desiderio d'amare

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desiderio d'amare

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Sab Mag 30, 2009 6:38 pm

fanfict di Rosalie ed Emmett....prima di essere trasformati...modificata.....ancora non conclusa
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Re: desiderio d'amare

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Sab Mag 30, 2009 6:38 pm

La mia vita procedeva più o meno senza intoppi, da quando avevo sposato Royce King. Vivevo in un’enorme villa, nelle campagne che circondavano la città, insieme al mio adorabile bambino, Anthony e ad altri membri della famiglia King. Mia suocera, l’inaffondabile Giorgia, colei che faceva in modo che la vita familiare scorresse tranquilla e agiata per tutti, le mie cognate, sorelle di Royce, donne ricche, annoiate e piene di rancore nei confornti del fratello, che stava ereditando un’immensa fortuna, mentre a loro sarebbero toccate le briciole.
Questo le portava a provare rancore anche verso me e mio figli, vittime inconsapevoli di una bagarre familiare che continuava da generazioni.
Avevo avuto il matrimonio che tutte le donne sognavano, avevo sposato il principe azzurro e l’avevo fatto indossando un abito bianco di seta e merletti; in città, tutti speravano di ricevere un invito per il nostro matrimonio, tutti speravano di poter assistere all’evento dell’anno, tutti speravano di poter vivere per qualche ora il sogno di appartenere alla famiglia King. Mi ero sentita una principessa, guardata con invidia, ammirata, amata e odiata allo stesso tempo. Adoravo quegli sguardi su di me, sentirmi al centro dell’attenzione e adoravo essere una King, vivere in una reggia di marmi colorati e letti dorati, mangiare cibi raffinati e indossare abiti sempre all’ultima moda, fatti arrivare apposta da Parigi, Milano, Londra.
Mio figlio era una perla, perfetto, un angelo biondo dagli occhi cerulei. Era nato dopo quasi tre anni di matrimonio; all’inizio le malelingue dicevano che non potevo avere figli, che ero troppo fredda per avere figli, per rispondere all’amore di mio marito. A Rochester ero stata soprannominata “La Regina delle Nevi” e sicuramente il mio aspetto aveva contribuito a farmi affibbiare questo nomignolo. Tutti mi vedevano come una donna algida e altera, che per lenire il freddo che aveva nel corpo e nel cuore vestiva sempre con abiti e camicie dalle maniche lunghe, che si copriva il più possibile per non morire congelata, nei freddi inverni Newyorkesi.
Personalmente, adoravo gli abiti a bustier, che mettevano in risalto la vita sottile e il seno prosperoso che la natura mi aveva donato, ma ero stata costretta dalla vita a nascondere il mio corpo sotto strati di cotone, seta e lana. Non volevo che altri vedessero, che scoprissero il mio segreto, che avessero pietà di me. La mia vita era perfetta ai loro occhi e così sarebbe dovuta rimanere.
Neanche la Guerra aveva intaccato il nostro benessere. Buona parte della servitù aveva dovuto prestare servizio di leva.
Quando le cose cominciarono ad aggiustarsi e le ferite a guarire, fu tempo di cercare altri uomini che si occupassero dei lavori per cui Royce, o suo padre, erano totalmente negati, non avendo mai avuto il bisogno di aggiustare una macchina o di sellare un cavallo. C’era sempre chi lo aveva fatto per loro.
Fu così che lo vidi la prima volta. Un uomo bello e fiero, dagli occhi tristi, tornato da poco dalla Guerra, che aveva bisogno di un lavoro per rimettersi in sesto e per mantenere la moglie che stava per partorire.
Fu così che vidi l’uomo di cui mi sarei perdutamente innamorata.


Ultima modifica di ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Ven Lug 10, 2009 10:50 am, modificato 1 volta
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Re: desiderio d'amare

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Mar Giu 02, 2009 2:50 pm

La mia vita era stata divertente fino a una certa età. Ero il più piccolo di otto, tra frtelli e sorelle. Mi piaceva andare in giro per la mia città, Gatlinburg, a non far nulla. Mia madre si dannava inutilmente, cercando di farmi imparare un lavoro che sarebbe stato utile per la fattoria in cui vivevamo e pregava affinché decidessi di impegnarmi e di lavorare. L’unica cosa che mi piaceva e mi interessava erano i cavalli, così imparai a curarli ed allevarli, così mia madre si calmò un po’.
Non le diedi tempo per rallegrarsi, che cominciò a pregare perché la mia anima non fosse dannata. Avevo infranto molti cuori e, in un paesino con poche migliaia di abitanti, era stato impossibile nasconderlo a mia madre.
Si diceva anche che avessi avuto una storia con una donna sposata, ma questo pettegolezzo finì presto surclassato da altre voci più succulente. Non ammisi, nè negai mai, quella diceria. Che le persone piccole e dalle menti chiuse pensassero quel che preferivano, a me non interessava.
“Prima o poi la farai morire di crepacuore”, mi disse una volta Prudence, la mia sorella maggiore, che si era sposata a 16 anni e aveva cominciato a sfornare figli ad una velocità impressionante. Sembrava che ogni membro della famiglia McCarty dovesse sposarsi giovanissimo e avere almeno 6-7 figli, ma io non volevo essere così. Io volevo vivere la mia vita, volevo divertirmi, non volevo avere legami.
Poi incontrai Lucy. Lei era come me, non voleva vincoli, non voleva essere costretta da nessuno a fare cose che non voleva fare. Aveva grandi sogni, voleva andare a New York, fare la cantante, diventare famosa e girare il mondo. Con lei non dovevo avere paura di essere me stesso, non dovevo temere che qualcuno scoprisse che di notte entravo in camera sua per portarla a fare l’amore e condividere i nostri sogni, per ridere di quei bigotti provinciali che vivevano le loro vite sempre allo stesso modo. Mi disse che voleva andare via da Gatlinburg al più presto, ma che suo padre non le avrebbe mai permesso di andarsene, se non si fosse prima sposata. Di scappare insieme non se ne parlava neanche: io non avevo soldi, quel poco che guadagnavo alla fattoria lo spendevo per scappare per qualche ora, in treno, da quella prigione e lei faceva lo stesso, i pochi soldi che aveva li spendeva in abiti e cappelli. Oltretutto la mia e la sua famiglia si sarebbero messe sulle nostre tracce e ci avrebbero sicuramente trovati, ovunque saremmo andati.
Decidemmo che la scelta più logica era quella di sposarci, nonostante nessuno dei due credesse davvero nel matrimonio. In quel modo avremmo reso felici i nostri genitori, avremmo avuto dei soldi e saremmo potuti andare via da quell’inferno.
Ci sposammo due mesi dopo il fidanzamento ufficiale, nel 1940. Mia madre era felice che finalmente anche io avessi messo la testa a posto e aveva cominciato a pregare perché le dessi un nipotino, come se la truppa di bambini che c’era in casa non le bastasse. Ma figli, io e Lucy, non ne volevamo. Io avevo 25 anni, lei 22. Avevamo una vita intera davanti e quando, e se, avessimo voluto dei figli li avremmo fatti.
Stavamo progettando il viaggio che avrebbe cambiato la nostra vita, cercavamo di mettere da parte ogni centesimo; ogni giorno ci avvicinava di più alla partenza per New York, quando i Giapponesi attaccarono Pearl Harbor e le nostre vite cambiarono. Fino a quel momento, la Guerra era stata solo una notizia che arrivava da paesi lontani, ma da quel giorno smise di essere così.
Dovetti partire come militare, mi mandarono in Europa, lontano dalla vita che avevo sognato. Gli orrori che vidi in quegli anni, la paura, la tristezza e la sconfitta che lessi negli occhi delle persone che andavamo a liberare dai campi di concentramento, mi cambiarono. La vita aveva assunto un altro valore, quando tornai a casa ero un altro uomo.
Lucy non era cambiata, quello che trovai al mio ritorno mi lasciò sgomento. La donna che avevo sposato non mi sembrava più così fantastica. Andare a New York non era più solo un sogno, ma una necessità. Avevo bisogno di cominciare una nuova vita, di trovare una nuova pace e dovevo farlo il più lontano possibile dalla mia famiglia.
Ci rendemmo conto molto presto che la vita nella Grande Mela era troppo costosa e ci trasferimmo a Rochester, lì vicino, dove stavamo cercando lavoro. Lucy era insoddisfatta e la gravidanza che stava portando avanti la rendeva insofferente.
Fu così, quando mi presentai in quell’enorme villa, alla ricerca disperata di un lavoro, che la vidi per la prima volta. Una donna incredibilmente bella e paurosamente triste. Avevo già visto quell’espressione negli occhi di molte persone: quella donna si sentiva imprigionata.
Fu così che vidi la donna di cui mi sarei perdutamente innamorato.
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2 l'arrivo

