sognava una nuora da indottrinare ai valori della famiglia Whitlock e dei nipotini da accudire, non mi ero mai sposato. Nessuna donna mi aveva mai attratto al punto da desiderare di creare una famiglia con lei; le donne che avevo conosciuto durante la mia giovinezza erano tremendamente superficiali e in me vedevano solo un ufficiale dell’esercito con la carriera in perenne ascesa, nonostante avessi fatto parte dell’esercito confederato e questo non giocasse a mio favore. Ero comunque riuscito, grazie al mio carattere e prendendo le decisioni giuste, a non cadere nell’abisso di tanti altri soldati. Il Sud in cui ero cresciuto era stato occupato dai vincitori del Nord, ma la cosa non mi toccava più di tanto, dato che la schiavitù non era mai stata una prerogativa della mia famiglia e che coloro che lavoravano nella nostra tenuta vivevano dignitosamente.

Avevo avuto le mie avventure con diverse donne, nessuna delle quali era pronta ad impegnarsi in una storia seria e tutte decise a nascondere i loro divertimenti notturni con uomini sempre diversi. Mi ero goduto la vita finchè avevo potuto, viaggiando e incontrando centinaia di persone. In quel periodo mi trovavo a New York per affari, la fortuna che avevo costruito non si sarebbe mantenuta da sola e non avevo eredi a cui donarla, così stavo facendo in modo di incontrare, in giro per il paese, persone che si occupassero dei più bisognosi. Uno di questi era un mio caro amico, conosciuto ai tempi della guerra, che mi aveva ospitato a casa sua e voleva portarmi a vedere una villa in periferia, sperando che la comprassi. Nel frattempo, aveva preso due biglietti per la prima di un balletto. Avevo accettato il suo invito con piacere, era da tempo che non andavo a vedere un balletto e l’idea di assistere a uno spettacolo in cui decine di ragazze nel pieno della loro bellezza si sarebbero mosse sul palco coperte da ben poca stoffa, era allettante. Ormai avevo ottant’anni, il ragazzo attraente che ero stato era sparito per lasciare il posto ad un anziano un po’ romantico e sognatore, dall’aspetto ancora gradevole e sicuramente più giovanile della sua reale età, ma comunque uno a cui le ragazze non si avvicinavano più volentieri come un tempo. Ormai attraevo solamente zitelle ultratrentenni alla disperata ricerca di un marito e di un’eredità.

-Allora, caro Jasper, sei pronto?-

-Non aspetto altro che il sipario si apra...- Io e il mio amico Andrew eravamo seduti sulle nostre poltroncine di velluto, in uno dei palchetti centrali del teatro, aspettando l’inizio della rappresentazione.

-Si dice che questa nuova prima ballerina sia eccezionale.-

-Come si chiama?- Inforcai gli occhiali e diedi una letta al libretto. -Mary Alice Brandon... È molto giovane. Non ha neanche vent’anni.-

-Staremo a vedere...-



Finalmente “Lo Schiaccianoci” cominciò. Vidi entrare la piccola Clara, protagonista del balletto, e il palcoscenico si riempì della sua presenza. La ragazza era piccola e graziosa, con un’eleganza innata e un sorriso abbagliante. Rimasi rapito da quella donna-bambina e non le staccai gli occhi di dosso per un attimo. Da ogni suo movimento trapelava la voglia e la passione di fare quello che stava facendo. Era uno spettacolo guardarla e ammirare l’amore e la passione che metteva nella sua interpretazione. Dovevo conoscerla e farle i miei complimenti. Mandai un valletto a comprare un mazzo di fiori: orchidee e rose rosa, così la vedevo. Grazia e passione, in un corpo delicato e appena sbocciato.

Aspettai che una donna chiedesse alla prima ballerina il permesso di presentarmi e complimentarmi di persona con lei. Dopo un tempo che mi parve infinito, finalmente mi portò dove si trovavano i camerini e mi indicò la ninfa che mi aveva rapito. Andai verso di lei sorridendo, i suoi occhi scuri erano fissi su di me e mi osservavano cercando di carpire ogni più piccolo dettaglio della mia figura.

-Mi ha fatto aspettare parecchio, signorina.-

Si scosse, come svegliata bruscamente da un bel sogno. -Mi scusi, signor...-

-Whitlock, Jasper Whitlock. La sua interpretazione mi ha molto colpito, signorina. Era tempo che non vedevo una Clara così appassionata.-

-La ringrazio. Sono contenta di esserle piaciuta.-

Le allungai il mazzo di fiori che avevo tra le braccia e lei fece per prenderlo, ma quando vidi le sue mani candide avvicinarsi non resistetti alla tentazione di accarezzare quella pelle morbida. Da gentiluomo del Sud quale ero, afferrai con dolcezza le sue dita e le portai alla bocca, facendo un lieve inchino. Aveva un odore buonissimo.

-Sono io a ringraziarla per il magnifico spettacolo. Spero di vederla danzare ancora.- Le lasciai il bouquet e andai via a malincuore, sapendo che Andrew mi aspettava all’uscita del teatro.

Non potei fare a meno di assistere allo spettacolo ogni sera, quella ragazza mi aveva stregato. Chiunque sapesse muoversi in quel modo per me era molto più che un semplice essere umano. Ogni volta le mandavo in camerino un mazzo di fiori, sperando che per lei quel gesto contasse qualcosa. Sapevo di non essere molto di compagnia per il mio amico, in quelle condizioni. Mi sentivo come un ragazzino alla sua prima cotta. Stavo impazzendo, Alice occupava ogni mio pensiero, non potevo continuare così, dovevo pararle, dovevo passare del tempo con lei. Probabilmente mi avrebbe visto come un patetico vecchio in cerca di compagnia e chissà cosa le avevano detto di me, dopo che ero andato a conoscerla. Decisi che l’avrei invitata a cena, in barba ad ogni principio morale, etico, sociale e chi più ne ha più ne metta. Mi recai in un atelier dove mi feci consigliare da una stilista per far confezionare, a tempo record, un abito adatto per quell’angelo che in punta di piedi mi era entrato nell’anima.