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Gio Giu 18, 2009 9:35 am

Era una bella giornata di fine settembre, probabilmente una delle ultime belle giornate che ci sarebbero state quell’anno. Il Sole splendeva, nella sua maestosità del primo pomeriggio. Mio figlio Anthony stava riposando in camera sua, dopo il pranzo, mentre non era mia abitudine fare altrettanto. Avrei aspettato che si svegliasse e poi saremmo andati insieme a fare una passeggiata nel grande parco di Villa King.
Ero seduta su un divano blu, in uno dei saloni dell’enorme villa. Il tavolino di fronte a me era pieno di fogli e quaderni. Ero concentrata nel sistemare il libro contabile di settembre, annotando entrate e uscite. Mi ero scoperta una discreta amministratrice; sotto la guida severa di mia suocera, Giorgia, avevo imparato a gestire ogni aspetto della vita in quella casa. Le cameriere, le cuoche, i maggiordomi. Decine di persone alle dipendenze della famiglia King. Nonostante io spendessi migliaia di dollari al mese per abiti, scarpe e accessori di vario genere, quello che scialacquava più di tutti era Royce, mio marito. Con i suoi viaggi intorno al mondo e i costosi regali che comprava a me e a nostro figlio contribuiva più di tutti a dilapidare il patrimonio familiare. Fortunatamente, quasi ogni mese, le entrate erano superiori alle uscite.
Avevo sempre desiderato uno stile di vita come quello. Giorgia aveva più di cinquant’anni e presto lei e mio suocero si sarebbero trasferiti nella casa di campagna, così io sarei diventata la regina della casa, alla faccia delle mie gelosissime cognate, che vivevano nelle case dei loro mariti e si mangiavano i gomiti per non essere le eredi dirette di tutto il pacchetto. Mi sentivo fortunata per la posizione che occupavo: quando camminavo per la città le donne mi guardavano con ammirazione e invidia, mentre gli uomini mi osservavano di nascosto. Con gli anni la mia bellezza non era sfiorita, anzi era maturata e si era fatta più raffinata. Il mio viso era leggermente più scavato e le mie forme si erano ammorbidite, anche grazie alla gravidanza; il mio seno era più grande, ma era ancora tirato e sodo, al contrario di quello di tante donne della mia età, i miei fianchi erano morbidi e il mio sedere alto e tornito. Sul mio viso non c’era ombra di rughe e i miei capelli splendevano ancora come l’oro.
Ero soddisfatta del mio aspetto. Sì, non ero vecchia, avevo appena trent’anni, ma a quell’età la maggior parte delle donne che conoscevo erano già sformate e con molti capelli bianchi, complici diverse gravidanze e lo stress della Guerra, la paura di non vedere i propri uomini tornare dall’Europa e la realtà di ritrovarsi vedove e povere.
Fortunatamente io non ero stata toccata da nessuna tragedia mondiale. La mia unica tragedia si svolgeva tra le mura domestiche, ma nessuno ne era a conoscenza, neanche la mia migliore amica Vera. Nascondevo accuratamente i segni di quella tragedia, che si svolgeva sempre meno spesso. Purtroppo, però, la mia pelle era molto sensibile e ogni livido ci metteva settimane a sparire del tutto. Le mie braccia erano sempre coperte da aloni giallastri e da altri viola, più recenti, più dolorosi.
Ricordo ancora quando successe la prima volta, non riuscivo a capire cosa stesse accadendo. Nella mia mente si accavallavano le immagini di una notte di qualche anno fa.
Il mio bambino aveva appena pochi mesi, non stava bene e aveva faticato ad addormentarsi. Royce tornò ubriaco fradicio da una cena in compagnia di amici, mi disse di spogliarmi e quando io gli feci notare che era tardi, che Anthony si era appena addormentato, che ero stanca e provata da una giornata faticosa e soprattutto che lui era troppo ubriaco per sapere cosa stava facendo, mi diede uno schiaffo sul viso. Non ero pronta a ricevere quel gesto, indietreggiai di qualche passo e quando mi rifiutai nuovamente di fare l’amore con lui, Royce mi bloccò i polsi e mi spogliò violentemente. Una sua mano mi chiuse la bocca, mentre con l’altra mi bloccava i polsi. Mi fece girare e con un braccio mi bloccò la vita e mi fece piegare in avanti. Da lì i miei ricordi erano un miscuglio di lacrime, urla e alla fine il mio bambino piangeva. Quel bastardo mi aveva ingannata, si era fatto vedere dolce e affettuoso, quando in realtà non lo era.
Da quella notte fu un continuo di abusi e violenze, io cercavo di difendermi e lui mi diceva che non dovevo farlo, che se mi riempivo di lividi era colpa mia, che se non fossi stata così fredda con lui non gli sarebbe servito l’alcol per amarmi. Alla fine cedevo sempre, lui era più forte di me e io non lo ero abbastanza da allontanarlo.
Il bastardo, poi, si sentiva in colpa e mi riempiva di gioielli e abiti, sperando così che io lo perdonassi. E in un certo senso io lo facevo, ero troppo attaccata a quel lusso sfrenato da avere il coraggio di andarmene. Anzi, forse a quello col tempo avrei imparato a rinunciare, ma come avrei fatto con mio figlio? Cosa potevo offrirgli fuori da quella casa? Niente.
Mi ripresi dal mio torpore quando la mia cameriera personale bussò ed entrò nel grande salone.
-Signora Rosalie, ci sono delle persone che la cercano. Hanno saputo, in città, che cerchiamo personale.-
-Li faccia entrare, Marjorie…-
-Sì, signora.-
Fece un inchino e uscì dalla stanza, tornando poco dopo con un uomo e una donna, in stato interessante, che dovevano avere all’incirca la mia età.
-Prego, accomodatevi.- Dissi, indicandogli il divano di fronte al mio. -Marjorie, ci faccia portare del tè.-
-Sì, signora.-
Li guardai, intimiditi e a disagio in quel lusso sfrenato che probabilmente non avevano mai visto.
-Come posso esservi utile?- Chiesi affabile.
Fu lui a parlare per primi. -Vede, signora King, noi…- Sembrava un pesce fuor d’acqua. Un atteggiamento così remissivo sembrava fuori luogo su un uomo di quella stazza. Era tremendamente bello, le sue spalle erano larghe e forti, i muscoli delle braccia disegnati sotto la camicia. I capelli lunghi e ricci cadevano morbidi sulla sua fronte e quegli occhi, azzurri come il cielo al crepuscolo, mi attiravano come una calamita. Erano così profondi e sembravano così feriti e tristi. Cosa affliggeva quell’angelo? Mi accorsi troppo tardi che il mio sguardo inquisitore lo stava mettendo in imbarazzo, così lo diressi su un punto indecifrato di fronte a me. Una signora non doveva farsi scoprire in certi atteggiamenti.
-Siamo in città da poco.- Proseguì. -Abbiamo sentito in città che avete bisogno di un nuovo stalliere…-
-Sì, purtroppo quello che c’era prima è morto in Guerra. Ho cercato di farmi insegnare quel che potevo su come si curano i cavalli, ma sono ancora tremendamente imbranata.-
-Bene, io sono cresciuto in una fattoria e con mio padre mi occupavo dei cavalli, potrei esserle utile.-
-Perfetto. Il lavoro è suo.- Quell’uomo mi ispirava fiducia, non potevo negargli un lavoro se me lo chiedeva, con quegli occhi poi. Allora realizzai una cosa importante: -Mi scusi, ma io non conosco il suo nome.-
Intervenne la donna: -Lo scusi, mio marito sa essere molto maleducato.- Gli diede un buffetto sul braccio. In realtà non lo avevo trovato per niente maleducato.
-Mi perdoni, signora. Io mi chiamo Emmett McCarty e questa è mia moglie, Lucy Bennett.-
-Molto piacere di conoscervi. Donovan?- Chiamai il maggiordomo, sapevo che si trovava sempre dietro la porta, quando mi intrattenevo a parlare con qualcuno, per indicargli la via d’uscita una volta terminata la conversazione.
-Sì, signora Rosalie?- Chiese, entrando nella stanza.
Mi rivolsi di nuovo ai miei ospiti. -Dove avete alloggiato finora?-
Mi rispose lei: -Alla pensione “Il vecchio treno”-
-Donovan, per favore, mandi qualcuno in città, alla pensione “Il vecchio treno” e faccia ritirare i bagagli dei signori McCarty. Se c’è un conto da saldare, faccia in modo che venga saldato.-
-Come desidera, signora.-
I miei nuovi dipendenti mi guardarono spaesati. -Mi assumete così, senza referenze, senza prove?-
-In tempi diversi mi sarei comportata in un altro modo, ma è troppo tempo che non faccio una cavalcata. Purtroppo non so sellare. L’avverto, signor McCarty, troverà la stalla in condizioni disastrose, ci sarà molto da lavorare.-
-La fatica non mi spaventa, signora.-
-Molto bene, allora andremo d’accordo.- Chiamai la mia fedele Marjorie, che arrivò tempestivamente.
-Per favore, mostri ai signori McCarty la loro stanza. Lo stalliere qui ha sempre avuto un ruolo molto rilevante, perciò ha stanza e bagno privati.- Mi affrettai a spiegare. -E dia una divisa alla signora, in questa casa le cameriere non sono mai abbastanza.-
-Oh, signora grazie.- Disse la donna, quasi in lacrime. -Non speravamo in tanta generosità.-
-Per così poco.- Sorrisi gentile. -Mi sembrate una coppia a posto e con un bambino in arrivo non si è mai pronti abbastanza.- I loro sguardi sembrarono indurirsi a queste mie parole. -Per qualsiasi cosa, chiedete a Marjorie, lei sarà lieta di aiutarvi. Per il vostro compenso e per il contratto, ne riparleremo. Potete cominciare a…-
Fui interrotta dal grido felice del mio Anthony. -Mamma, mamma!!- Corse ad abbracciarmi.
-Tesoro, non vedi che la mamma sta parlando con delle persone?- Subito lui si rintanò dietro la mia gonna e si mise a sbirciare. -Non nasconderti, non sta bene. Come si dice?-
Timidamente, si fece avanti. -Piacere di conoscervi, signori.-
Che cucciolo adorabile. -Bravo. Vai a mettere il cappotto, andiamo a fare una passeggiata.-
-Sììììììììììììì!!- Scappò via dalla stanza correndo, con la tata che cercava di stargli dietro. Risi di cuore.
-Scusate, i bambini.-
-Si figuri.- Mi rispose Emmett, che aveva guardato la scena sorridendo.
-Dicevo, potete cominciare a lavorare da domani. Prendetevi il tempo necessario a sistemarvi. Arrivederci.-
-Arrivederci, signora King, e grazie di tutto.-
Li congedai e andai in camera mia per prepararmi all’uscita. Andai in bagno e mi sciacquai il viso, sciolsi i capelli, liberandoli dalle forcine e sentendomi subito meglio. Raggiunsi l’armadio e infilai un soprabito leggero. Mi diressi verso la stanza di Anthony, per controllare che si coprisse bene. Purtroppo mio figlio era gracile e di salute cagionevole, lo facevo camminare molto e cercavo di fargli fare qualche sport, perché si irrobustisse. Con gli inverni gelidi di Rochester non si poteva scherzare.
Ero seduta su una panchina a leggere un libro, mentre il mio bambino giocava spensierato con il cucciolo di Beagle che era stato il suo regalo di compleanno.
-Mammaaaa!! Guarda Tommy che fa!!- Prese il cucciolo e gli fece fare una capriola sul prato.
-Attento, Anthony, così gli fai male.-
-Davvero?-
-Sì, tesoro mio.- Si era avvicinato per farsi abbracciare e coccolare. Gli diedi un bacio sulla testa scompigliandogli i capelli.
-Ma io non voglio fargli male.-
-E allora non farlo. Perché non cerchi un bastoncino di legno e glielo tiri, così lui te lo riporta?-
-Sììììì!! Mamma, che bella idea!!-
Era così pieno di entusiasmo, mi si scaldava il cuore a vederlo così felice. Le assenze prolungate di suo padre lo rendevano triste e spesso faceva capricci, così ero costretta a sgridarlo e metterlo in punizione, cosa che andava contro ogni fibra del mio essere. Per lui dovevo essere una madre e un padre; quando Royce tornava lo copriva di giocattoli, mentre io cercavo di non viziarlo troppo: non volevo che diventasse uno di quei bambini ricchi presuntuosi e viziatissimi che vedevo alle feste dell’alta società. Ma Royce cercava di compensare la sua assenza riempiendo la casa di giocattoli. Lui era il genitore buono e io quella cattiva. Ma sapevo che presto mio figlio sarebbe cresciuto e avrebbe capito. Non esistevano genitori buoni o cattivi, esistevano solo genitori presenti e non. Io davo al mio cucciolo tutto l’amore di cui ero capace, tutto l’amore che avrei voluto donare a mio marito, ma che lui aveva rifiutato, trattandomi come una bambola di pezza di cui servirsi quando i suoi istinti glielo chiedevano.
Un vento leggero e freddo mi fece svegliare dalla sorta di trance in cui ero caduta. Mi guardai intorno, ma non riuscivo più a vedere Anthony, né Tommy.
-Anthony? Dove sei?-
Corsi da ogni parte del giardino, ma non riuscii a trovarlo. Guardai la foresta di fronte a me, al limitare del parco, e un orribile pensiero mi attraversò la mente. La foresta non era molto fitta, ma se si fosse inoltrato non sarebbe riuscito a trovare la strada per il ritorno. Vidi una figura alta, in ombra, uscire dal boschetto, tenendo per mano un bambino. Le due figure erano seguite dal cagnolino. Quando furono illuminati dagli ultimi raggi di sole della giornata, riconobbi Emmett.
Anthony corse verso di me. -Mamma, avevo tirato il legnetto troppo lontano e Tommy era scappato nella foresta, gli sono corso dietro, ma mi sono perso.- Mi disse queste parole con aria colpevole.
-Anthony, quante volte ti ho detto che non devi entrare nel bosco?-
-Scusa, mamma, non volevo…-
-Mi hai fatto prendere uno spavento…-
-Signora, non si preoccupi, non era molto lontano. Stavo facendo un giro per controllare le condizioni della stalla e l’ho trovato lì vicino.-
-La ringrazio infinitamente. Non so come sdebitarmi.-
-Ma si figuri, lei mi ha dato un lavoro, è molto più di quanto io abbia fatto per lei.-
-Grazie…- Abbracciai il mio bambino. -Adesso torniamo dentro casa, comincia a fare buio ed è troppo freddo per stare fuori.-
-Va bene mamma. Ciao signor Emmett!!-
-A domani e grazie di tutto.-
Tornai verso la villa e così fece il nuovo stalliere, passando dalla zona della servitù. Lo guardai andare via affascinata.
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3. ambientarsi

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Ven Giu 26, 2009 11:06 am

Le stanze e i corridoi di quella villa sembravano infiniti. Stavamo camminando da diversi minuti, mentre Marjorie ci istruiva sui nostri compiti.

-Io sono la cameriera personale della signora Rosalie, che per voi è la signora King, e tutto il personale che lavora all’interno della villa risponde a me. Qualsiasi cosa tu voglia fare, Lucy, dovrai prima parlarne con me. Invece tu, ragazzo, ti darò le chiavi della stalla e per quella dovrai arrangiarti da solo. La signora ne ha una copia, lei va e viene come più le aggrada. Chiaro?-

-Sì- Rispondemmo in coro. Mi sembrava di ascoltare il generale del mio reggimento, durante la guerra. Sicuramente gestire una casa del genere non era un’impresa facile.

-Per i pasti, dovrete recarvi in cucina. La colazione è alle sei, il pranzo a mezzogiorno e la cena alle sette. Noi mangiamo prima dei padroni, ma se vi capiterà di avere fame, parlo soprattutto con te, Lucy, le cuoche saranno sempre a vostra disposizione e la cucina sempre aperta.-

-E dove si trova la cucina?-

-Lì…- Ci indicò una stanza alla nostra sinistra. -Presto vi abituerete alla vita qui e saprete orientarvi meglio. Quest’ala è dedicata alla servitù. Le stanze da letto dei signori sono al piano di sopra. Eccoci, siamo arrivati. Questa è la vostra stanza. Per oggi avrete il tempo di ambientarvi. Domani troverò qualcosa da farti fare.- Disse rivolgendosi a mia moglie. -E per te, ecco le chiavi della stalla. Se vuoi, puoi cominciare a dare un’occhiata per organizzarti il lavoro di domani. È un piacere avervi con noi, a stasera, per la cena.-

-Grazie mille, a stasera.-

La governante ci salutò con un sorriso e noi entrammo nella nostra stanza. Era ampia e luminosa, un grande letto troneggiava di fronte alla porta, c’era un armadio sulla nostra destra e una toletta sulla sinistra. Alla finestra c’erano tende ricamate e sul lato opposto alla finestra, una porta portava al nostro bagno privato. Le pareti erano coperte da carta da parati color panna e il pavimento era in parquet chiaro. La famiglia King doveva essere davvero facoltosa per potersi permettere alloggi del genere persino per la servitù.

-Accidenti, questa stanza è la più bella che abbia mai visto in vita mia!- Intervenne Lucy. -Hai visto che letto? E abbiamo addirittura un bagno privato, non ce l’avevo neanche a casa mia! E la casa… La casa è indescrivibile, così lussuosa, ispira ricchezza al primo sguardo-

-Calmati, Lucy. Noi siamo qui per lavorare, non dimenticarlo. Non siamo i padroni di casa e possono buttarci fuori da un momento all’altro, se non adempiamo al nostro dovere.-

Cadde pesantemente sul letto. -Come sei pessimista. Ecco, mi hai smontata. Bhè, fai come ti pare, io vado a farmi un bagno. Abbiamo anche la vasca, incredibile!-

-Ecco brava, sparisci.- Le dissi brusco, mentre tiravo fuori dalla piccola borsa che avevamo portato dei vestiti.

-Perché sei così cattivo con me?- Mi si avvicinò e mi abbracciò, la sua pancia, ormai di sette mesi, che creava ingombro.

-Non sono cattivo. Sono stanco e cerco di farti rimanere coi piedi per terra, cosa che tu non sembri fare.-

-Bhè, scusa se io sono venuta qui con te per migliorare la nostra vita, per avere un futuro insieme, io, te e il bambino.-

-Sì, a fare da servi a un mucchio di ricconi.-

-Un giorno saremo ricchi anche noi. Questo è solo un ripiego. Metteremo da parte i soldi e poi…-

-E poi? E poi cosa, Lucy? Non c’è un poi!- Le urlai contro. Non sopportavo quel suo modo di fare, quel suo creare castelli in aria, che non avevano nessun fondamento.

-Bene, un poi non ci sarà. Ora scusa, ma devo andare a farmi una doccia.- La sua voce era spezzata dal pianto, si rintanò in bagno.

Non volevo essere cattivo con lei, ma mi veniva naturale. Era più forte di me.



Non mi cambiai ed uscii dalla nostra stanza. Raggiunsi l’enorme giardino dalla porta riservata alla servitù, chiesi informazioni e mi diressi verso la stalla. Non ero uno a cui piaceva perdere tempo, dovevo controllare se la stalla fosse davvero in condizioni così disastrose, come aveva detto la signora King.

La signora King…

Che donna bellissima. Sembrava una ninfa, una dea, una di quelle creature mitologiche dalla rara bellezza di cui mi parlava mia madre, quando ero piccolo, per farmi addormentare. Non sapevo neanche che età avesse, ma al massimo le avrei dato venticinque anni. La sua pelle liscia e bianca, i capelli biondi che le ricadevano mossi sulle spalle e quegli occhi blu, che mi osservavano, come profondi pozzi che riflettevano la luce del sole, ma che di notte erano misteriosi e celavano ombre. Avevo letto dolore nei suoi occhi, e paura. Per un attimo avevo scorto lo stesso sguardo di tante donne rinchiuse nei lager nazisti, che avevo avuto la sfortuna di visitare durante la Guerra. Mi era sembrata un uccello chiuso in gabbia, che non avrebbe mai più volato assaporando la libertà che solo il volo può offrire.

Perdermi in quegli occhi sarebbe stata la cosa più bella del mondo, non avrei voluto altro. Ma accanto a me c’era Lucy, mia moglie… Mi tornarono in mente le parole che mi aveva detto qualche mese prima:



-Devo parlarti, Emm…-

-Dimmi tutto, ti ascolto.-

-Io…- Un sospiro pesante. -Aspetto un bambino.-

Il mio sangue si gelò nelle vene. -Cosa?-

-Io… È tutto sbagliato, non sarebbe dovuto succedere…- Calde lacrime le solcarono il viso.

-Sei incinta?-

-Sì…-

-Ma come… È possibile…-



Lo shock fu tremendo, una cosa del genere non me la sarei mai aspettata. Aveva ragione lei, non sarebbe dovuto succedere, era tutto sbagliato, soprattutto perché…

-Chi è lei?-

Trasalii, svegliato dai miei pensieri. A farmi quella domanda era stato un uomo, probabilmente il giardiniere, che mi aveva visto vicino alla stalla e si era insospettito. Giustamente. Non mi aveva mai visto.

-Salve, mi chiamo Emmett, sono il nuovo stalliere.- Gli mostrai le chiavi.

-Oh, mi scusi. Sa, non l’avevo mai vista…-

-Non si preoccupi, ha fatto bene.- Gli porsi la mano, che lui strinse con forza.

-Piacere di conoscerla, io sono Eric, il giardiniere.-

-Piacere mio. Possiamo darci del tu?-

-Certamente. Quando sei stato assunto?-

-Poco fa. La signora mi ha detto di cominciare domani, sono venuto a controllare il lavoro che mi aspetta.-

-Auguri! Io mi sono limitato a dar da mangiare ai cavalli, ma non ho toccato niente. È un vero casino là dentro.-

-Bene, allora la signora aveva ragione.- Meglio così, pensai. Meno tempo passavo in compagnia di mia moglie, meglio sarei stato.

-È bella la signora, vero?-

-Molto…- Non potei che assentire, bella era troppo poco per descriverla.

-Il signor King è un uomo fortunato. Ha una donna bella, elegante, gentile e raffinata.-

-Anche il signore cavalca?-

-Quando è in casa sì. Ma non c’è quasi mai. Sta sempre in giro per il mondo a concludere affari, a divertirsi. Gli ultimi pettegolezzi dicono che abbia diverse amanti, sparse per il globo.-

-E tu ci credi?-

-Non lo so… Alle cameriere piace tanto raccontare cattiverie sulle loro padrone, soprattutto se sembrano delle dee. Molti la chiamano “Regina delle Nevi”, dicono che sia fredda come un ghiacciolo, per questo suo marito cerca calore nelle braccia di altre donne.-

-Che cattiveria…-

-Sì, è vero. La gente è invidiosa e si sfoga così. Ma non credo che tutto quello che dicono sia vero. Spesso mi sono chiesto perché i signori hanno un solo figlio. Insomma, se io avessi una moglie così…- Mi lanciò uno sguardo eloquente. -Mi capisci, no?-

-Certo…- Come non capirlo. Con una moglie così non mi sarebbe mai venuto in mente di andare con altre donne.

-Chissà se è davvero fredda come dicono… Per le poche volte che ci ho parlato, mi è sembrata molto affettuosa…- Sembrò pensarci su per un po’. -Bhè, sicuramente io non lo scoprirò mai!- Scoppiò in una fragorosa risata che coinvolse anche me. Era tanto che non ridevo così.

-Alla prossima, Emmett.-

-Alla prossima.-

Chiacchiere di palazzo. Lucy ne sarebbe andata pazza. Probabilmente, quando sarei tornato nella nostra stanza, mi avrebbe raccontato tutto quello che era riuscita a scoprire.

Aprii la stalla, timoroso di quello che vi avrei trovato. L’odore forte, tipico di quegli ambienti, mi travolse. Nessuno metteva le mani lì dentro da un bel po’ di tempo. Tre splendidi cavalli, uno nero, un baio e uno dal pelo chiaro, riposavano nei loro recinti. Decisi di mettermi subito all’opera, sperando che il giorno dopo quell’odore sarebbe stato più tenue.



Persi completamente la cognizione del tempo. Chissà che ora era. Quanto tempo avevo passato lì dentro? Abbastanza da avere caldo e sudare. Mi ero tolto la camicia, rimanendo solo con i pantaloni e i guanti. Dalla poca luce che rimaneva, avevo capito che stava per farsi notte. Mi lavai all’abbeveratoio che avevo appena pulito e di cui i cavalli non si servivano, poi mi rivestii. Stavo chiudendo la stalla col lucchetto, quando sentii dei rumori provenire dal boschetto lì vicino. Sembravano l’abbaiare di un cucciolo e le grida di un bambino.

Raccolsi le coperte che dovevo far lavare da terra e camminai verso i rumori che avevo sentito.

Trovai il figlio della signora King che giocava con un adorabile cucciolo di beagle.

-Ciao.- Lo salutai, sperando che mi riconoscesse.

-Ciao.- Mi rispose con un sorriso. Aveva i capelli biondi della madre e gli occhi cerulei.

-Cosa ci fai qui?-

-Gioco con Tommy.- Mi rispose, come se fosse la cosa più normale del mondo che un bambino giocasse con un cane dentro una foresta.

-La tua mamma lo sa che sei qui?-

Ci pensò su per un po’, poi mi rispose. -No, mi sa di no.-

-Non credi che sarà preoccupata? Da quanto tempo sei nella foresta?-

Di risposta, alzò le spalle e scosse la testa.

-Sarà meglio tornare da lei, prima che si spaventi. Sai dov’è?-

-È in giardino. Stava leggendo.-

-Dammi la mano.-

Mi obbedì e chiamò il suo cangnolino, che si mise alle nostre spalle scodinzolante.

-Ma tu come mai sei qui?- Mi chiese.

-La tua mamma mi ha assunto per curare i cavalli.-

-Forte… E mi insegnerai come si fa?-

-Certo, se lo vorrai…-

-E anche a cavalcare?-

-Certo.-

-Che bello!!-

Saltellò per tutto il resto del tragitto. Come avevo pensato, sua madre era preoccupata. Da come lo abbracciò quando glielo riportai, capii che quel bambino era tutta la sua vita, lo amava più di quanto fosse possibile.

-Grazie.- Mi disse prima di congedarmi. Quella parola era intrisa di gratitudine e dolcezza. No, non era possibile che fosse così fredda come Eric mi aveva detto.



Come sospettavo, una volta tornato in camera mia, Lucy aveva fatto incetta di pettegolezzi e mi raccontò tutto quello che aveva scoperto. Non avevo voglia di ascoltarla, l’astio nei suoi confronti arrivava anche a quello.

-Non vorrai consumare tutti i pettegolezzi per stasera?!- Era più un’affermazione che una domanda e lei sembrò rimanerci male. -Dai, andiamo a cena.-

Mio malgrado, cercai di sorriderle.


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4. Travolgente attrazione(1°parte)

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Mer Lug 08, 2009 10:30 am

Erano passati due mesi da quando avevo assunto Emmett. La mia cavalcatura andava migliorando sempre di più, inoltre lui mi aveva insegnato a strigliare Sparkling, la mia bellissima cavalla dal pelo chiaro, che al sole brillava d’oro come i miei capelli. Stavo imparando anche a sellarla e ora riuscivo a fare quasi tutto da sola.
Stava facendo un ottimo lavoro anche con Anthony, a cui il padre aveva comprato un pony. Mio figlio sembrava adorare Emmett; in realtà, tutti nella casa sembravano adorarlo. Ed io… Era innegabile che quell’uomo esercitasse un certo fascino, su di me. Forse era la sua bellezza rude e travolgente, o forse la gentilezza innata che vedevo in ogni suo gesto verso i cavalli, verso suo figlio, verso di me.
Avevo saputo dalla fidata Marjorie che tra lui e sua moglie le cose non andavano molto bene, che spesso lui passava le notti nella stalla, lasciandola sola. La cosa mi sembrò molto strana, nonostante sapessi che una donna in stato interessante potesse essere nevrotica, a volte. Ci ero passata anch’io e, soprattutto alla fine, ero diventata insopportabile.
Pensai che presto sarebbe passata e sarebbero tornati ad essere una coppia felice. Questo pensiero mi rese triste, facendomi tornare in mente i primi tempi del mio matrimonio, i tempi in cui Royce era dolce ed affettuoso con me, i tempi in cui facevamo l’amore tutte le notti trasportati dalla passione, i tempi in cui per i suoi occhi esistevo solo io.
Poi ero rimasta incinta, era nato Anthony e le cose non erano più tornate come prima. Poco a poco il comportamento di mio marito nei miei confronti era cambiato. Io ne avevo parlato con mia madre, ma lei mi aveva detto di restare accanto a lui, che non avrei dovuto rinunciare alla mia posizione sociale, che avrei dovuto fare dei sacrifici e accettare in silenzio tutto quello che mio marito mi diceva. In più mi vergognavo troppo di dirlo a Vera, la mia migliore amica che aveva una vita perfetta, così ero chiusa nel mio guscio e nessuno aveva il permesso di entrarci.
Fortunatamente era inverno e nessuno mi parlava alle spalle per le mie camicie lunghe e coprenti. Non mi importava delle cose che mi dicevano dietro, ma a volte la testa mi scoppiava, a forza di sentire dicerie.
Passavo molto tempo a parlare col nuovo stalliere, era simpatico e affabile, con lui mi sentivo a mio agio. Senza contare che era terribilmente sexy e ogni volta che si accucciava per prendere qualcosa, rimanevo affascinata dalla perfezione del suo sedere. Mi sarebbe piaciuto da matti andare lì e provare se al tatto era così perfetto come sembrava.
Ed ero quasi sicura che lui facesse lo stesso con me. Molte volte mi perdevo osservandolo, puntavo i miei occhi su di lui e li spostavo solo quando lui si girava a guardarmi, facendomi imbarazzare per quegli sguardi furtivi. Spesso lo trovavo a fare lo stesso. C’era qualcosa che ci attraeva, che ci metteva in condizione di avvicinarci sempre di più l’uno all’altra. Per quanto sapessi che quel comportamento era sbagliato, non riuscivo a fare a meno di quegli sguardi, mi facevano sentire come non mi sentivo da anni: desiderata. Gli uomini mi guardavano sempre, ma le loro occhiate manifestavano un desiderio carnale che mi ripugnava. Invece, con Emmett, mi sembrava di tornare a quando ero diciottenne e gli uomini mi guardavano per corteggiarmi, sperando che li notassi e decidessi di accettare la loro corte. Nessuno guardava in quel modo una donna sposata, non ce n’era motivo. Nell’alta società i tradimenti tra marito e moglie erano all’ordine del giorno e in molti speravano di poter tradire le proprie mogli con me, ma io non davo quel tipo di soddisfazione a nessuno. La Regina delle Nevi era inavvicinabile, lo sapevano tutti. E, almeno in quell’ambito, ero contenta che mi avessero affibbiato quel nomignolo dispregiativo.
Mi stupivo comunque del fatto che emmett mi guardasse in quel modo, in fondo lui era sposato e sua moglie stava per dargli un figlio. A volte lo avevo visto trattare in modo glaciale sua moglie e anche questo mi lasciava interdetta. Cosa nascondeva quell’uomo meraviglioso, cosa aveva nel cuore? Cosa poteva esserci di così terribile da spingerlo a detestare la propria donna e il suo stesso figlio?
Royce aveva passato a casa l’ultimo weekend. Era Lunedì mattina, io ed Anthony stavamo facendo colazione in sala da pranzo. Mio marito ci raggiunse, già vestito e pronto a partire. Andò a salutare nostro figlio, poi venne da me e mi diede un bacio leggero sulla guancia. Rimasi indifferente a quel gesto. I pochi tocchi romantici che mi dedicava erano ben poco rispetto all’orrore che dovevo subire quando lui era a casa. Ricordai la notte prima e sentii il mio corpo dolorante lamentarsi.
Finalmente se ne andò, così io accompagnai mio figlio a scuola. Di solito lo faceva la tata, ma sentivo il bisogno di cambiare aria, di uscire da quella casa, anche se per poche ore.
Il resto della mattinata lo passai a vedere tessuti, con i quali avrei fatto cucire gli abiti che disegnavo per hobby, scarpe, gioielli, qualsiasi tipo di negozio.
A pranzo andai da Vera, parlammo per ore di quanto fossimo felici dell’amicizia dei nostri figli e le dissi che sarebbe dovuta passare da me più spesso, per farli giocare insieme nel parco, cosa rara in una città, dove a prevalere era il cemento.
Poi andai a riprendere Anthony e tornammo a casa. Lui andò in camera sua a fare i compiti, mentre io mi cambiai e decisi di sfruttare le poche ore di sole che rimanevano per cavalcare un po’. Volevo svuotare la mente e perdermi nei suoni della natura. Arrivai in fretta alla stalla.
-Buon pomeriggio, Emmett.-
-Signora.- Mi rispose lui, cordiale come sempre.
-Può aiutarmi a sellare Sparkling? Oggi mi sento un po’ indolenzita.-
-Certo, signora, non c’è problema.- Rimanemmo in silenzio, mentre sellavamo la mia cavalla. -È silenziosa oggi.- Mi fece notare.
-Sì, è vero.- Sorrisi, cercando di svagare.
-Capita anche a me, a volte.-
-Qualcosa che non va?- Gli chiesi. Mi interessava davvero.
-Niente di che, le solite cose.-
-Sì, anche per me.- Sorrisi senza allegria, così come fece lui. -Può aiutarmi a salire? Ieri sono caduta e le gambe non mi reggono molto.-
-Certamente.- Con una mano mi indicò la staffa destra della sella, sulla quale ero solita salire, e mi sorrise. Il suo sorriso era terribilmente contagioso, con quelle fossette sulle guance, che lo rendevano ancora più eccitante. Prima di perdermi in pensieri non adatti a una donna sposata, misi il piede nella staffa e con le mani mi aggrappai alla sella. Le sue mani circondarono la mia coscia mentre mi davo una spinta sufficiente a salire sull’animale in attesa, il tessuto dei pantaloni fece scivolare le mani dello stalliere, le cui dita arrivarono a sfiorare la parte più intima e nascosta del mio corpo. Quel gesto involontario mi fece fremere e un brivido mi attraversò tutto il corpo. Non avevo mai desiderato un contatto fisico tanto come quello.
Prendimi qui, ora!!
Oddio, ma cosa andavo a pensare? Non erano né il luogo, né il momento, né la persona adatta per fare quei pensieri. Dovevo andare via da lì e dovevo farlo in fretta.
-Grazie...- Dissi con un filo di voce.
-Di niente...- Rispose lui con la voce roca quanto la mia, una voce terribilmente eccitante.
Scappai letteralmente da quel luogo per andare a godermi l’aria fredda di quel pomeriggio di Novembre, sperando che sarebbe servita a placare quel fuoco che avevo sentito avvampare dentro di me pochi attimi prima.
Regina delle Nevi un cazzo!!
Stavo diventando anche volgare.
Cercai di pensare il meno possibile a Emmett, anche perché se mi azzardavo a farlo passare nella mia mente, non immaginavo altro che lui sopra di me, presi entrambi da un amplesso incontrollabile.
E cercai di non pensare neanche alla notte prima, in cui Royce era tornato per l’ennesima volta ubriaco dal club di uomini per bene e spropositatamente ricchi che frequentava nel poco tempo che si degnava di passare con la sua famiglia.
Tornai nella stalla dopo poco più di un’ora, già era notte ed era pericoloso rimanere nella foresta, nonostante stessi seguendo il sentiero. Portai Sparkling nel suo recinto, aiutata da Emmett che aveva preso le redini e mi guidava, come si faceva con i bambini. Stava già andando a toglierle il morso dal muso, quando decisi di scendere dalla sella. Probabilmente scelsi il momento sbagliato, perché una volta poggiato il piede sinistro a terra sentii la gamba cedere.
-Ahi!!- Soffocai un grido di dolore.
-Attenta!!- Disse lui allarmato, quasi urlando.
Sarei caduta rovinosamente se dietro di me non ci fosse stato lo stalliere, che mi sorresse con le sue braccia. La mia schiena aderì perfettamente al suo torace possente, del quale sentii tutti i muscoli tesi e contratti nell’atto di sorreggermi. Anche le sue braccia erano forti e ben tornite, sentivo i suoi bicipiti premere sui miei fianchi, vicino al seno, sotto il quale una sua mano era poggiata, l’altra mano sul mio ventre. Mi sentivo bruciare. Il desiderio di lui era così forte da farmi girare la testa.
Mi voltai per guardarlo negli occhi e ringraziarlo. Respiravo a fatica e le sue braccia ancora intorno a me non aiutarono. Mi ritrovai il suo petto davanti. Ma quanto era alto? Alzai la testa e incrociai i suoi cocchi azzurri, sentivo il suo respiro sul mio viso. Mi persi del tutto nell’odore di maschio che Emmett emanava.
-Gr... Grazie...- Riuscii a biascicare, non so come. Credevo di aver perso l’uso della parola.
-Non... Non c’è di che...- Lui era emozionato quanto me.
Avanti, cosa aspetti? Fammi tua!!
Mi scostai velocemente da quell’abbraccio involontario e lui fece lo stesso. Avevo quasi paura che lui avesse potuto ascoltare i miei pensieri. Magari lo avesse fatto! Desideravo ardentemente appartenergli, quei tocchi così ravvicinati mi avevano fatta eccitare tremendamente. Dovevo correre via il più velocemente possibile.
-Sarà meglio che vada, o penseranno che sia sparita. Arrivederci, Emmett.-
-Arrivederci signora.-
L’aria gelida della sera mi fece riprendere un po’, respirai aria pura, priva dell’odore inebriante di quell’uomo rude e affascinante e terribilmente sexy e... Basta!!
Cenai col mio bambino, poi lo portai in camera sua per fargli fare il bagno e metterlo a letto. Gli lessi qualche pagina di un libro di favole, prima che crollasse, stanco della giornata appena conclusa. Andai verso la mia stanza, sperando che il sonno mi avrebbe dato sollievo. Sempre che non avessi sognato stalle e amplessi... Emmett!!