Aspettai impaziente che uscisse dal teatro, sperando che avrebbe accettato il mio invito. Quando la vidi arrivare mi sembrò più bella che mai; l’abito le fasciava alla perfezione il corpo snello e i colori tenui della stoffa le stavano benissimo. Aveva i lunghi capelli neri sciolti e leggermente arricciati, il viso poco truccato... Era di una bellezza disarmante.

-Buonasera, signorina Brandon.-

-Buonasera, signor Whitlock.-

Le offrii la mano e l’aiutai a salire sul calesse che ci avrebbe portati a cena. Poteva sembrarle un’usanza all’antica, vista la diffusione delle automobili, ma quello era il mio modo di essere, il modo in cui mi avevano insegnato a corteggiare le donne. Durante la cena non fece altro che parlare del suo lavoro e il suo ardore nel descrivermi le novità dell’ambiente della danza, me la fece adorare ancora di più. Com’era possibile provare sentimenti così forti per una persona praticamente sconosciuta? Oltretutto io non ero mai stato uno che si abbandonava a sentimentalismi di sorta. Ma mentre lei era di fronte a me, non desideravo altro che stringerla tra le braccia e baciare le sue labbra morbide e carnose. Dovevo togliermi quei pensieri dalla testa, non si addicevano a una persona come me, giunta quasi al termine della propria vita. E allora perché accanto a quella splendida ragazza mi sentivo più vivo che mai? La parte razionale di me era sparita, dando spazio a desideri che credevo di non possedere più. Stavo per perdermi in pensieri non proprio casti, quando la sua voce mi riportò alla realtà.

-Devo averla stancata, a furia di parlare di danza.-

-Si figuri. È sempre un piacere ascoltare una ragazza così appassionata per quello che fa.- Il suo viso divenne rosso e abbassò lo sguardo, improvvisamente attratta dal piatto vuoto che aveva di fronte. -La prego, non faccia così.- Le mie mani si mossero contro ogni mio volere a sfiorarle il mento. -Avevo intenzione di portarla ad una festa danzante, ma ho paura che si annoierebbe troppo con questo povero vecchio a farle compagnia. Perché non mi porta lei dove le piace divertirsi?-

-Con piacere, ma ad una condizione.- Un sorriso sensuale le si dipinse sul volto, facendo partire di nuovo la mia fantasia. Tutto per te, bimba, tutto...

-Qualsiasi cosa per lei.-

-Che ci diamo del tu.-

Sorrisi soddisfatto. Forse desideravamo le stesse cose. Forse anche lei non voleva altro che farsi stringere da me. O forse stavo immaginando tutto. Una ragazza così giovane, bella e appassionata non poteva davvero desiderare di vivere particolari momenti con un vecchio come me, che si trattasse di un casto abbraccio, fino ad arrivare a situazioni più intime.

Disse al cocchiere di portarci nuovamente al teatro e una volta lì mi trascinò nei suoi corridoi bui. Ci fermammo dopo aver salito degli scalini, non vedevo niente, ma credevo di sapere dove ci trovavamo.

-Aspettami qui, non scappare.- Scappare? Via da te? Non scherziamo. Accese le luci e compresi che le mie supposizioni erano esatte. Mi aveva portato sul palcoscenico.

-Cosa significa questo?-

-Sono una ballerina, Jasper. Questo è il mio mondo, è qui che mi diverto di più.-

Si tolse le scarpe e raccolse la seta del vestito incastrandola nella cintura del vestito e lasciando scoperte le gambe lisce e ben tornite, frutto di ore ed ore di allenamento. Si esibì in una diagonale di salti, mostrando tutta la sua leggerezza. Ai miei occhi era come se volasse. Raggiunsi il punto del palco dove sarebbe arrivata alla fine di quella diagonale di giri. Si fermò proprio di fronte a me. L’applaudii con foga. -Meravigliosa.-

Mi fece un piccolo inchino e poi si avvicinò pericolosamente al mio corpo. Ora che l’avevo così vicina, potevo notare per la prima volta quanto fosse piccola rispetto a me. Si alzò in punta di piedi per raggiungere il mio viso. Non riuscivo a credere a quello che voleva fare. Le sue labbra si poggiarono delicate sulle mie e cominciai a rispondere al suo bacio, per bloccarmi dopo un attimo di quella splendida follia. Perché lo stava facendo? Quali motivi la spingevano a volermi baciare? Da quel poco che avevo capito di lei, non mi sembrava il tipo da voler irretire un uomo per averne vantaggi, se mi aveva baciato era perché lo voleva almeno quanto me. Ma cosa avrei potuto offrirle io in cambio? Non sarebbe stata felice insieme a me; Alice aveva bisogno di qualcuno della sua età che potesse assecondare la sua voglia di vivere, non di una persona sul viale del tramonto. La scostai da me afferrandola per le spalle.