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4. Travolgente attrazione(2°parte)

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Mer Lug 08, 2009 10:30 am

Scossi la testa violentemente, prima di entrare in camera. Accesi la luce e mi guardai intorno. Marjorie aveva pulito e riordinato, ma io sentivo ancora l’odore del mostro, lì dentro. Aprii la finestra e inspirai a pieni polmoni. Intravidi la stalla. Quasi ogni volta, la notte dopo la partenza di Royce mi andavo a rintanare lì dentro, ma da quando avevo assunto Emmett non ce n’era stata occasione, dato che mio marito non era mai tornato a casa. Portavo ancora gli abiti del pomeriggio, presi un cappotto, le chiavi del mio rifugio e corsi lì.
Entrai senza fare rumore e accesi una delle lampade ad olio che trovai lì vicino. Da un lato c’era un mucchio di paglia messo lì, quasi come un materasso. Ero quasi sicura che quel pomeriggio non ci fosse. Presi una striglia e mi avvicinai a Sparkling che non stava ancora dormendo. Calde lacrime riempirono i miei occhi, per poi ricadermi sul viso. Tutto quello che avevo cercato di sopprimere durante la giornata stava salendo a galla. Mi sentivo al sicuro, nessuno sarebbe venuto a cercarmi lì a quell’ora. In quel luogo potevo sfogare ogni mia frustrazione, incurante di quello che accadeva fuori. Presto i miei singhiozzi riempirono l’aria, così che non sentii la porta aprirsi cigolando e i passi che si avvicinavano.
-Chi c’è?-
Quella domanda arrivò alle mie orecchie come un urlo e mi fece saltare spaventata.
-Oddio!!-
Emmett si affacciò nel recinto da cui avevo risposto.
-Oh, è lei signora. Scusi, credevo che a quest’ora non ci fosse nessuno.- Non risposi e mi voltai, dandogli le spalle. Lui si avvicinò lentamente. -Tutto bene?-
Cercai di asciugare le mie lacrime col dorso delle mani, quando sentii una mano posarmisi sulla spalla. Mi girai di scatto, guardandolo dritto negli occhi. Dalla sua espressione capii che vedermi in quel modo, sola e disarmata, con gli occhi rossi e lucidi, gli stava facendo male. In qualche modo riuscì a farmi stare meglio.
-Mi scusi, Emmett, io...- non riuscii più a parlare. Era vicino, terribilmente vicino, pericolosamente vicino. Qualcosa dentro di me mi diede coraggio, le sue labbra erano così belle e carnose che il gesto che feci mi sembrò del tutto spontaneo: portai una mano su quella bocca perfetta e l’accarezzai, spostando poi il braccio dietro il suo collo. Mi avvicinai a lui, alzandomi in punta di piedi e gli diedi un bacio leggero, salvo poi allontanarmi immediatamente.
-Scusa...- Dissi, ancora col fiato corto. -Scusa, non avrei dovuto.-
Stavo per andarmene, ma sentii il mio polso trattenuto e un braccio circondarmi il fianco e farmi girare. Le sue labbra furono sulle mie, decise e sicure di quel gesto, tanto aspettato e voluto da entrambi. Le nostre bocche si muovevano appassionate l’una sull’altra, mentre la mia lingua assaporava la sua, godendo di quel sapore che tante volte aveva immaginato.
Le mie braccia si ancorarono al suo collo quando lui mi prese in braccio e mi poggiò su uno dei recinti più bassi. Circondai i suoi fianchi con le gambe, mentre le mie mani si muovevano frenetiche per aprirgli la camicia. Le sue mani su di me facevano lo stesso. Avevo perso ogni inibizione, ogni buona intenzione era andata a farsi fottere. Letteralmente.
Chissà come, i nostri pantaloni volarono via e la stessa fine fece la biancheria. Fortunatamente per cavalcare usavo della biancheria vecchia, non avrei sopportato che uno dei miei reggiseni di pizzo fosse buttato per terra in un luogo come quello.
Eravamo nudi, accaldati, eccitati a morte. Lo volevo mio, volevo che mi possedesse il più presto possibile. Mi prese di nuovo in braccio e mi portò verso il giaciglio di paglia che avevo notato all’ingresso. Mi fece sdraiare e io aprii le gambe per accoglierlo. La sua eccitazione premeva tra le mie cosce.
-Aspetta...- Lo bloccai un attimo prima che fosse troppo tardi. Non diedi tempo a nessuno dei due di riprendere fiato, non volevo che si fermasse e non mi stavo pentendo di quello che stava per succedere. -Non farmi male, ti prego.-
Solo allora lui sembrò vedere i miei lividi. -Tranquilla, non te ne farò.-
Fu finalmente dentro di me, quanto lo avevo desiderato, lo avevo voluto come non avevo mai voluto nessuno. Era forte e possente, ma i suoi gesti su di me non facevano male. Mai avevo provato un piacere simile, neanche nei primi tempi del mio matrimonio. Quello che stavo provando era indescrivibile, le sue labbra su di me, le sue carezze, poi le sue mani e le mie, che si cercavano, si intrecciavano, si stringevano. I nostri respiri affannati erano sincronizzati, i nostri cuori andavano a mille, i nostri gemiti erano sempre più forti, tutti e due stavamo per raggiungere l’apice del piacere, lo sentii che stava per allontanarsi da me, cosa giusta dopotutto, nessuno dei due desiderava ricevere una sorpresa, nove mesi dopo, ma ero sicura che se anche fosse venuto dentro di me, nessuno sarebbe venuto a coglierci di sorpresa, i miei conti li sapevo fare e mio marito era appena andato via. Facevo sempre tutti i conti del caso, quando Royce annunciava il suo ritorno, per evitare di rimanere incinta.
Così strinsi le gambe intorno alla sua vita e lo spinsi più forte dentro di me, facendogli un cenno con la testa.
-Non ti preoccupare.-
Venimmo insieme, l’uno dentro l’altra. Brividi e fremiti mi scossero dalla testa ai piedi, raggiungendo il massimo tra le mie gambe.
Lo baciai di nuovo, mordendogli leggermente le labbra. Nessuno dei due voleva muoversi da quella posizione.
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5) confidenze

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Lun Lug 13, 2009 11:18 am

La sicurezza delle sue parole e dei suoi gesti rese sicuro anche me. L’ultima cosa che volevo era un’altra gravidanza indesiderata. Ma Rosalie mi aveva detto di non preoccuparmi e in quel momento quelle parole erano tutto ciò che volevo sentire.
Venni dentro di lei appagando il desiderio sopito negli ultimi mesi. Mi baciò di nuovo, mordendomi le labbra. Chi era il folle che l’aveva soprannominata Regina delle Nevi!? Il calore che lei era stata capace di darmi non lo avevo sentito da nessuna delle donne con cui ero andato a letto.
Restammo incatenati l’uno all’altra per un’eternità. Nessuno dei due era capace di muoversi. Ci volle un bel po’ prima che i nostri respiri tornassero normali e la galoppata furente dei nostri cuori diventasse una passeggiata tranquilla.
La baciai per un’ultima volta e poi mi spostai, provando una fitta in petto. Sarei rimasto in lei per l’eternità, se avessi potuto. Mai una donna aveva esercitato su di me il fascino che inconsapevolmente Rosalie esercitava. Da quando l’avevo vista la prima volta in me era cominciato un turbinio violento e incontrollabile. Ogni giorno aspettavo impaziente che lei arrivasse nella stalla, per poter almeno starle accanto. Ero sicuro che una donna del suo rango non si sarebbe mai abbassata a guardare uno come me, uno spiantato che per campare faceva lo stalliere. Invece trovai in lei la stessa ansia che avevo io, ogni volta arrivava da me quasi correndo. Immaginavo spesso di prenderla e farla mia, di farla godere e di godere anch’io dei suoi gemiti. Ma mai avrei immaginato che sarebbe stato così, al di sopra di ogni mia più rosea previsione.
Quel pomeriggio avevo sfiorato l’interno delle sue cosce; era stato un gesto involontario, ma aveva suscitato in me una reazione violenta, mi ero eccitato terribilmente, vedendola istantaneamente gemere sotto di me, nella mia mente. Quando poi era tornata ed era caduta tra le mie braccia dovetti ricorrere a tutte le mie forze per non soddisfare la mia voglia di lei e mi ero perso nel suo profumo di rosa e lavanda.
Mi sdraiai accanto a lei, su quella specie di materasso che creavo ogni notte per non dover dormire nello stesso letto di mia moglie, portandomi un braccio sotto la testa perché mi facesse da sostegno. La guardai fare lo stesso, cercare di coprirsi più possibile con l’altro braccio e incrociare le gambe. Il suo corpo era perfetto, un disegno perfetto di Dio che aveva voluto donare al mondo una creatura simile che ci facesse rendere conto di quali prodigi era capace. L’unica cosa che stonava, ma non per questo la rendeva meno bella, erano le macchie che aveva sulle braccia e sulle gambe. Andavano dal giallo sbiadito al viola acceso. Chissà cosa...
-Perché hai tutti questi lividi?- Le chiesi, sfiorando il suo corpo con le dita e vedendola rabbrividire al mio tocco. Ormai il “lei” si era abolito da solo. La vidi chiudersi su se stessa e assumere un’aria contrita.
-Io... Sono molto sbadata. Inciampo spesso e sbatto ovunque.- Non sembrava crederci molto. –E poi ho la pelle delicata, alcuni di questi lividi sono vecchi di mesi.-
Detto questo si chiuse ancora di più, credo che se avesse potuto sarebbe scomparsa. Eppure l’avevo appena vista completamente nuda e priva di ogni inibizione e pudore.
-Perché cerchi di coprirti?- Dissi, mentre cercavo di farle allungare le bellissime gambe. Alle mie parole il suo viso assunse un’adorabile colorito rosso. -Va bene, ho capito...- Risi di quel suo ritrovato pudore, facendola arrossire ancora di più. Mi alzai e andai a prendere una delle coperte con cui avrei dovuto coprirmi quella notte, prima che trovassi un modo più piacevole di scaldarmi. Mi accucciai per prenderne una, sapendo di essere guardato. Lo faceva ogni volta. Sentivo il suo sguardo sensuale su di me e questo mi faceva impazzire. Se fosse dipeso da me l’avrei presa di nuovo lì. Era già nuda e sdraiata, pronta ad accogliermi di nuovo tra le sue gambe. Non si sarebbe tirata indietro, ne ero sicuro. Ma mi trattenei il più possibile. Per me il mio matrimonio non contava più niente, era solo una farsa. Ma lei? Lei aveva un marito e anche se non lo avevo visto quasi mai in giro per la villa, ero sicuro che tra loro un rapporto intimo esisteva. D’altronde quale uomo non avrebbe desiderato fare l’amore con quella donna perfetta ed eterea?
-Una coperta da cavallo?- Chiese vedendomi tornare indietro con la coperta che nascondeva la parte di me che non voleva rinunciare a fare l’amore con lei di nuovo.
-È una coperta normalissima. E stai tranquilla, è pulita.- Le sorrisi e aprii la coperta posandola su di lei. Si rilassò e il suo corpo si mosse sotto quella copertura leggera. La raggiunsi, sdraiandomi accanto a lei e abbracciandola.
Tutt’a un tratto si fece cupa, il suo viso sembrò contratto da una smorfia di dolore.
-Cosa c’è?- Volevo sapere cosa stava passando per quella sua adorabile testolina. Non avrei permesso a niente e nessuno di farle male. Ma se a causare quel dolore fossi stato io?
-È solo che... Tutto questo...- Con le braccia, che aveva tirato fuori, indicò il luogo in cui eravamo sdraiati. –È tutto sbagliato!-
La mazzata era arrivata. Stavolta fu il mio viso ad essere attraversato dal dolore. Se ne accorse.
-Non... non dipende da te, insomma... È stato fantastico, io non avevo mai... Ma... È che... Oddio, panico...-
-Ahahah!!- Scoppiai a ridere fragorosamente.
-Non prendermi in giro, sono seria. Io... Sono sposata.- Ecco, lo sapevo. Dovevo sapere che suo marito era più importante di me. Dopotutto era una donna ricca e sola che passava il suo tempo a non fare niente. Chissà quante scappatelle aveva avuto prima di me. -E lo sei anche tu...- Avrei avuto molto da ridire su quest’ultima affermazione, ma tecnicamente era giusta.
-Non dico di non averlo voluto. Io...- Il suo viso si imporporò di nuovo. -Io non avevo mai voluto nessuno come ho voluto te, neanche mio marito... Ma non avrei mai immaginato che... Che... Io non avevo mai fatto una cosa del genere.-
Quell’ultima frase mi colpì come un pugno in petto. Allora lei non era come tutte le altre. Non aveva mai tradito il marito prima. Un’espressione di stupore mi si dipinse sul viso.
-Che c’è, non te l’aspettavi?- No, non me l’aspettavo.
-No, è solo che... Sai, io credevo...-
-No, non te lo aspettavi. La maggior parte delle donne che conosco mette al marito un notevole palco di corna. Certo, mai grande quanto quello che gli uomini mettono a loro. Ma nel mio caso...-
I suoi occhi fissavano un punto imprecisato al centro del mio petto. -Nel mio caso, le corna le ho solo io...-
-Cosa?- Mi sembrava impossibile che un uomo potesse tradire una donna così, doveva essere pazzo. Come poteva avere voglia di fare l’amore con un’altra donna quando lo aveva fatto con Rosalie?
Il suo risolino amaro mi fece tremare. -Mio marito passa in casa, sì e no, tre mesi all’anno. Non ho le prove che mi tradisca, ma conoscendolo non sarà in grado di resistere ai suoi istinti.-
-Cosa vuoi dire?-
-Niente... È solo... Bhè, un uomo ha le esigenze, no? E tu...- Cominciò a cambiare argomento. Dovevo aver toccato un tasto dolente, ma volevo sapere tutto di quella donna così affascinante. Se non voleva parlare di suo marito, però, non potevo costringerla. -Anche tu sei sposato. E tua moglie sta per avere un bambino... Mi sento malissimo...-
-Non stare male per questo.- La rassicurai e lei mi guardò interrogativa. -Il mio matrimonio ormai è una farsa.- Ero deciso a raccontarle tutto. Non volevo che stesse male per un errore che non aveva commesso. O almeno che io non consideravo tale.
-Cosa vuoi dire con “farsa”?-
Meno 3, 2, 1, via!! -Quando l’ho sposata, io ero come lei. Ero uno spirito libero, non volevo farmi incatenare da niente e da nessuno. Avevamo deciso insieme di andare a vivere a New York e per fare questo la decisione più logica da prendere era il matrimonio. Poi però è scoppiata la Guerra e io sono stato mandato in Europa.- Sospirai profondamente ricordando i momenti terribili che avevano caratterizzato le mie giornate fino a poco tempo prima. -Ho visto cose che un uomo non dovrebbe mai vedere in vita sua. Ho visto la miseria più nera, città intere distrutte e rase al suolo, persone sconfitte, il cui unico sollievo sarebbe stata la morte. Ho visto bambini ridotti a mucchietti inesistenti di pelle e ossa. Queste sono cose che mi hanno cambiato profondamente.- Sentii Rosalie tremare vicino a me, così l’abbracciai.
-Scusa, non volevo turbarti. Mi sono lasciato trasportare dai ricordi...-
-Non importa, vai avanti.-
-Ne sei sicura?-
-Sì, continua...-
-Quando sono tornato a casa, tutto quello che volevo era un po’ di pace e serenità. Non ho mai amato davvero Lucy, ma con lei stavo bene. Già pregustavo il momento in cui l’avrei riabbracciata e avremmo parlato del nostro futuro. Non m’importava più niente di New York, dei sogni di gloria e ricchezza. Gliel’avrei spiegato e speravo che lei avrebbe capito. Ma alla stazione dei treni lei non c’era...-
Mi interruppi cercando di calmarmi, sentivo gli occhi bruciare. Non avrei pianto per quella stronza e non avrei permesso a Rosalie di vedermi nello stato pietoso in cui mi ero ridotto prima di arrivare a Rochester. Sentii il corpo caldo della donna vicino a me stringersi con forza sul mio, infondendomi tutto il calore di cui avevo bisogno. Quando mi fui ripreso, continuai.
-Al suo posto, trovai mia madre. Aveva sul viso un’espressione indecifrabile. Senza dire niente, senza neanche farsi abbracciare, mi portò verso la macchina di famiglia, dove uno dei miei fratelli mi stava aspettando. Lo abbracciai con forza, ricevendo finalmente un segno d’affetto. Mi portarono in silenzio verso il condominio dove vivevo in un appartamento in affitto, con Lucy. Li salutai e salii i gradini a tre a tre, impaziente di rivedere mia moglie. Suonai, ma lei non venne ad aprire. La porta era aperta, così entrai. Le finestre erano tutte chiuse e le luci spente. L’unico bagliore veniva dalla cucina. Mi diressi lì, sicuro di trovarla e la chiamai “Lucy?”- Una fitta mi attraversò il cuore violentemente. Una mano di Rosalie passò ad accarezzarmi il volto. Quel gesto era così dolce, nessuno mi aveva mai riservato un tocco così leggero. Doveva aver capito che quello che avevo trovato in cucina mi aveva sconvolto.
-Lei non mi rispose. Quando la vidi mi sembrò un’altra. Aveva il volto scavato e occhiaie profonde intorno agli occhi. Corsi verso di lei abbracciandola e chiamandola “Tesoro”... Lei scoppiò a piangere “Scusa Emmett, non volevo, non doveva succedere...” Non capivo di cosa stesse parlando. Glielo chiesi e lei pianse ancora più disperatamente. Tra un singhiozzo e l’altro finalmente riuscì a parlare. “Sono incinta” mi disse.- Rosalie trasalì, la sentii scuotersi sul mio corpo. –Continuò a scusarsi, ma io non l’ascoltavo più. Nei periodi più tranquilli, in Europa, molte donne, alcune bellissime, mi si erano avvicinate, ma io le avevo sempre rifiutate, pensando alla mia Lucy, che mi aspettava a Gatlinburg. Che ingenuo ero stato...-
-Lei... Tu... E il bambino...- Realizzò a fatica le mie parole. -Il bambino non è tuo?-
-No...-
-Oh mio Dio... E io prima ti ho anche...- Sembrò presa dal panico. Sapevo cosa voleva dire.
-Mi hai detto di non preoccuparmi. Un motivo ci sarà stato, no?-
-Sì, certo, io non... Mi dispiace.- Disse infine, con aria colpevole.
L’abbracciai e le diedi un bacio tra i capelli. -E di cosa? Mica è colpa tua...-
Sembrò pensare molto intensamente a qualcosa.
-Visto che siamo in vena di confidenze...-
La guardai curioso. -Cosa?-
-Io non sono mai stata maldestra o impacciata. Non cado spesso e non vado neanche a sbattere.-
Non capivo dove volesse arrivare. -Vedi, i miei lividi...-
Si bloccò improvvisamente. Non riuscivo a capire. -Dammi la mano destra...-
-Perché?- Ero più confuso che mai.
-Dai, non voglio morderti.- Le allungai il braccio, lei prese la mia mano tra le sue e alzò un braccio, facendo in modo che la mia mano lo circondasse. Le mie dita andarono a combaciare perfettamente con le macchie viola che le deturpavano l’arto. Cominciai a capire.
-Ma cosa...?- Chiesi ingenuamente.
-Quel tesoro di mio marito... Si diverte così...- I suoi occhi diventarono lucidi. Rabbrividii. La violenza mi aveva sempre ripugnato, ma questo era troppo. Come poteva un uomo divertirsi picchiando sua moglie? Come aveva osato alzare le mani su un essere così perfetto? Sentii l’improvviso istinto di proteggerla e la circondai col mio corpo. Tremava, scossa da singhiozzi. Quando riuscii a calmarla, riprese a parlare.
-Lui non era così all’inizio. Ma poi si è rivelato per quello che è davvero. Fortunatamente non c’è quasi mai in casa e io non devo preoccuparmi più del dovuto. Ma quando c’è...- Rabbrividì di nuovo. -Faccio tutto quello che posso per evitarlo. Lui non è sempre violento e manesco. Lo diventa quando beve ed esagera. A volte riesco a controllarlo, a volte no, dipende da quanto ha bevuto. Ma per me è troppo forte e la maggior parte delle volte non posso fare niente per difendermi. L’unica cosa che ho sempre potuto fare è...- Cercò le parole giuste per continuare. -Vedi, io adoro i bambini e adoro essere madre. Ma non voglio figli da quella bestia. Faccio sempre i calcoli che vanno fatti e mi proteggo anche in un altro modo. Non voglio che qualcosa di lui mi rimanga dentro, non lo sopporto, tutto ciò che lo riguarda mi ripugna.-
-Per questo mi hai chiesto di non farti male?- Affondò il viso nell’incavo del mio collo, facendo cenno di sì con la testa. -Ma perché continui a vivere con lui? Perché non divorzi?- Non capivo. Ma d’altronde io stavo facendo lo stesso. Continuavo a condividere la mia vita con una persona a cui non importava niente di me.
-È complicato...- Mi guardò dritto negli occhi e io mi persi in quel verde profondo. -Non avevo mai parlato con nessuno di questa cosa. Nessuno al di fuori della mia famiglia...-
-Neanche io...-
Restammo stretti in quell’abbraccio per tutta la notte, addormentandoci così. Quando le prime luci dell’alba ci svegliarono, cogliendoci di sorpresa, entrambi ci rivestimmo, prendemmo le nostre cose e tornammo verso l’enorme villa, senza sapere cosa avremmo fatto, senza sapere cosa sarebbe successo, inconsapevoli di quel qualcosa di nuovo che aveva messo radici dentro di noi e piano piano sarebbe cresciuto.
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6) Ossessione

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Mer Lug 22, 2009 11:38 am

Nell’ultima settimana avevo evitato di andare nella stalla. La notte passata con Emmett era stata la più bella della mia vita, ma non dovevo permettere che accadesse di nuovo. Quando mio figlio mi chiedeva di andare a cavallo, lo facevo accompagnare dalla tata adducendo stupide scusa che non stavano né in cielo né in terra. Tutti avevano notato l’allegria che mi circondava e si erano lasciati contagiare.

Dovevo dimenticare quella notte e tornare a condurre la mia vita di sempre. Avevo un marito, un pessimo marito, in effetti, ma comunque meglio di niente, e un figlio da crescere. Non potevo permettere che la mia vita fosse scombinata da un insulso, rude, forte, muscoloso, sexy, arrapante…

No!

Per quanto cercassi di non pensarci, ogni volta che mi ritrovavo sola la mia mente tornava a sette giorni prima, le immagini del nostro amplesso si accavallavano e poi mi ritrovavo eccitata e accaldata. Avrei voluto correre da lui e fare l’amore fin quando ce ne sarebbe stato. Desideravo accarezzare di nuovo il suo corpo scultoreo, sentire i nervi in tensione sulla sua schiena, assaporare il sapore della sua bocca e l’odore maschile della sua pelle.

Non sapevo cosa fare, non potevo sfuggire a me stessa ancora per molto. Potevo mentirmi all’infinito, ma lo volevo, lo volevo più di qualsiasi altra cosa al mondo. Eppure sentivo che quel mio desiderio, che mi rubava il sonno e mi sconvolgeva il cuore, era sbagliato. Mi avevano insegnato che una donna deve sempre rimanere accanto a suo marito e rimanergli fedele, nel bene e nel male, ed era quello che avevo sempre fatto. Le poche volte in cui avevo accennato a mia madre del comportamento di Royce, lei mi aveva azzittita dicendomi che lui era mio marito e che, qualsiasi cosa fosse successa, sarei dovuta rimanere con lui. Mia madre adorava i pettegolezzi, ma odiava starne al centro. Se avessi divorziato e fossi andata via da villa King sarei diventata la pietra dello scandalo e lei non mi avrebbe mai perdonata.

Ma ero davvero in grado di vivere un’esistenza simile? Volevo davvero vivere una vita infelice, incatenata dalla paura che prima o poi mio marito mi avrebbe uccisa? Fino a pochi giorni prima ero sicura di sì, ma ora le mie certezze si erano frantumate e mi sentivo spaesata e confusa.

Senza contare che, nonostante quello che lo stalliere mi aveva raccontato, anche lui era sposato e sua moglie avrebbe partorito a giorni. Sì, il bambino non era suo, ma se erano rimasti insieme un motivo doveva pur esserci. Chissà perché, immaginarlo a letto con un’altra donna mi infastidiva. Eppure io non ero la sua donna, anzi ero stata l’amante di una notte e mi vergognavo tremendamente.

Ma il mio corpo continuava a reagire impetuosamente ogni volta che intravedevo Emmett, anche da lontano. Bastava una sua occhiata di sbieco per farmi impazzire e desiderare di essere posseduta da lui, il cuore partiva al galoppo, le guance prendevano fuoco e le farfalle nel mio stomaco si dimenavano impazienti di essere liberate. Oltretutto, lui non faceva niente per essere discreto. Mi sembrava che tutte le attività legate alla stalla si fossero spostate sotto la finestra della mia stanza. Lo vedevo ovunque, stava diventando un’ossessione. In ogni uomo che incrociavo per strada trovavo qualcosa che mi ricordava il mio focoso stalliere. Qualcuno aveva i capelli ricci, qualcuno gli occhi blu, vedevo delle fossette, delle mani che mi ricordavano le sue, ma nessuno era lui e in nessuno trovavo quel sedere perfetto e quei piccoli dettagli del suo corpo che mi facevano impazzire.



Finalmente una giornata di sole rischiarò il cielo plumbeo dell’inverno newyorkese. Ne avrei approfittato per fare una passeggiata a cavallo. Avrei affrontato quell’incontro alla luce del giorno, ero pronta a rivederlo dal vivo e non nascondendomi dietro una tenda. In mattinata mi avviai verso la stalla con passo deciso. La mia mente contorta mi aveva portata a prestare molta cura nel trucco e nell’abbigliamento. Avevo legato i capelli in una lunga treccia, colorato le gote con un po’ di fard, dipinto gli occhi con eye-liner e mascara e le labbra con un rossetto chiaro. Sotto la camicetta e i pantaloni portavo un completo intimo di pizzo bianco, delicato e raffinato, che si sposava alla perfezione con la mia carnagione chiara. Mi ero convinta che tutta quell’attenzione fosse servita a sentirmi più bella, per semplice soddisfazione personale, ma sapevo bene che non era così. Volevo che Emmett provasse, vedendomi, quello che provavo io ogni volta che io guardavo lui.

Rallentai quando cominciai a intravedere la costruzione di legno che ospitava i cavalli. Mi fermai del tutto quando vidi lo spettacolo più eccitante che potesse esistere: lo stalliere stava portando la biada da dar da mangiare alle bestie all’interno della costruzione e lo stava facendo a petto nudo.

Mi si mozzò il fiato. Infilzò il forcone nella collinetta di biada, si tolse i guanti da lavoro e prese una bottiglia d’acqua da terra. Cominciò a bere, mentre una goccia d’acqua cadde sul suo enorme torace, scivolando giù, sugli addominali scolpiti e andando a finire su quella vena vicina all’inguine, che gli si gonfiava quando tendeva i muscoli ed era così dannatamente arrapante.

Inghiottii a fatica e ripresi a camminare verso di lui, sicura che non gli avrei fatto l’effetto che lui aveva fatto a me. Cercai di darmi un tono e quando mi vide smise di bere e mi sorrise. Il mio cuore perse qualche battito ma feci di tutto per non darlo a vedere. Purtroppo il mio respiro affannato non aiutava.

-Buongiorno signora King.- Mi sorrise malizioso.

-Buongiorno…- Il mio saluto uscì come un sussurro. Mi schiarii la voce e ripetei. –Buongiorno.- Il miglioramento era sensibile.

-È tanto che non si fa vedere qui.- Continuava a sorridere sensuale e io morivo dalla voglia di saltargli al collo.

-Sì, ho… Avuto da fare.- Non riuscivo a completare neanche una frase.

-Andiamo a sellare Sparkling?- Mi chiese.

Ma andiamo a farci una bella… -Sì, ho voglia di cavalcare stamattina…- Ecco, mi mettevo pure a fare i doppi sensi.

Si avviò verso l’entrata della stalla, io feci un respiro profondo e lo seguii. Una volta dentro, mi abbracciò e mi portò verso il muro, facendomi aderire completamente ad esso. Cominciò a baciarmi con passione il viso, il collo, il petto lasciato scoperto dalla camicia. La sua pelle sudata aveva un odore così buono, avevo aspettato troppo tempo, mi affrettai a baciarlo anch’io.

-Dio, quanto mi sei mancata.- Mi sussurrò col fiato corto, annusando l’odore dei miei capelli.

-Mi sei mancato anche tu.- Le parole più sensate che ero riuscita a dire da quando lo avevo rivisto.

Continuò a baciarmi mentre le sue mani esploravano il mio corpo. Stavo per perdermi totalmente, avrei dovuto reagire in fretta se volevo fermarmi, un attimo in più e non ne sarei stata capace.

-Emmett…- Le sue mani sulla mia schiena, sul mio seno, sul mio sedere. -Emmett…- Le sue labbra sul mio seno, la sua lingua sui miei capezzoli. -Emmett, fermati!- Lo scansai con tutta la forza che avevo e ripresi fiato. Dovetti fare appello alle poche energie che mi erano rimaste per rimanere in piedi e non crollare a terra ansimando e pregandolo di farmi sua.

Si piazzò davanti a me, in tutto il suo splendore.

-Sarò sincera, ti voglio. Ti voglio da impazzire, non ho pensato che alla nostra notte insieme in questa settimana e starti lontana è stato… Devastante.- Rise, compiaciuto da se stesso. -Ma… Non sono sicura che sia la cosa giusta da fare… Voglio dire…- Cosa volevo dire? Non lo sapevo, stavo improvvisando, stavo cercando delle scuse per convincermi che fare sesso con lo stalliere di villa King fosse la cosa peggiore che potesse capitarmi.

-Oh accidenti. E mettiti una camicia, non riesco a concentrarmi così!!-

Rise rumorosamente. -Va bene, va bene, ho capito.-

-Davvero?-

-Certo.-

-Beato te, io non ci sto capendo più niente.-

-Non ti preoccupare, se mi vorrai, io sarò qui ad aspettarti.-

Il suo tono dolce e gentile mi fece tremare il cuore, nessuno mi aveva mai parlato così. Passai il resto della mattinata facendo galoppare Sparkling, la velocità e il freddo sul viso riuscirono a calmarmi. Nonostante questo, la notte andai a letto ancora accaldata.



Emmett mi tolse la camicia da notte lentamente, con calma, centimetro dopo centimetro. La seta scivolava veloce sulla mia pelle sudata. Ogni gesto delle sue mani era accompagnato da baci dolci e sensuali. Le sue labbra esploravano curiose le mie caviglie, i polpacci, le cosce. Il suo tocco era delicato e mi mandava in estasi. Strinsi le coperte quando cominciò a mordicchiarmi nell’interno coscia, arrivando fino al limite delle mutandine; fitte di piacere mi torturavano al basso ventre. Riprese a salire, scansando la camicia da notte e baciando la mia pelle nuda intorno all’ombelico, poi vicino all’elastico degli slip. Gemetti insoddisfatta, sperando che avrebbe approfondito quei baci, ma non lo fece. Salì sempre di più, mi fece sedere per farmi togliere l’indumento di seta e poi tornai a sdraiarmi. La sua mano destra si chiuse sul mio seno sinistro, mentre con la bocca stuzzicava l’atro seno, mordendolo e leccandolo. La mia intimità fremeva, impaziente di accoglierlo dentro di sé. Ma lui sembrava intenzionato a farmi impazzire, prima di soddisfarmi completamente. Si posò sopra di me ed io allargai le gambe per farlo accomodare. La sua eccitazione premeva sulla mia, i pochi pezzi di stoffa che ci coprivano ancora erano diventati troppo ingombranti e pesanti, dovevano essere tolti.

Emmett tornò di nuovo giù baciandomi, mordendomi, leccandomi. Mi sfilò le mutandine con insopportabile lentezza. Le sue mani andarono ad accarezzarmi tra le gambe, dove mi sentivo completamente bagnata. Mi baciò sull’inguine, mordicchiando la mia carne e facendomi perdere la testa…



-Ah…-

Mi svegliai improvvisamente. Solo un sogno. Un sogno maledettamente reale e splendido. Ero sudata e bagnata. Era così evidente quello che dovevo fare, perché mi ostinavo a non voler seguire il mio istinto?