-Sei solo una bambina Alice, non è questo quello che vuoi.-

-Non sono più una bambina da un pezzo, ormai. E so perfettamente quello che voglio e come ottenerlo.- Il suo sguardo deciso e improvvisamente adulto mi fece crollare. Cos’altro c’è in te, piccolina? Le mie mani furono sui suoi fianchi e tra i suoi capelli profumati, le mie labbra cercarono le sue, febbrili. La volevo con tutto me stesso e lei si stava concedendo, lasciandomi libero di prenderla quando, e se, lo avessi desiderato. E io la desideravo, come non avevo mai desiderato nessuna donna. Sperai che il mio corpo non mi abbandonasse proprio in quel momento; lo tenevo sempre allenato, memore del soldato che ero stato, più per abitudine che per altro, col risultato che il mio fisico era ben diverso da quello degli altri uomini della mia età. Rispondere all’amore di una ventenne non sarebbe stato facile, ma se lei lo voleva, l’avrei accontentata. Il suo corpo gemava sotto il mio, sdraiati sul legno duro del palcoscenico. La sua pelle era bollente e morbida sotto le mie carezze e le sue labbra mi cercavano, più invitanti che mai. Mi persi totalmente in lei, senza la possibilità di tornare indietro. Era da tempo che non provavo le meravigliose sensazioni che quella piccola donna appena sbocciata mi stava facendo provare.



Il giorno dopo l’aspettai fuori dalla scuola di danza che frequentava. La vidi uscire con in mano la rosa rossa che le avevo lasciato sulla poltroncina che occupava sempre. In realtà me lo aveva detto la segretaria della scuola, che quella era la “sua” poltrona e fui sollevato nel vedere che le sue informazioni erano esatte. La feci salire sull’automobile che avrei guidato io fino alla villa che Andrew voleva costringermi a comprare.

-Buongiorno signorina. Dove la porto?-

Mi abbracciò con trasporto e mi baciò sulle labbra. Sentii gli sguardi scandalizzati delle ragazze che erano uscite dopo Alice addosso. -Su una stella.- (*)

-In una villa fuori città va bene lo stesso?-

-Benissimo.- Prima di partire si girò a salutare con la mano due ragazze particolarmente scioccate dal nostro atteggiamento disinvolto.

-Che cosa hai fatto a quelle due?-

-Io? Niente. Io sono un angioletto.-

-Chissà perché, non ti credo. Se gli sguardi potessero incenerire, di noi ora non sarebbe rimasto molto.-

La sua risata cristallina mi riempì il cuore. -Diciamo che... Hanno fatto affermazioni che non erano alla loro portata e io le ho smentite.-

La guardai per un attimo, non riuscendo a capire cosa intendesse.

-L’ho detto così per essere delicata, ma se vuoi posso essere più esplicita.-

-Allora sii più esplicita.-

Sbuffò, prima di rispondermi. -Spettegolando sulla nostra uscita di ieri e sperando che non le sentissi, hanno detto, abbastanza sicure, che non ti si rizza. Mi sono limitata a dirgli che si sbagliavano di grosso.-

-Loro... Cosa? E tu... Cosa?-

-Me lo hai chiesto tu di essere esplicita, ora non ti lamentare.-

Non potei fare a meno di scoppiare a ridere. -Sei incredibile, Alice...-
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2)LA VILLA 1°PARTE

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Ven Lug 31, 2009 7:47 pm

Giravamo in quella villa da ore e mi sembrava di non vedere mai la fine delle stanze. Vedendola da fuori non avrei mai immaginato che fosse così grande. A prima vista mi era sembrata una villa in stile vittoriano come tante: la facciata bianca, un porticato, finestre a vetrata, balcone al secondo piano. Ma dentro era arredata in modo discutibile, mobili e lampadari pacchiani, colori in totale discordanza, assolutamente non nel mio stile. Anche Alice era contrariata, faceva una smorfia ogni volta che entravamo in una camera e stringeva a pungo la mano che era incastrata alla mia. Non mi ero neanche accorto di averla presa per mano. Con lei mi sembrava tutto così naturale.

-Ora, se volete aspettarmi qui per cinque minuti, andrò a controllare se la cucina è in ordine. Torno in un attimo.- L’agente immobiliare ci lasciò soli in un salottino pieno di trofei di caccia.

-Sembriamo una coppia di sposini che deve metter su famiglia.- I suoi occhi castani si puntarono sui miei, felici.

-Io credo che l’agente mi abbia scambiato per tuo nonno.-

-No, non esagerare. Al massimo mio padre.- Si alzò in punta di piedi e mi sfiorò delicatamente il collo con le labbra. Quel contatto appena accennato provocò in me una reazione violenta ed istantanea, rabbrividii dalla testa ai piedi, provando una fitta al basso ventre.

-Che fai, Alice?- Sorrise maliziosamente e strinse più forte la mia mano.

-Seguimi.-

-Cosa...?-

Mi portò, correndo, al piano di sopra e cominciò ad espolrare le camere. Ne aprì una ed entrammo in una stanza con un orribile letto a baldacchino in mogano. Chiuse la porta e mi trascinò sul materasso, spogliandomi velocemente. Lo stesso feci io con lei, rimanendo rapito da quelle forme delicate, quasi androgine. I fianchi stretti, il seno piccolo e le gambe muscolose, gli addominali finemente scolpiti. Per la prima volta il suo corpo fu nudo davanti a me, lasciandomi estasiato. Poteva una donna essere più bella?

Ridendo, alzò le coperte e mi ci trascinò sotto, sdraiandosi su di me e baciandomi dappertutto. Eravamo fuoco contro fuoco, rischiavamo di bruciarci più di quanto non lo fossimo già. Sperai che il mio corpo, non più abituato a tanta foga, non mi tradisse proprio in quel momento. Lei era così giovane, bella e calda che ebbi paura di non riuscire a soddisfare a pieno i suoi desideri. Nel momento in cui si impossessò di me, sedendomisi sopra e muovendosi sensuale, ervamo così presi da non renderci conto dei rumori che si avvicinavano.