Quello che ci voleva era un bagno freddo, ghiacciato. Forse sarei riuscita a placare il fuoco che mi ardeva dentro.

Il prossimo che mi dice che sono fredda, lo uccido con le mie mani!

Andai in bagno a piedi scalzi, il pavimento freddo mi diede sollievo. Aprii l’acqua della vasca e aspettai che si riempisse col liquido tiepido. Mi spogliai lentamente, immaginando quanto sarebbe stato bello se fosse stato Emmett a spogliarmi. Gettai nella vasca i sali profumati alla rosa e lavanda che adoravo e aspettai che l’acqua fosse a un livello adatto per immergermi.

Quando lo feci il sollievo fu immediato, almeno per un po’ avrei domato i miei istinti. Ero finalmente rilassata e tranquilla e non stavo pensando ad Emmett.

Chissà com’è farlo nella vasca… Sì, appunto. Non ci stavo pensando per niente.

-Signora Rosalie.-

La mia cameriera personale entrò aprendo la porta del bagno. Mi parve un rumore assordante rispetto al silenzio da cui ero circondata, scattai spaventata, ridestandomi dai miei pensieri.

-Buongiorno Marjorie. Grazie per aver bussato.-

-Ho bussato, ma non mi ha sentita.-

-Ah, scusi. Faccia pure quello che deve fare, io intanto sto qui.-

La sentii trafficare in giro per il bagno, ma non mi girai per vedere cosa stesse facendo. Avevo gli occhi chiusi e le immagini che mi passavano davanti erano troppo piacevoli per rinunciarci. Poi sentii l’acqua muoversi e fui costretta ad abbandonare le mie fantasie. Una mano della cameriera era immersa nell’acqua, mi coprii meglio che potevo.

-Cosa sta facendo? Non sono una bambina, sono capace di fare il bagno da sola.-

-Signora, ma quest’acqua è troppo fredda…-

La interruppi. -Se ci tiene alla sua incolumità, Marjorie, farà meglio a tacere. Non se ne esca col dire che morirò di freddo, che ho il gelo nel cuore e nelle ossa o cose del genere, perché oggi potrei reagire molto male.-

Sembrò interdetta. -Signora, io non potrei mai…-

-So quello che si dice di me, non ci si metta anche lei.-

-Certo, signora.- La sua voce era mortificata. In fondo mi voleva bene, neanche a lei piaceva che si sparlasse di me, ma a quelle stronzate ci aveva creduto. -Vado a riordinare la vostra stanza.-

-Bene.- Dissi solo, sperando che se ne andasse e che mi facesse di nuovo rimanere sola coi miei pensieri.

-Ah, signora, un’ultima cosa. Volevo avvertirla che è nato il bambino della nuova cameriera, la moglie dello stalliere. Oggi passerà tutto il giorno in camera sua, per riposarsi.-

Trasalii. -Oh, bene. Grazie per avermelo detto, prima di pranzo andrò a trovarla.- Sperai di essere sembrata naturale.



Quando sentii di essere di nuovo sola, uscii dalla vasca e mi vestii in fretta. Feci tutto quello che dovevo fare il più velocemente possibile, poi verso mezzogiorno andai nella stanza di Lucy. Nella stanza di Emmett. Chissà se anche lì avrei sentito il suo odore. Entrai nella camera, ma di Emmett non c’era traccia.

-Buongiorno, Lucy.-

-Signora King. Cosa…?-

-Mi hanno detto del lieto evento, sono venuta a congratularmi con voi. Ma non vedo suo marito…- Mi guardai intorno. No, non c’era.

-Lui… Sta lavorando.-

-Capisco. Come si sente?-

-Stanca. Ma tutto sommato sto bene.-

Notai la culla vicino al letto e la indicai. -Posso?-

Mi sorrise dolcemente. -Certo.-

Mi avvicinai e spostai le copertine per vedere il bimbo. Rimasi per un attimo scioccata. Era adorabile, due dolcissimi occhioni castani, le labbra a cuoricino e la pelle… Scura come il cioccolato.

-È un bambino bellissimo.- Cercai di sembrare naturale, ma non dovetti sembrarlo affatto perché Lucy girò la testa verso la finestra e singhiozzò.

-Vorrei rimanere sola.-

-Certamente. Ancora auguri.-

-Grazie.- Stava piangendo.



Corsi più veloce che potei, per quanto i tacchi alti, la gonna stretta e l’erba umida mi permettessero di correre. Entrai nella stalla e chiusi le porte dietro di me.

-Emmett…-
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Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Dom Lug 26, 2009 11:42 am

Ero seduto su un barile vuoto, nella stalla, da non so quanto tempo. Sentirmi rifiutare da Rosalie era stato come ricevere una coltellata in pieno petto, ma avevo preso in considerazione il fatto che probabilmente avrebbe considerato la nostra notte insieme come un errore, qualcosa da non ripetere. Non si era fatta vedere per una settimana e poi si era ripresentata davanti a me, bella come non mai e col respiro affannato. All’inizio non avevo capito che quell’affanno era dovuto a me; quando ci arrivai mi misi a ridere e decisi di prenderla in giro, era così bella con le guance rosse per la vergogna.
Baciarla di nuovo, perdermi ancora nel suo profumo e bearmi del contatto col suo corpo. Il ricordo di quell’unica notte mi aveva tormentato per una settimana. Avevo desiderato ardentemente poterla stringere di nuovo, posare la testa sui suoi seni sodi e godere delle sue labbra carnose che si torturavano per me e da cui uscivano gemiti di piacere che io procuravo.
Avevo avuto diverse donne nella mia vita, ma con nessuna avevo mai provato quello che avevo provato con Rosalie. Il desiderio di possederla faceva male e, quando finalmente l’avevo avuta, la mia mente si era offuscata, non avevo capito più niente. Non desideravo altro che averla di nuovo e poi ancora e ancora, fino a quando avrebbe fatto male. Ma non potevo certo costringerla, soprattutto tenendo in considerazione le cose che mi aveva raccontato. E quel porco osava ancora definirsi un uomo. Come poteva non vedere quello che stava facendo alla donna più bella e triste del mondo?
Dal primo momento in cui i miei occhi si erano posati sui suoi, mi era stato chiaro che lei era diversa, non era come le altre donne. Avevo visto in lei una tigre incatenata che non aspettava altro che essere liberata. Doveva essere stata una ragazza piena di energie e sempre allegra, che aveva avuto tutto quello che sognava, ma ora era una donna a cui la vita aveva giocato brutti scherzi. Aspettava solo qualcuno che andasse a leccare le sue ferite e che la facesse tornare come era un tempo. Chissà per quale motivo, io mi sentivo pronto a lenire il suo dolore e avrei messo tutto me stesso per aiutarla. Se lei lo avesse voluto.
Il giorno prima, quando l’avevo vista apparire come un angelo, circondata dalla luce del sole, resistere alla tentazione di farla mia su quel prato era stato quasi impossibile. Il seno che si intravedeva dallo scollo della camicia, i suoi fianchi così invitanti, mi avevano acceso un fuoco dentro. Portarla nella stalla era diventata la priorità assoluta, non avrei resistito a molto. Scoprire che aveva indossato un reggiseno di pizzo mi fece eccitare ancora di più, ma poi lei si era negata. Era andata via lasciandomi con poche parole. Sapevo che mi voleva, mi voleva tanto quanto io volevo lei, lo capivo dai suoi gesti, dalle sue parole, da come il suo corpo reagiva quando io le ero accanto. Avrei solo dovuto aspettare.
Mi sentii insoddisfatto per tutto il resto della giornata, averla lì e non poter fare l’amore con lei era stato terribilmente frustrante. Pensare che lei era frustrata quanto me fu una magra consolazione.
Stavo tornando verso la villa per cena, quando una giovane cameriera corse verso di me.
-Emmett!! Presto, corri, tua moglie ha le doglie!!-
Il mio cuore smise di battere. Il momento era arrivato. E poi, cosa sarebbe successo?
Aspettai fuori dalla stanza di Lucy per un numero indefinito di interminabili ore. Già, la sua stanza, perché in fondo io non ci avevo mai dormito, preferivo passare la notte coi cavalli, piuttosto che condividere il letto con mia moglie. Mi sentivo orribile, ma essere stato tradito e umiliato aveva fatto sparire tutto il bene che provavo per quella donna.
Poi un medico venne da me, sul viso un’espressione indecifrabile. Poco prima avevo sentito il bambino piangere. E così, era nato.
-È stato un parto difficile, ma alla fine tutto è andato bene.- Mi disse. Ci mise un po’ prima di riprendere a parlare, stava cercando il modo migliore di dirmi qualcosa. Nel frattempo diverse donne stavano uscendo dalla camera da letto, mentre passavano mi fissavano con sguardi carichi di pietà. -Se vuole, può entrare a vedere sua moglie e il bambino, ma… Credo che quello che troverà non sarà di suo gusto.-
-La ringrazio, arrivederci.-
Poi il silenzio, non c’era più nessuno e io non trovavo il coraggio di entrare in quella dannata stanza. Sapevo che il bambino non era mio, ma fino a che punto non lo era, se il medico mi aveva parlato in quel modo? Mi alzai lentamente e passo dopo passo raggiunsi Lucy; era seduta sul letto e guardava fuori dalla finestra. La luce della luna le illuminava il volto, facendo splendere le lacrime che lo rigavano. Non disse niente, io mi avvicinai alla culla. Un bambino, dedussi dal fiocchetto azzurro intrecciato alla copertina, un bambino adorabile con le guance piene e le labbra a cuore, dormiva tranquillo, inconsapevole di quello che stava succedendo.
-Ha decisamente preso dal padre.- Commentai. Di risposta, mia moglie singhiozzò. -Di certo, tu non hai quel colorito.- Un nuovo singhiozzo e altre lacrime, lamenti. Ma io non potevo consolarla. Corsi via, non sopportavo più di dividere lo stesso spazio con lei.
E ora me ne stavo lì seduto, con la testa tra le mani, aspettando qualcosa che arrivasse e mi facesse reagire.
-Emmett…- La sua voce arrivò alle mie orecchie, il salvagente che stavo aspettando era arrivato. Alzai la testa e la vidi, il petto che si alzava e abbassava veloce per respirare, facendo muovere la collana di perle che le cingeva il lungo collo, un velo leggero di sudore che le copriva il viso e poi quel corpo perfetto, la gonna che le fasciava i fianchi e le gambe, le scarpe col tacco che slanciavano la sua figura già alta di per sé. Poteva una donna affaticata apparire più bella agli occhi di un uomo ferito?
-Io sono… Sono stata a trovare tua moglie.- L’avevo capito. Non risposi. -Come stai?-
-Come vuoi che stia? Lo sapevo, che non era mio, ma ero pronto a vivere nella menzogna, perché in fondo quel bambino non ha fatto niente di male e merita tutto l’affetto che gli si deve. Però ora… Come farò a fingere che sia tutto normale? Come sarà la mia vita d’ora in poi? E cosa penseranno le persone che ci vedranno insieme? Io… Io non so che fare.-
La fissai per un po’, lei non mi guardava con pietà, come avevano fatto le altre persone che avevo incontrato. Il suo sguardo era addolorato, sembrava distrutta quanto me.
Mi si avvicinò, si sedette sulle mie ginocchia e mi strinse a sé. Poggiai la testa sul suo petto liscio. Sentivo il suo cuore battere furioso, ma non sapevo per cosa.
-Mi dispiace così tanto. Vorrei dire qualcosa, ma non so cosa sia giusto dire o fare in momenti come questi.-
La abbracciai, sperando che quel contatto mi desse forza. -Stai facendo anche troppo.-
Lei mi voleva, questo lo sapevo, ma se il suo era solo desiderio fisico, perché era venuta a consolarmi?
-Cosa succederà ora?- Chiese, più a se stessa che a me.
-Non lo so. Ero rimasto con Lucy per far piacere a mia madre. La nostra famiglia è sempre stata rispettata, al mio paese, e io le avevo causato così tanti pensieri, da ragazzo, che rimanere con quella donna mi era sembrata la cosa più giusta da fare. All’inizio volevo lasciarla, divorziare, ma poi… Mia madre sembrava così mortificata, che non ci sono riusciti. E così alla fine siamo scappati a New York, ma la grande città era troppo per le nostre finanze e siamo finiti qui. Ho cercato di ignorare la cosa, ma ora non posso più farlo. E io…- Mi sentivo mancare il fiato e il mio viso bruciava. La guardai negli occhi, perdendomici dentro. –Io non sono bravo a mentire, a fingere che vada tutto bene. Non ne sono capace, sono sempre stato onesto e sincero con chiunque. E ora invece mento perfino a me stesso.-
Rosalie mi strinse ancora più forte, si avvinghiò a me intrecciando le sue dita ai miei capelli e mi baciò la testa, poi la fronte e gli occhi. Con una mano mi accarezzò il viso, che sentii bagnato. Incredibile, stavo piangendo. Lo splendido angelo seduto sulle mie ginocchia era stato capace di abbattere tutte le mie difese. Mi prese il volto tra le mani e mi baciò sulle labbra, mi avvolse in un bacio dalla dolcezza infinita. Le sue labbra sfioravano delicate le mie, quel sapore mi faceva girare la testa, era intenso e mi rendeva schiavo. La sua lingua contornò coraggiosamente le mie labbra e non resistetti ad assecondarla.
Quel bacio dolce e allo stesso tempo appassionato durò troppo poco, per i miei gusti. Qualcuno aprì la porta della stalla e Rosalie si alzò bruscamente lisciandosi la gonna e guardandomi con occhi colpevoli.
-Signora King.- Era la giovane cameriera del giorno prima. -Marjorie mi manda a dirle che il pranzo è quasi pronto.-
-Grazie. Dica a Marjorie che arrivo subito.-
-Sì, signora.- La cameriera si congedò chinando il capo.
La splendida creatura di fronte a me si girò di nuovo a guardarmi. Sospirò pesantemente.
-Emmett, io…- Cercai di interromperla, non volevo che si scusasse per quello che era successo. -Fammi parlare. Io non posso offrirti niente, niente più di quanto non ti abbia dato finora tua moglie. Per quanto il mio matrimonio faccia schifo, io sono sposata e ho un figlio di cui devo occuparmi e questo è l’unico posto in cui posso farlo. Se vogliamo andare avanti con questa… Cosa che c’è tra noi… Sarà un continuo mentire e fingere. E non voglio che tu sia costretto a fare qualcosa che odi o che tu debba comportarti come qualcuno che non sei. E io adoro il modo in cui sei fatto, sei… Perfetto così come sei e non voglio assolutamente che tu…-
La interruppi tirandola a me e baciandola con passione. Sapevo che quello che stava dicendo era vero. Lei era la ricca signora e io sarei stato l’amante da tenere nascosto. Non mi importava, volevo solo potermi perdere per sempre nel suo profumo.
-Lo so questo, ci ho pensato su, nell’ultima settimana. Ma non m’importa. Voglio poter stare con te, in un modo o nell’altro.-
Si strinse a me di nuovo e poggiò la testa nell’incavo nel mio collo.
-Grazie… Spero solo che non dovrai pentirtene.- Mi baciò ancora con dolcezza. Mentre stava per uscire si girò a guardarmi, stavo per parlare ma mi fece di no con la testa e veloce come era arrivata, se ne andò.
Da quel giorno, ogni notte lei correva da me, nella stalla, e facevamo l’amore per ore, instancabili e insaziabili. Scoprii in Rosalie un’amante appassionata e fantasiosa. Tenevo una parte della stalla più pulita del resto, non volevo che quell’essere perfetto si sporcasse nel mio mondo di fango e paglia.
Mi faceva impazzire quando si spogliava lentamente davanti a me, togliendo un indumento dopo l’altro, facendosi osservare semi nuda, coperta da pochi centimetri di pizzo e seta. Veniva verso di me con fare felino, mi si sedeva sopra a cavalcioni e cominciava a tracciare scie di fuoco, sul mio corpo, con le sue labbra carnose e morbide. Fremevo sotto di lei, incapace di trattenermi. Mi faceva godere come nessuna donna aveva mai fatto e lo stesso facevo io con lei. Mi piaceva leccarla, assaporare la sua pelle morbida, mordere la carne delle sue cosce e inebriarmi del suo profumo più intimo, che riservava solo a me.
Quando poi apriva le gambe per accogliermi arrivavo a toccare il cielo, era calda e soffice e sarei rimasto in lei per l’eternità, se fosse stato possibile. Sentivo che Rosalie provava lo stesso dal suo modo di strusciarsi a me, da come mi circondava con le lunghissime gambe bianche e mi faceva venire dentro di lei, da come inarcava la schiena quando il piacere era vicino, dai gemiti che provocavamo l’uno all’altra.
Fare l’amore con lei era molto più di quanto non potesse sembrare. Le nostre erano vite distrutte, entrambi cercavamo di evadere da una realtà che ci aveva feriti e umiliati. Quando ero con lei, non esisteva più nessuna Lucy, nessun bambino di colore, nessuna famiglia opprimente e bigotta. E per lei non esistevano lividi, nessun marito violento, non c’erano persone che le parlavano dietro, che le dicevano che era fredda e senza cuore. Se avessero saputo quello che sapevo io, avrebbero taciuto per sempre.
Spesso ci addormentavamo vicini, abbracciati, sognando l’uno dell’altra e ci svegliavamo ancora desiderosi di fare l’amore, di appartenerci, di far cessare il dolore che avevamo dentro.
Separarsi, alle prime luci dell’alba, diventava sempre più difficile. Avrei voluto che quel capannone di legno diventasse l’unico mondo esistente. Un mondo in cui due persone simili erano libere di amarsi ed essere felici per tutto il tempo che avrebbero ritenuto necessario. Cioè per sempre, nel nostro caso.
Vederla allontanarsi, con gli abiti scomposti, i capelli arruffati, la schiena sensuale che si girava a vedere se c’ero ancora, come se fossi potuto sparire da un momento all’altro, era straziante. Aspettavo impaziente il momento in cui sarebbe tornata, di pomeriggio, con la scusa di far imparare a suo figlio a cavalcare, mentre in realtà passavamo quelle ore scambiandoci sguardi carichi di significato, dicendo parole che solo noi potevamo capire e ascoltando silenzi che urlavano il nostro desiderio.
E di nuovo la sera, di nuovo fare l’amore, ancora cercarsi, trovarsi, perdersi e trovarsi di nuovo. Ancora e ancora e ancora.
Quello che riuscivo a prendere di Rosalie non era mai abbastanza, ne volevo sempre di più, ne volevo per sempre, per l’eternità.
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8)FESTA

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Ven Lug 31, 2009 7:17 pm

Vedere Emmett in quelle condizioni mi aveva fatto tenerezza, sembrava un cucciolo ferito. Quell’aria sconsolata era così buffa su un uomo della sua età e vederlo piangere mi aveva scaldato il cuore. Ero stata sincera, gli avevo detto la brutale verità, gli avevo parlato a cuore aperto, ma lui non mi aveva rifiutata, anzi mi aveva detto che era disposto a vivere una storia che sarebbe dovuta rimanere nascosta.

L’alchimia che c’era tra noi era innegabile, volevo passare con lui più tempo possibile. Purtroppo sapevo che non era possibile, dovevo mantenere le promesse che avevo fatto anni prima, quando avevo sposato Royce. Inoltre, si avvicinavano le vacanze di Natale e mio marito sarebbe stato a casa per molto tempo, troppo tempo. Sarei dovuta stare lontana da Emmett e assecondare le voglie perverse della bestia che avevo sposato. Speravo che avrei comunque trovato del tempo per il mio cucciolo.



Capodanno era alle porte e io ero impegnata a disegnare l’abito che avrei indossato per l’annuale festa a villa King. Avevo scelto come tessuto una bellissima seta rossa che avrebbe fasciato il mio corpo in maniera sublime. La gonna sarebbe stata lunga e a sirena, stretta sui fianchi, poi sempre più larga, fino a toccare terra in un fruscio leggero di stoffa; la parte superiore avrebbe avuto le maniche lunghe e avrebbe coperto per intero il busto, lasciando però totalmente scoperta la schiena. L’abito era semplice, l’avrei impreziosito indossando un collier di tre fili di perle stretto sul collo e un bracciale della stessa fattura. Le scarpe col tacco a spillo e la punta dritta sarebbero state foderate con la stessa stoffa del vestito. Era una delle mie opere migliori, non appena il modello fu pronto misi la mia sarta di fiducia all’opera.

Mi sarebbe piaciuto un abito a bustier, ma sapevo che Royce sarebbe stato in casa già da una settimana e le tumefazioni sulle mie braccia non potevano essere mostrate. Ero sicura che mia madre avrebbe avuto da ridire, lo scollo sulla schiena era molto profondo. Ogni anno trovava qualcosa di sbagliato nel mio abito, una volta era troppo lungo, una volta troppo corto, troppo scollato, troppo blu, troppo brillante… Mi divertivo a sfidarla, era diventata una tradizione a cui non volevo rinunciare.

Non avrei voluto neanche rinunciare a fare l’amore ogni notte con lo stalliere, ma purtroppo era costretta a farlo. I nostri incontri si limitavano a veloci e appassionate unioni in diverse stanze della casa, sempre in stanze diverse, a seconda di dove ci trovavamo in quel momento. Tutto doveva svolgersi nel minor tempo possibile, ma questo non diminuiva il piacere che provavo ogni volta, Emmett aveva imparato a toccare i tasti giusti e lo faceva in un modo fantastico.

Quell’anno la festa di Capodanno sarebbe stata più sontuosa del solito, c’era da festeggiare la fine della Guerra e l’inizio di un’epoca di tranquillità. Tutto nel massimo sfarzo: musicisti, addobbi, fiori, cibo, bevande, tutto doveva essere perfetto. Royce aveva ordinato litri di champagne e caviale a fiumi, come se delle persone adulte potessero saziarsi mangiando tartine, ostriche e champagne. Fosse dipeso da me, il menù della serata sarebbe stato ben diverso, ma mio marito non voleva saperne: per la festa di Capodanno lui si occupava della “cena” e non sentiva obiezioni. Stranamente ero riuscita a convincerlo a far servire anche diversi tipi di dolci e frutta. E il cotechino con le lenticchie, che lui considerava un piatto da poveracci, ma che almeno sarebbe servito a tappare quel buco nello stomaco dato da troppo poco cibo e troppo alcol.

Fortunatamente la nostra cuoca, Janice, mi riservava un piatto dello spezzatino al sugo che preparava sempre per la servitù. Reggevo bene l’alcol, ma farlo senza aver mangiato niente era impossibile. Per scappare da mia madre mi rifugiavo in cucina e lì mi rifocillavo e tornavo lucida.



La festa si stava svolgendo nel migliore dei modi. Come sempre c’erano ricconi mezzi ubriachi, nei loro elegantissimi abiti neri, che fumavano sigari e ridevano a crepapelle per ogni racconto di affari andati a buon fine o di poveracci mandati sul lastrico. Le donne si raccontavano di cameriere licenziate e di chi aveva tradito chi col giardiniere di turno, ridevano dall’alto dei loro gioielli preziosi, delle loro acconciature elaborate e dei loro abiti raffinati.

Avevo appena mandato giù l’ennesimo flûte di champagne quando avvistai mia madre che si avvicinava minacciosa. Congedai le mie ospiti con poche parole e corsi verso la cucina. Janice mi aspettava con un piatto di carne fumante e un bicchiere vuoto che aspettava di essere riempito. Seduta al tavolo c’era Lucy.

-Signora King, è stupenda!- Mi disse appena mi vide.

-Grazie mille, Lucy.-

-Finalmente è arrivata signora, credevo che quest’anno non sarebbe venuta.- Apostrofò la cuoca.

-Mia madre ci ha messo un po’ più del solito a trovarmi.-

-Come vanno le cose, nel salone?-

-Come al solito, ipocrisia condita da champagne e caviale.- Mi sedetti affamata a quel tavolo e inforchettai il primo pezzo di carne. Il mio stomaco mi ringraziò felice.

-Lei non c’entra niente in quel mondo, signora.-

Continuai a masticare e guardai Lucy di fronte a me, pensai all’ultimo mese e ai miei incontri con Emmett.

-C’entro più di quanto non vorrei…-

Ed eccolo entrare nella cucina, con la sua andatura lenta e sensuale, con tre bottiglie di birra in mano. Mi guardò rapito per un istante, che bastò a farmi capire quanto mi desiderava. Sperai che il mio sguardo fosse stato altrettanto eloquente… E anche che sua moglie non mi avesse visto.

-Ecco le birre, Janice.-

-Grazie, ragazzo.- Le stappò una per una e riempì tre bicchieri, uno lo porse ad Emmett, uno a me e uno lo prese lei. -Si sente pronta, signora?-

-Non ancora. Mangio ancora un po’ e poi partiamo con la sfida.- L’annuale sfida tra me e la cuoca Janice su chi avrebbe finito per prima mezzo litro di birra fatta in casa da suo marito. Emmett ci guardò interrogativo mentre beveva la sua.

Quando ebbi mangiato abbastanza da non sentirmi più brilla, dissi alla cuoca che ero pronta e lei chiese allo splendido uomo di fronte a me di fare da arbitro.

-Volentieri.- Fu la sua risposta. -Ma per cosa devo fare da arbitro?-

-Tu non preoccuparti, noi ci prepariamo, quando vuoi dai il via.-

Ci preparammo, bicchiere di birra alla mano. -Via.-

La bevuta fu breve e intensa, il mio bicchiere fu il primo a tornare sul tavolo. Ad ogni sorso mi chiedevo cosa stesse pensando Emmett di me. Mi aveva sempre vista come una donna di classe, dai completi di alta moda e i modi raffinati. Cosa stava pensando ora, vedendo una donna fasciata da un abito di seta rossa abbuffarsi di carne e trangugiare birra.

-Finito!- Esclamai vittoriosa.

-Accidenti.- Imprecò la cuoca.

-Ormai non mi batte più, Janice.-

Ridemmo tutti insieme. La risata fragorosa dell’unico uomo nella stanza sorpassò le nostre senza problemi e alle mie orecchie arrivò come una dolce melodia. Tutto ciò che lo riguardava mi faceva battere il cuore all’impazzata.

Fui la prima a parlare. -E ora… Meno tre, meno due…- Mi guardarono curiosi. -Meno uno…-

-Rosaliiiiiiiiiiiiiiie!!-

-Precisa come sempre, signora.-

-Come ogni anno… Sono in cucina, mamma!- Urlai, senza cambiare posizione sulla sedia.

Entrò come una furia. -Rosalie, possibile che io debba venire ogni volta a cercarti in giro per la villa!?-

-Ma alla fine mi trovi sempre in cucina…-

-Allora, cos’è quest’abito?- Si piazzò davanti a me sbattendo le mani sul tavolo.

-Ti piace? L’ho disegnato io.- Le risposi ironica.

-È indecente.- La sua voce aveva un qualcosa di isterico. -Sei una donna sposata, sei madre, dovresti essere più sobria quando accogli gli amici di tuo marito in casa.-

-Scusi se la interrompo, signora.- Fu Lucy a parlare. -Ma a me quest’abito sembra molto sobrio…-

-Perché non lo hai visto bene. Alzati, Rose. E tu…- Indicò Emmett. -Tu sei un uomo, potrai sicuramente giudicare se una donna sposata può andare in giro in questo modo!- Era infuriata.

Mi alzai, guardai mia madre con lo sguardo più sensuale di cui ero capace, lei rabbrividì. Mi girai, lasciando che Emmett osservasse la mia schiena nuda muoversi lentamente.

-Ma è stupendo!- Intervenne Lucy. Aveva ferito il mio cucciolo, ma almeno aveva buon gusto. Sorrisi compiaciuta.

Presi mia madre per un braccio e la trascinai vicino alla porta.

-Sai benissimo come vanno le cose tra me e Royce.- Parlai con voce bassa e sibilante. -In questo momento, la schiena è l’unica parte del mio corpo che posso mostrare senza vergogna. Sono una bella donna e non rinuncerò a fare sfoggio del mio corpo per colpa tua o di mio marito.- Mia madre mi guardò allarmata, non le avevo mai risposto in quel modo. Poi tornai sorridente e alzai la voce, perché tutti potessero sentirmi. -Andrò in camera a rifarmi il trucco, tu torna alla festa e divertiti. Ci vediamo dopo.- Sperai con tutta me stessa che Emmett recepisse il messaggio che gli avevo mandato. Sentivo tra le gambe il desiderio impellente di averlo. La mia adorata mamma se ne andò di là infuriata. Obiettivo raggiunto, ancora.

-Caro, sarà meglio che andiamo anche noi…- Fu la cameriera a parlare, poggiando un braccio su quello dell’uomo. -Abbiamo lasciato William da solo per troppo tempo. Stava dormendo, ma non vorrei si svegliasse e non trovasse nessuno, povero piccolo.-

-Sì, hai ragione.- La sua espressione verso quella donna era d’odio puro, ma andò via con lei.

Prima di sparire oltre la porta, si girò e mi fece un cenno col capo. Bene, aveva capito.

Stavo per abbandonare la cucina anch’io, quando un barcollante Royce fece capolino.

-Rooooose, mia bella Rooooose…-

Oh, no. Era ubriaco fradicio. Desiderai che a fine serata fosse troppo ubriaco per fare qualsiasi cosa.

-Ssei ssparita, Rooooose… Non si fa così. Mi chiedono tutti di te. “Ma dov’è la tua splendida moglie?” mi dicono. E io non sso cosa rispondere perché tu non ci ssei mai…-

-Royce, sei ubriaco. Torna alla festa e dì che tornerò subito.-

-Ma sse non so dove ssei, come fascio a dire che tornerai.-

Era sposata a un bambino di dieci anni, anzi no, meno. Anthony parlava molto meglio di lui. Mi poggiai le mani sulle tempie e inspirai a fondo.

-Vado nella nostra camera a rifarmi il trucco. Tu torna alla festa e aspettami, io arriverò tra poco.-

Lui mi si avvinghiò, puzzava di alcol da far paura. -Fai l’amore con me, Rrose… Tu non fai mai l’amore con me.-

Le sue mani si muovevano sulle mie gambe.

-Royce, contieniti! C’è la cuoca, vuoi sbattermi qui, davanti a lei?-

-Mi piasci, quando parli sporco…-

-Sì. E a me tu piaci quando non sei ubriaco.- Che enorme bugia, ma dovevo liberarmene in fretta. Emmett mi stava aspettando in una stanza, chissà quale, una delle stanze che si affacciavano sui corridoi che portavano alla mia camera da letto.

-Ma io non sono ubriaco, Rrose…- Si accasciò pesante su di me. Faticai a sostenerlo.

-Certo, caro… E rialzati!- Lo strattonai per farlo stare dritto.

-Va bene, Rrose, vai a truccarti. Io ti aspetto di là. Ma stanotte sarai tutta mia, solo mia.-

Si avvicinò e mi leccò il collo. Che schifo.



Il rumore prodotto dai tacchi rimbombava nei corridoi, facendo da eco al fruscio della mia gonna. Camminavo impaziente, aspettando che una porta, una qualsiasi maledetta porta, si aprisse e che lo stalliere mi rapisse e mi facesse volare con lui. Lo desideravo da impazzire, i suoi sguardi di poco prima mi avevano accesa e ora doveva domare il fuoco che mi bruciava dentro ogni volta, quando pensavo a lui.

Finalmente una porta si aprì alla mia sinistra e una mano forte mi prese per un braccio e mi trascinò dentro.

Emmett chiuse la porta, sbattendomi contro di essa, poi chiuse a chiave e prese a baciarmi il collo, il viso, le labbra.