La porta di aprì di scatto. -Signor Whit... Oh santo cielo!-

Alice scoppiò a ridere e si girò verso la porta che era stata sbattuta con forza. -La prendiamo!- Urlò verso il commesso che forse era già scappato via e non l’avrebbe mai sentita. Le mie mani si spostarono dalle sue cosce alla schiena che spinsi a me.

-La prendiamo?-

Continuava a muoversi su di me, facendomi perdere lucidità. -A questo punto, tanto vale fargli credere che siamo sposati.-

Un fremito la scosse quando spinsi con forza in lei. -Caso mai sono io a prenderla.-

-Ah!- Spinsi ancora. -No, tu ora prendi solo me.- Riuscì a dire prima di divorarmi le labbra con il bacio più passionale che avessi mai ricevuto. La strinsi e la portai veloce sotto di me. La presi come non avevo mai fatto con nessuna donna, in vita mia. Non sapevo da dove arrivava tutta quell’energia, il mio fisico era allenato, addosso a me non c’era pelle cadente come nella maggior parte degli uomini della mia età, ma non avevo più vent’anni. Forse era lei a trasmettermi la sua forza. L’ascoltavo gridare sotto di me, inarcare la schiena per sentirmi meglio e non c’era niente di più perfetto.



Mi svegliai che nel cielo c’erano ancora pochi raggi di sole. Alice non era sdraiata accanto a me, eppure ero sicuro che si fosse accoccolata sul mio petto. Mi alzai intontito e mi infilai i pantaloni e la canottiera. Non riuscivo a trovare la camicia, ma me ne sarei preoccupato poi, in quel momento avevo bisogno della mia ballerina. La cercai finché dei profumi invitanti non arrivarono alle mie narici. Raggiunsi la cucina e lì trovai la mia camicia, addosso a lei, che arrivava a coprirle a mala pena il sedere e lasciava le gambe nude. La osservai per un po’, alle prese con i fornelli.

-Quella è la mia camicia.-

Si girò di scatto verso di me e la vidi masticare qualcosa. Mandò giù in fretta prima di rispondermi. -La mia non l’ho trovata. Dovevo pur mettermi qualcosa addosso.- Si girò di nuovo verso i fornelli e la vidi armeggiare con un pezzo di pane e una pentola. La raggiunsi per osservare più da vicino cosa stesse facendo.

-Assaggia.- Con una mano mi aiutò a mettere in bocca quel pezzetto di pane. Mentre masticavo, si portò un dito sporco alle labbra e lo leccò maliziosa.

-Buono. Che cos’è?- Cercai di non pensare al suo gesto provocatorio.

-La salsa per la carne. Avevo fame e mi sono messa a cucinare. Spero che anche tu sia affamato.-

-Decisamente, ma... Dove hai trovato il cibo?-

-La credenza era piena e anche il frigorifero.-

-Ah... E quindi sai cucinare?-

Rise piano. -Vivo da sola da quando avevo 16 anni, sì che so cucinare.-

Ci riflettei un attimo, prima di rispondere. -In genere le famiglie che mandano le figlie a studiare in città lontane le mandano nei conventi, da altri parenti... Comunque in posti dove non ci si deve preoccupare di cucinare...-

Il suo viso divenne improvvisamente serio. -La mia famiglia non mi ha mai mandata da nessuna parte. Mia madre non voleva che facessi la ballerina, così sono scappata di casa.-

-Chissà quanto li hai fatti preoccupare. Ma ora saranno felici per te, no?-

-Non credo che si siano preoccupati più di tanto. Non sono mai venuti a cercarmi, non so cosa ne sia stato di loro dopo che sono andata via.- Quelle sue parole celavano una tristezza infinita. Chissà quanto aveva sofferto, piccola e sola in una grande città spietata come New York. -Non guardarmi così, ti prego. Non voglio che qualcuno provi pietà per me, meno che mai tu.-

-Scusa, io non... Non avevo idea che...-

-Basta, per favore. Non voglio parlare del mio passato. Non ora e non qui.-

Aveva l’aria da cucciolo ferito ed ero stata io a riportare a galla quel dolore. Mi avvicinai a lei, inchiodandola addosso al tavolo dove aveva poggiato il cibo fumante. In una padella c’erano dei bocconcini di carne, ne presi uno e lo intinsi nella ciotolina con il condimento che sapeva vagamente d’arancia. Avvicinai le dita alla sua bocca che si schiuse appena. Le portai vicino il boccone e non appena stava per morderlo lo spostai indietro, facendola ridere. Ridi sempre, bimba, sei così bella quando sei felice. Giocai così ancora un po’, prima che lei mordesse decisa quel pezzo di carne, mordendo anche le mie dita.

-La mamma non ti ha insegnato che non si gioca con il cibo, signor Whitlock?-

La presi in braccio con facilità e la feci sedere sul tavolo, allargandole le gambe e insinuandomi tra di lei. Riempii di piccoli morsi il suo collo invitante e la mia eccitazione tornò prepotente a farsi sentire.

-Lo sai che ora sono costretto a comprare questa villa?-

-Perché mai?- Le sue gambe si strinsero sensuali intorno alla mia vita.

-Dopo la situazione imbarazzante in cui abbiamo messo l’agente immobiliare, non posso che sdebitarmi in questo modo.- Infilai le mani sotto la camicia fino a trovare i suoi seni nudi e sodi. -A proposito, dov’è?-

-Se n’è andato lasciando un bigliettino all’ingresso.-

-Ah... Meglio per noi...-

A quel ritmo, non sapevo quanto avrei resistito. Era più probabile che morissi di piacere, piuttosto che per gli acciacchi dell’età.



Feci l’amore con lei di nuovo, perdendo me stesso; mangiammo insieme e passammo la notte in quella villa. La mattina dopo andai da Andrew e gli staccai un assegno per la casa, mentre Alice mi aspettava in macchina.

-Cos’è successo ieri pomeriggio, Jasper?-

-Perché me lo chiedi?-

-L’agente immobiliare è venuto da me piuttosto scosso dicendomi che prendevate la casa. Tu e chi?-

-Non metterti a spettegolare come una donnina qualunque, Andrew. Ora devo andare. A presto.- Gli sorrisi e lo lasciai interdetto a pensare a chissà cosa.

Portai Alice a casa e mi diressi verso la mia nuova dimora.
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2)LA VILLA 2°PARTE

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Ven Lug 31, 2009 7:48 pm

Jasper mi lasciò all’ingresso del condominio dove vivevo. Salii piano le scale. Mi sentivo riposata ed appagata, ma non potevo non sentire quel dolce dolore tra le gambe che mi ricordava il pomeriggio passato con quell’uomo che mi aveva stregata e rapita. Mentre cercavo, senza successo, di infilare la chiave nella toppa, sentii una porta aprirsi sul pianerottolo.

-Buongiorno Alice!-

-Buongiorno Gaby.-

-Ho dei biscotti appena sfornati.-

-E io in casa ho del tè, dai vieni.- Come al solito la mia adorata vicina si era auto invitata in casa mia. Passavamo spesso i miei pomeriggi liberi insieme, era divertente parlare con lei. Trafficai un po’ col bollitore e andai a sedermi sulla poltrona libera. Il mio monolocale non era molto spazioso, ma avevo cercato di sfruttare al meglio le sue potenzialità. Un letto, due poltrone, un armadio, un tavolino né troppo piccolo, né troppo grande, l’angolo cottura e un bagnetto con la doccia. Tutto sommato per viverci da sola non era male.

Gaby mi osservò attentamente, cercando di capire cosa ci fosse di diverso in me. Poi ebbe come un’illuminazione e mi indicò con l’indice.

-Cosa...? Che c’è?-

-Tu... Sei vestita come ieri mattina!- Beccata...

-Potrebbe essere.-

-No, ne sono sicura, perché ieri mattina ti avevo fatto i complimenti per i pantaloni e le ballerine. Dove hai passato la notte?-

-Vai subito al dunque, eh?-

-Sì e ora... Parla!-

-Allora, diciamo che... Ho conosciuto quest’uomo...-

-Un uomo? Dove lo hai conosciuto?- I suoi modi entusiasti mi mettevano allegria.

-Alla prima del mio spettacolo, è venuto a farmi i complimenti e a portarmi un mazzo di fiori.-

-Interessante... Continua!-

-Ok, ma non inerrompermi finché non avrò finito.- Le raccontai dei fiori, della nostra serata insieme, le dissi tutto, mentre finivo di preparare la nostra merenda.

-Wow...- Stava per continuare quando qualcuno bussò alla porta. Andai veloce ad aprire e un uomo mi porse una rosa tea ed un biglietto. Lo ringraziai e tornai verso Gaby. -È lui?-

-Sì. Dice che ha passato uno splendido pomeriggio e che non vede l’ora di stare di nuovo con me.- Mi sedetti di nuovo, tenendo le gambe leggermente divaricate e poggiando i gomiti sulle ginocchia.

-Alice... Volevo chiedertelo anche prima... Perché stai seduta così?-

La domanda mi colse impreparata. Ci pensai un po su, finché Gaby non si stufò di aspettare. -Allora?-

-Sto cercando un modo carino di dirtelo, ma non mi viene in mente nulla.-

-E allora dimmelo come ti viene.-

-È che...- Arrossii improvvisamente. -Mi fa male...-

-Cosa?- Indicai con un dito la mia parte dolorante. -Oh... Bhè... Wow! Addirittura?-

Alzai le spalle, come se non sapessi cosa dirle. -Vedi Gaby, io... Non è che fossi proprio... Illibata, ma poco ci manca e lui è così... Passionale e mi prende in un modo... E l’abbiamo fatto... Non lo so, mi sembra di non aver fatto altro per tutto il giorno. E le sue mani, mi sembrava che mi stesse accarezzando ovunque e poi ha un... Dio, è così bello che gli farei di tutto! Mi fa venire voglia di fare cose che non avrei mai neanche immaginato.- La mia vicina mi guardò scioccata. -Ma cosa dico? Sembro una donna di strada, accidenti!- Mi presi la testa tra le mani. -E poi è tutto così assurdo! Voglio dire, lo conosco a dire tanto da un paio d’ore e già mi sento pazza di lui! Mi sono fatta una marea di storie mentali su come sarebbe la nostra vita insieme... È possibile provare qualcosa del genere per una persona quasi sconosciuta? Non so, mi sento come se lo conoscessi da sempre, come se fossi nata per stargli vicino... Gaby... Che devo fare?-

I miei sentimenti mi travolsero come un fiume in piena, togliendomi il fiato, facendomi bruciare l’anima.

La donna di fronte a me sorrise alle mie parole. -Alice, io ti conosco bene. Conosco il tuo passato e so come sei fatta... Sai, credo proprio che la tua scorza dura si stia ammorbidendo.-

-Non ti capisco...- Mi sentivo persa.

-Ti stai innamorando, Alice.-

-Tu credi?-

-Eh sì.- Rimasi in silenzio per un po’. -Passami un po’ quel bigliettino...- Agii come un automa e glielo diedi. -Che dolce... JW?-

-Jasper Whitlock.- Risposi, ancora persa nei miei trip mentali.

-Coooosa? Oh mio Dio, Alice! Hai acchiappato un pezzo grosso!-

-Ma perché lo conoscete tutti tranne me?-

-Perché tu non ti interessi della vita mondana, fissata con la danza come sei. E non fare il muso, è vero. Jasper Whitlock è uno degli uomini più ricchi del Paese, non si è mai sposato e tu... Non riesco a crederci! Ma scusa... Se non ricordo male dovrebbe avere più o meno...-

-78 anni...-

-E... Voglio dire...-

La capii al volo. -Non sembra affatto così adulto, io gli avrei dato al massimo, ma proprio esagerando, sessant’anni. E no...- La anticipai di nuovo. -Non ha il fisico di un vecchio, anzi è muscoloso e assurdamente bello.-

-Ma scusa, ce la fa a...?-

-Assolutamente sì.- Sorrisi di nuovo, ricordando l’estremo piacere che avevo provato stando con lui.
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3) IL MONOLOCALE 1°PARTE

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Ven Lug 31, 2009 7:49 pm

Quello è stato di sicuro il periodo più bello della mia vita: ero innamorata di un uomo fantastico, che mi amava a sua volta ed era pazzo di me. Quasi ogni giorno veniva a prendermi dopo le lezioni di danza e mi portava a casa sua, dove facevamo l’amore per ore, dove cucinavo per lui e dove, di notte, mi lasciavo cullare dalle sue forti braccia e dai dolci sogni che venivano a scaldarmi il cuore. Veloci come il vento, passarono tre mesi in cui ogni giorno era meglio del precedente e la mia voglia di stare con lui aumentava a dismisura.

Un giorno come tanti, per cambiare, lo avevo portato a vedere il mio appartamento. Probabilmente avrebbe trovato squallido il mio monolocale sperduto in una via poco frequentata della Grande Mela.



-Ecco, qui è dove vivevo io prima che tu mi rapissi.- Entrammo tenendoci per mano e lo vidi osservare attentamente ogni centimetro della mia casetta.

-Sì, questa sei proprio tu. C’è un po’ di te in ogni cosa che vedo qui dentro.-

-Accomodati pure. Vuoi qualcosa da bere? Tè, caffè o…- Aprii qualche sportello e il piccolo frigorifero che ero riuscita a comprare, trovando tutto miseramente vuoto. -Acqua?- Lo guardai sorridendo, sperando che si accontentasse.

-Un po’ d’acqua andrà più che bene, grazie.- Gli portai un bicchiere pieno e mi sedetti a cavalcioni su di lui.

-Prego.-

-Cosa c’è dietro quella tenda?- Indicò l’angolo della stanza dove avevo montato un semi baldacchino che riparasse il letto dalla luce che filtrava dalle finestre senza tendine.

-Il mio letto.- Risposi, sperando di risultare accattivante e lasciva.

-Hai cattive intenzioni, bimba?- La sua bocca mi lasciava scie di fuoco sulle clavicole, sull’incavo del collo e io stavo già cominciando a perdere razionalità.

-Quello con cattive intenzioni mi sembri tu.-

-Ma come faccio a resisterti? Sei così eccitante…- La sua voce sexy era come un pugno in pieno stomaco che mi faceva desiderare di approfondire ogni tipo di contatto col suo corpo. Di sicuro Jasper sapeva come sedurre una donna e con me il lavoro doveva essere più facile del solito.

-E allora non resistermi.- Mi baciò con passione, intrecciando la sua lingua alla mia e legando le nostre anime in un abbraccio indissolubile. Strinse le braccia intorno a me con forza e si alzò, mentre io arpionavo le gambe alla sua schiena. Camminò verso quella che sarebbe stata la nostra alcova per la notte, scostò la pesante tenda e mi sdraiò sul letto ancora sfatto, lasciando che una soffusa luce rosa ci avvolgesse.

-È carino qui dentro.-

-Grazie.-

Ogni nostra parola era intervallata da dolci baci e piccoli morsi. Adoravo il modo in cui mi seduceva prima di passare all’atto concreto. Quelle coccole angeliche erano molto più peccaminose di quanto il mio uomo volesse farmi credere. Le sue mani sapienti si portarono sui bottoni della mia camicia, aprendoli uno alla volta. Quando spostò la stoffa del reggiseno per afferrare un mio seno con la mano, che lo conteneva tutto, un fremito mi scosse da capo a piedi e un sospiro affannato sfuggì al mio controllo. Non capivo più niente, persa com’ero nel godere delle sue carezze; mi morse delicatamente il capezzolo che si inturgidì all’istante. Gli circondai un fianco con la gamba e mi strusciai sulla sua eccitazione, sperando di alleviare quella sensazione di insoddisfazione che provavo al basso ventre.

-Jazz…- Lo chiamai, la voce carica di desiderio.

-Alice, mia piccola e tenera Alice…- Risalì lungo il mio corpo fino a trovare la mia bocca e dare soddisfazione almeno a lei.

-ALICE!- Un grido arrivò dalla porta del mio appartamento, riconobbi subito la voce di Gaby. -Lo so che ci sei, sento dei rumori! Se non sei tu, allora ci sono i ladri e se ci sono i ladri devo correre a chiamare la polizia.-

Guardai Jasper mortificata e col fiatone. -È la mia vicina, devo risponderle o chiamerà davvero la polizia.- Annuì sorridendo, ma non si scostò di un millimetro dalla sua posizione, anzi con una mano andò a cercare la mia intimità e la trovò bagnata e pronta ad accoglierlo. Ansimai per quel contatto così approfondito. Sentii le sue dita insinuarsi dentro di me e credetti di impazzire. -Jazz, devo risponderle.- Quella era la mia voce? Era così bassa e roca che non la riconobbi.

-E allora rispondile.-

-Sei perfido.-

-Alice!- La mia inopportuna vicina mi chiamò di nuovo, bussando con insistenza.

-Gaby…- Cercai di camuffare al meglio la mia voce, per non farle capire cosa stava succedendo. -Ho da fare. Appena posso…- Il fiato mi mancò quando l’uomo su di me si posizionò con il volto tra le mie gambe. -Appena posso vengo… Da te!- E ora vattene e lasciami impazzire in santa pace!

-Alice, tutto ok?-

-Sì, Gaby! A dopo…- Sentii un piacevole calore accarezzarmi l’interno coscia.

-Sicura? Hai una voce strana…-

-Non ti preoccupare, Gaby, sto… Benissimo!- Un brivido mi percorse il corpo mentre la lingua di Jasper mi portava in un paradiso lontano. Stavo per raggiungere l’apice del piacere mentre la mia vicina mi chiedeva se stavo bene ed ero incapace di chiedere al mio uomo di smettere quella fantastica tortura. Me l’avrebbe pagata cara, poteva starne certo. Un altro fremito mi scosse e mi aggrappai con forza alle lenzuola del letto, stringendo i denti per non gridare. Venni spudoratamente sulle dita dell’uomo che mi stava di fronte, maledicendomi per la mia poca forza di volontà.

-Ali… Ci sei ancora? Sei svenuta?- Toglici una “s” Gaby… Sorrisi di quello mio stupido pensiero. Mi alzai barcollante, chiedendo alle gambe di non tremare in quel modo. Lisciai i miei abiti e mi diedi un’occhiata veloce allo specchio cercando di dare nuova forma ai capelli scompigliati.

Sentii bussare di nuovo. -Ali...-

Feci scattare la serratura e aprii infuriata. -Che diavolo vuoi, Gaby?-

-Alice, mi hai fatta preoccupare.- Il suo viso sembrava preoccupato, abbastanza da riuscire a farmi calmare. Accostai la porta in modo da nascondere l’interno del monolocale e mostrare solo il mio corpo.

-Ti ho detto che stavo bene.-

-Sì, ma... Avevi una voce così strana.- Il suo sguardo si puntò dietro di me e sembrò seguire qualcosa... O qualcuno. -Oddio, sei con lui?-

-Sì, sono con lui...-

-E stavate...?-

-No, non proprio, ma se tu non fossi venuta a scocciare, magari avremmo potuto!-

-Scusa, scusa, scusa! Ali, non ne avevo idea. Scusa!-

-Ok, sei perdonata... Ma solo se vai a fare la spesa al posto mio. Ho la dispensa vuota...-

-Quello che vuoi Ali, posso anche farti da serva per il resto della vita se me lo chiedi!-

-Dai, non esagerare, mi bastano delle uova, qualche verdura, se la trovi un po’ di carne... Poi ti ripago tutto.-



Finalmente riuscii a mandarla via e mi chiusi la prta alle spalle. Trovai Jasper seduto elegantemente su una poltrona mentre sorseggiava un bicchiere d’acqua.

-Ti sei divertito, eh?-

Sorrise della mia rabbia. -Direi che ora siamo pari.- Ovviamente si riferiva alla figuraccia con l’agente immobiliare.

-Non credere che te la farò passare liscia, signor Whitlock.-

Mi sedetti sopra di lui con veemenza e lo baciai, gustando il suo sapore fresco. -Se questo è il tuo modo di vendicarti, fai pure.-

Gli aprii la cintura velocemente e infilai una mano nei suoi pantaloni, afferrando con foga la sua eccitazione, muovendola ritmicamente. -Alice...-

-Prima ti sei divertito da solo, ora mi diverto io...- Finii di slacciargli i pantaloni e scesi lungo il suo corpo, fino a trovarmi faccia a faccia con la sua erezione. Non avevo mai fatto una cosa del genere con un uomo, ma non doveva essere poi così difficile.
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3) IL MONOLOCALE 2°PARTE

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Ven Lug 31, 2009 7:50 pm

La tentazione di far godere Alice era stata troppo forte per non assecondarla. Mi ero beato del suo sapore dolce e ora lei stava facendo lo stesso con me, la sua bocca si muoveva veloce su di me, aiutata da una mano, facendomi impazzire. Resistere a quella ragazza mi era impossibile. E pensare che in confornto a me era praticamente una bambina.

Erano passati tre mesi dal nostro primo incontro e avevo passato diverse notti insonni, guardandola dormire nuda al mio fianco, macerandomi nei miei dubbi. Sentivo che quello che le stavo facendo non era giusto, lei si era innamorata di me, me lo aveva detto come fosse la cosa più naturale del mondo, quando per l’ennesima volta le avevo ripetuto che la nostra relazione era sbagliata.

-Io ti amo, Jasper. Cosa c’è di sbagliato in questo?- Mi aveva preso alla sprovvista, come faceva sempre, e io non avevo saputo come rispondere. Sarebbe stato facile ribattere con un semplice e sentito “Anch’io ti amo”, ma non ne ero stato capace. Quelli erano i miei sentimenti, ma non mi era sembrato corretto nei suoi confronti. Lei meritava qualcosa in più di un vecchio sul viale del tramonto. Volevo che fosse mia e vivevo con la paura che si rendesse conto di cosa avrebbe perso se mi fosse rimasta accanto, ma non potevo fare altro che desiderare per lei cose diverse: un uomo della sua età, qualcuno che le desse una famiglia, che le stesse accanto per sempre. Ma al pensiero del suo corpo stretto da mani che non fossero le mie mi facevo assalire da una rabbia cieca e disperata. Nessuno, a parte me, avrebbe avuto il permesso di possedere la donna di cui mi ero innamorato.



-Vado a fare la doccia.- Mi diede un bacio a fior di labbra e se ne andò lasciandomi solo e col respiro affannato. Si era fermata poco prima che io riuscissi a raggiungere il culmine del piacere. Aveva detto che me l’avrebbe fatta pagare e così era stato.

-E sarei io quello perfido?- Prima di chiudersi in bagno si voltò per sorridermi maliziosamente. Piccola e terribile Alice. Presi in considerazione l’idea di finire il lavoro da solo, ma trovandomi in casa sua non mi sembrò la soluzione più adeguata, così mi ricomposi, insoddisfatto e frustrato.

Girovagai per il monolocale, osservando ogni dettaglio di quella stanza finemente arredata. Non c’era dubbio, la mia bimba aveva gusto. Mi fissai ad osservare la foto di una bmbina in tutù che sorrideva all’obiettivo e somigliava ad Alice, finché qualcuno bussò alla porta.

-Alice, sono Gaby. Puoi aprire?-

Gaby... La vicina di Alice... Risi sommessamente al pensiero di quello che era successo poco prima e andai ad aprire. -Buongiorno signorina.-

La ragazza dai capelli rossi di fronte a me s’immobilizzò. -Scusi, io... Credevo che...-

-Alice è sotto la doccia, devo dirle qualcosa?-

-No, io... Io le ho portato delle cose che mi aveva chiesto.- Mi porse una busta di carta che presi per toglierla d’impaccio.

-Molte grazie, signorina.-

-Di... Di niente...-

-Ma che maleducato, non mi sono presentato. Piacere di conoscerla, io sono Jasper Whitlock.-

-Gabrielle Simmons.- Mi porse la mano ed io la presi per darle un bacio. Così si facevano le presentazioni dalle mie parti.

-Molto... Molto lieta di conoscerla.- Non capivo l’imbarazzo della ragazza, ma forse non era abituata a queste attenzioni. Gli uomini di oggi erano così maleducati. Io ero stato cresciuto in un altro modo. -Ora mi scusi, ma devo andare.-

-Picere mio. Vada, non voglio trattenerla oltre.-

Tornai in casa e posai la busta su un bancone, proprio mentre la porta del bagno si apriva e l’apparizione di una dea in asciugamano mi fece vacillare. I capelli bagnati le ricadevano lunghi sulle spalle e la schiena, la pelle ancora umida, le gambe quasi scoperte. Una visione celestiale.

-Vedo che è passata Gaby. L’hai lasciata senza fiato?-

-Credo di sì... Chissà per quale motivo...-

-Non ti rendi conto dell’effetto che fai alle donne, vero?-

-Ai miei tempi, nessuna donna rimaneva senza fiato per un baciamano.- L’abbracciai con delicatezza, baciandole le scapole.

-Bhè, i tempi sono cambiati, sai?-

Ridemmo insieme e lei si strinse più forte a me. Il mio sguardo cadde sulla foto di prima. -Quella nella foto sei tu?-

-Sì... La scattò mio padre, più o meno un secolo fa.- Un velo di tristezza le offuscò il viso. Scosse la testa, come per far sparire brutti pensieri, o brutti ricordi, poi tornò a sorridere. -Io ho fame. Tu no?-

-Tu hai sempre fame, bimba.- Lascia cadere l’argomento della foto, magari ci saremmo tornati in futuro.

Andò verso l’armadio a cassettoni e ne aprì uno, lasciando cadere l’asciugamano che la copriva. Non aveva nessuna vergogna nel farsi vedere nuda da me. Le donne che avevo frequentato in passato non erano così disinibite. Pensando certe cose mi sentivo davvero vecchio. E non solo rispetto alla mia bimba.



La guardai cucinare con indosso una sottana leggera, che lasciava intravedere le forme del suo corpo. Ogni tanto mi faceva assaggiare qualcosa; era davvero una cuoca eccellente. Mangiammo seduti sulle poltrone, con i piatti in mano.

-Scusa, non è molto, lo so... Ma finora non mi sono potuta permettere di meglio. Spero ti accontenterai del tavolino.-

-Non devi giustificarti.- Arrossì vistosamente.

-Andiamo, il mio appartamente è un monolocale e tu... Tu hai un’enorme villa e...-

-Alice, il tuo monolocale è fantastico, davvero. Mi sento molto più a casa qui che in quell’enorme villa, dove sto quasi sempre da solo.- Sorrise, quel sorriso innocente e puro che mi faceva battere il cuore. -A proposito di questo, dovrei parlarti di una cosa...-

-Cosa?-

-L’altro giorno ti ho aspettata nell’atrio della scuola e non mi è piaciuto quello che ho sentito.-

-Di cosa stai parlando?-

-Il modo in cui alcune ragazzine parlavano di te... Parlavano del fatto che passi le notti da me.-

-Ah, quello... Jazz, non m’importa, ci sono abituata. L’appellativo più gentile che mi hanno affibiato è “puttana”, ma non me ne frega niente.- Aspettai che parlasse di nuovo. -E pensare che non ho mai avuto un uomo in vita mia.- Avvampò improvvisamente, rendendosi conto della confessione che mi aveva appena fatto.

-Mai?-

-Non... Non seriamente, diciamo... È... Bhè, è...-

La tolsi dall’imbarazzo. -Fa niente, me ne parlerai un’altra volta. Alice, non voglio che parlino di te in quel modo. Quello che sto per chiederti potrebbe cambiare le cose, o forse no. E tu avresti tutte le ragioni del mondo per rifiutare, ma devo chiedertelo.-

-Oggi proprio non ti capisco.-

Mi alzai per inginocchiarmi di fronte a lei, togliendo dalla tasca l’anello che le avevo preso e le strinsi la mano sinistra tra le mie, infilandole il gioiello all’anulare.

-Alice, vuoi concedermi l’onore di diventare mia moglie?-
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Re: desiderio d'amare - Alice e Jasper

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