-Ci hai messo tantissimo…-

-Lo so, non riuscivo a liberarmi di Royce…-

Le sue mani si insinuarono sotto la mia gonna, alzandola. -Quanto sei bella, Rosalie…-
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9) SONO SOLO TUA

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Ven Lug 31, 2009 7:17 pm

Quando Janice mi aveva mandato a prendere le birre, pensavo che le avremmo bevute io, lei e Lucy. Invece la terza era per Rosalie. Non avrei mai immaginato che fosse una donna da birra e salsicce, la vedevo più come una da ostriche e champagne; forse perché immaginavo me e la mia vita come una rozza birra, mentre suo marito e la sua vita erano champagne.

Eppure a lei la birra piaceva e, da come l’aveva bevuta, doveva piacerle molto. Questa cosa mi fece eccitare all’inverosimile. Afferrai al volo il suo segnale e quando mia moglie mi chiese di tornare nella nostra stanza, accettai senza farmelo chiedere due volte. Mi liberai di quella donna con una scusa e corsi in una stanza vicina alla sua, sarebbe sicuramente passata là davanti.

L’aspettai per un’eternità, mi sembrava che non arrivasse mai e la voglia di Rosalie premeva sui miei pantaloni. Quando finalmente arrivò le feci notare il suo ritardo. La colpa era del bastardo che la costringeva a coprire il suo magnifico corpo. Da una parte non mi dispiaceva, odiavo l’idea che qualcuno potesse guardarla nel modo in cui meritava di essere guardata, solo io potevo farlo. Quel senso di possesso che provavo nei suoi confronti era assurdo, lei non era mia e non lo sarebbe mai stata.

-Quanto sei bella, Rosalie…- Le dissi, soffocandola di baci. Non potevo fare a meno di lei, ero totalmente dipendente da lei. Le mie mani le alzarono veloci la gonna e scorsero sulle sue gambe coperte dalle calze.

-Qualcuno che lo pensa…- Rispose col fiato corto. Che risposta stupida, chi era il folle che non lo pensava?

Risalii sempre più su, arrivando a toccare le cosce nude. La sua pelle bruciava a contatto con le mie mani, andai a cercare la stoffa che mi avrebbe separato dalla sua intimità, ma non trovai niente. La guardai interrogativo.

-Il vestito è stretto, qualsiasi cosa mettessi sotto si vedeva, così non ho messo niente…- Mi guardò sensuale e io mi eccitai ancora di più. La sollevai con facilità e lei strinse le gambe intorno alla mia vita, la misi a sedere su un comò, o qualcosa del genere, che si trovava vicino alla porta.

Le mani di Rosalie si muovevano sul mio corpo, mi aprì la camicia e mi accarezzò rapita. I suoi occhi blu mi fissavano, le labbra rosse erano aperte in un sospiro. Mi attirò a sé e mi baciò con una passione tale che dovetti fare appello a gran parte delle mie forze per reggermi in piedi.

Poi avvicinò quelle labbra sensuali ad un mio orecchio. -Fammi tua…- Un brivido mi percorse tutto il corpo. -Voglio essere solo tua…-

Non esitai ad accontentarla, mi liberai degli indumenti che coprivano la mia eccitazione e la presi impaziente. Afferrai uno dei suoi polpacci ben torniti e lo alzai, portandolo ad aderire col mio fianco, facendo aumentare il suo piacere. Gemiti strozzati e quasi muti le riempivano la gola. Baciai il suo collo perfetto, mi tuffai sul suo petto coperto di seta, desiderando di potermi addormentare, un giorno, su quei seni rotondi e caldi. Provavo emozioni indescrivibili; nonostante stessimo facendo l’amore in una stanza sconosciuta, con una festa che si svolgeva al piano di sotto, con mia moglie che mi aspettava nella “nostra” camera, nulla era diverso da quando passavamo notti intere insieme. L’intensità era sempre la stessa, il desiderio non accennava a diminuire, anzi aumentava sempre di più. Volevo far l’amore con lei a qualsiasi ora del giorno e della notte, la sognavo, mi svegliavo cercandola accanto a me, saperla lontana e tra le braccia di un altro mi faceva impazzire.

Ero travolto da un uragano di emozioni e sentimenti che non riuscivo a contenere, soffocare il piacere che provavo era uno strazio. Strinse la gamba libera intorno al mio fianco ancora di più. Le venni dentro nello stesso istante in cui anche lei stava raggiungendo l’orgasmo. Capii che non sarei riuscito a trattenermi, così mi chiusi la bocca baciandola. La sentivo tremare convulsamente e gemere sulle mie labbra, aggrappandosi con le unghie alla mia schiena e mordendomi le labbra. Poteva esserci qualcosa di più perfetto?



Quando i nostri respiri tornarono normali, feci per togliermi, ma lei mi circondò, impedendomi qualsiasi movimento.

-No…- Un sussurro, appena udibile. -Non andartene, non lasciarmi.-

Mi abbracciò dolcemente e il mio cuore rischiò di prendere il volo. -Non ti lascio, sono qui.-

-Non voglio tornare alla festa, non voglio far parte di quel mondo. Io voglio solo te.-

Mi guardò intensamente e nonostante il buio, vidi una lacrima solcarle il viso. L’asciugai con le labbra. Fu di nuovo lei a parlare.

-Io voglio solo essere tua. Non sopporto l’idea di tradirti.-

Capivo cosa stava cercando di dirmi. Suo marito la prendeva con la forza, quando era ubriaco, e lei considerava quegli atti di violenza come dei tradimenti nei miei confronti. Eppure io ero il suo amante, non l’uomo che aveva sposato. La strinsi a me con tutta la dolcezza di cui ero capace.

-Io sono solo tua, Emmett.- Sapevo che credeva in quelle parole, ma mi riusciva difficile accettarle.

-Tu non sei solo mia.- Le sbattei in faccia la realtà e lei si chiuse ancora di più sul mio torace.

-Sì, lo sono. Forse non sembra così, perché le nostre vite sono separate, ma io sento di appartenerti, io sono solo tua.-

Non sapevo come risponderle. Anch’io sentivo di appartenerle, questo era innegabile. Ma se gliel’avessi detto non sarebbe comunque cambiato nulla, le nostre vite appartenevano ad altre persone, nonostante i nostri cuori fossero solo nostri.

-Anch’io sono tuo. Sono tuo da un pezzo.- Non sarebbe cambiato nulla, ma era così bello poterglielo dire. Singhiozzò sommessamente e sentii la mia camicia inumidirsi delle sue lacrime. Presi il dolce viso di Rosalie tra le mani e unii di nuovo la mia bocca alla sua.

-Ora sarà meglio che torni di sotto, o si domanderanno che fine hai fatto.-

-Sì, hai ragione.- Respirò a fondo, prima di parlare.

Mi liberò dalla sua stretta, perdere quel contatto intimo fu tremendamente doloroso, fu come abbandonare una parte di me.

-Non dar retta a quello che dice tua madre, sei splendida stasera.- Non c’entrava niente, ma almeno avrei alleggerito l’atmosfera.

-Grazie.- Rise un po’, mordendosi le labbra.

Uscì per prima dalla camera buia, la seguii dopo poco e la osservai camminare. Si girò a guardare verso di me, mi sorrise e mi mandò un bacio. Non potei fare a meno di sorridere anch’io. Avevo perso la testa, il cuore, il corpo, l’anima, tutto per lei.



Raggiunsi Lucy che era seduta sul letto e mi aspettava.

-Appena in tempo, è quasi mezzanotte.- Mi accolse sorridente, ma quel sorriso era nulla in confronto a quello che Rosalie mi aveva regalato poco prima.

Sentimmo delle grida e fuochi d’artificio esplosero fuori dalla nostra finestra.

-Auguri!!- Urlò mia moglie, saltandomi al collo e baciandomi sulla guancia.

-Auguri…- Mio malgrado l’abbracciai anch’io.

Sentendo i rumori provenienti dall’esterno il bambino si svegliò e cominciò a piangere.

-Oh, accidenti. Scusa Emm, un attimo.- Si allontanò da me e lo prese in braccio per farlo riaddormentare. -Shh, non è niente piccolino, è solo il nuovo anno.- Nonostante la sua indole ribelle, si stava rivelando una madre premurosa e amorevole, ma io verso quel bambino non riuscivo a provare niente, assolutamente niente. -Ecco, bravo, non piangere.-

-L’hai fatto smettere subito.-

-Non ci vuole niente, basta dondolarlo un po’.- Il bimbo rise. -Che c’è piccolo? Hai visto la mamma, eh? E lì chi c’è? Papà, lo vedi papà?-

La fissai scioccato. Come poteva dire certe cose davanti a me!

-Oh, scusa Emm. Io volevo solo…-

-Non importa, prendo la mia roba e vado nella stalla.-

-No, ti prego, resta.- Rimise il bimbo nella culla. -È da tanto che non passi la notte con me, che non dormiamo insieme, che non facciamo l’amore…-

Mi accarezzò il torace, cercando di essere sensuale.

-Lasciami andare, Lucy.-

-Ti prego…- Cercò di baciarmi, ma alzai la testa e arrivò solo al collo.

-Non ne ho voglia, Lucy.-

-No certo, non ne hai voglia con me. Ma la signora King ti piace, non è vero?-

-Di cosa vai blaterando?-

-Tu hai idea di quello che si dice di me? Di noi!-

-No, Lucy, non ne ho idea, ma sai cosa ti dico? Qualsiasi cosa si dica, non è colpa mia!- Stavo urlando e puntandole il dito contro, non era da me quella cattiveria. -L’hai visto bene tuo figlio? Hai visto di che colore è la sua pelle? Io ti sono rimasto accanto, ma questo è troppo. Ho finto per mesi di essere il marito felice che sta per diventare padre, ma ora non posso più farlo, te ne rendi conto? Almeno lo sapevi che il bambino sarebbe stato di colore?-

Mi guardò spiazzata. Dal suo viso capii che non lo sapeva. Presi le mie cose e feci per uscire dalla camera, ma mi sentii afferrare per un polso.

-Scusa, Emmett.-

Stava per mettersi a piangere, ma non volevo ascoltare oltre.



Passai la notte sveglio, a pensare a cosa era diventata la mia vita. La dura verità era che mi stavo innamorando di Rosalie e sapevo che quel sentimento così potente non sarebbe stato facile da sostenere. Ero quasi sicuro che lei provasse lo stesso per me, ma non potevo espormi e rischiare di rovinare la magia che avevamo creato.

Certo era che la volevo solo per me e non sopportavo più che quel bastardo facesse di lei quello che voleva. Pensare a Rosalie inerme, piegata al volere di suo marito, mi faceva stare male. La donna che avevo imparato a conoscere e amare non era così, io la vedevo sempre come una donna forte e sicura di sé, che sapeva quello che voleva e sapeva come ottenerlo. Avevo la certezza che lei facesse di tutto per resistergli, ma in fondo cosa poteva fare una creatura leggera e angelica come lei contro la bestia nascosta, da modi raffinati e buona educazione, nel cuore di quell’uomo.

Se avessi potuto l’avrei protetta da qualsiasi male avesse cercato di avvicinarsi. Non concepivo l’idea che il mio angelo potesse soffrire. Se fosse stata mia moglie sarebbe stata la donna più felice del mondo, le avrei portato la colazione a letto ogni mattina, avrei colto per lei i fiori più profumati del giardino e l’avrei amata appassionatamente tutte le notti, tutti i giorni, a qualsiasi ora e in qualsiasi modo. Avremmo cresciuto i nostri figli, che avrebbero avuto i suoi profondi occhi blu, con tutto l’amore di cui saremmo stati capaci e non ci saremmo divisi mai.

Fantasticare in questo modo era tutto quello che potevo permettermi. Se anche fossimo scappati insieme, e non ero sicuro che lei lo volesse, non avrei saputo come mantenerla. Sicuramente non avrei potuto offrirle la vita che aveva ora.

La luce dell’alba mi diede una sorta di calma interiore che mi permise di addormentarmi. Sognai Rosalie, sognai una casa, vidi noi due, vecchi e grigi seduti sotto un portico a guardare i nostri nipotini giocare sull’erba del prato. Sognai di fare l’amore con lei, ascoltai la sua voce, assaporai il suo profumo e mi persi sul suo corpo. Mi svegliai felice e insoddisfatto al tempo stesso. Da una parte sentivo di aver passato la notte con Rose, dall’altro mi mancava il contatto con la sua pelle nuda e calda.

Andai a sciacquarmi nell’abbeveratoio che mi ero riservato, l’acqua fredda mi aiutò ad uscire definitivamente dal mondo dei sogni.



Passai un po’ di tempo occupandomi dei cavalli, strigliandoli e dandogli da mangiare, poi sentii dei rumori provenire dall’esterno e andai a controllare chi fosse. Tre bambini venivano verso di me, uno era Anthony, mentre gli altri due non li conoscevo. Il maschio doveva essere poco più grande del piccolo King e la femmina poco più piccola. Si somigliavano molto, così dedussi che erano fratello e sorella. Avevano entrambi i capelli ricci e neri e sui loro visi spiccavano tenere fossette ai lati della bocca.

-Buongiorno, Anthony.-

-ciao signor Emmett.- Mi rispose lui, era adorabile. Decisamente, aveva preso da sua madre.

-Loro sono tuoi amici?-

-Sì, lui è Henry e lei è Susan.-

-Piacere di conoscervi.-

La bimba si fece coraggio, divenne tutta rossa e parlò. -Possiamo vedere il pony di Anthony?-

-Certamente.- Sorrisi rassicurante e lei tornò di un colore normale. -Ma i vostri genitori lo sanno che siete qui?-

Mi rispose Anthony. -Sì, ho chiesto il permesso a papà, ma ha detto che se vogliamo giocare col mio pony dobbiamo andare in giardino.-

-Allora venite con me, mettiamo la sella a Saetta e andiamo verso il giardino.-

Portai i bambini nella stalla, mi feci aiutare a sellare il pony, poi andammo in giardino. Mentre li facevo giocare, guardai in alto, verso una delle finestre, e notai Rosalie che mi fissava. D’un tratto mi tornarono in mente le parole della sera prima: io sono solo tua.
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10) SFOGO

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Ven Lug 31, 2009 7:18 pm

Un anno era finito, portando via con sé dolori e frustrazioni. Ma, diversamente dagli altri anni, questa volta non sapevo cosa aspettarmi, non sapevo cosa sarebbe stato della mia vita. La notte prima mi ero aperta ad Emmett come mai avevo fatto prima, le parole che gli avevo detto mi erano uscite con naturalezza, venivano dal mio cuore ed erano parte di me. Il senso di appartenenza che sentivo nei suoi confronti era vero e puro e mi sentivo uno schifo, perché avevo permesso a mio marito di prendermi contro la mia volontà, non ero stata abbastanza forte da dirgli di no, nonostante questa volta avessi cercato di difendermi più strenuamente del solito, stavolta avevo un motivo in più per resistere: Emmett.

Nonostante Royce fosse mio marito, non provavo niente nei suoi confronti, tranne forse odio e rancore, e l’idea di concedermi a lui era un’aberrazione per il mio cuore, un atto di masochismo verso me stessa e verso i miei sentimenti.

E lui, il mio dolce e amorevole Emmett, non meritava quello che gli stavo facendo. Non sapevo se avrei mai trovato il coraggio di andare via da quella casa, dove avevo tutto e non avevo niente. Ogni parte di me voleva ribellarsi e scappare da quel posto che mi aveva causato solo dolore. L’unico sprazzo di luce, in tanti anni, era stato mio figlio Anthony e mi ero convinta che se rimanevo lì era solo per amore suo. Al di fuori di quella villa, sapevo che non avrei potuto dargli niente e non potevo permettere che crescesse lontano da me. Volevo ad ogni costo rimanergli accanto, non avrei lasciato che crescesse solo, con un padre inesistente e violento.

Avevo immaginato me ed Emmett, insieme, vederlo diventare grande e amarlo come se fosse figlio nostro. Avevo fantasticato su quanto sarebbe stato bello essere sposata con lui, invece che con Royce. Desideravo ardentemente appartenere solo a quell’uomo fantastico. Ero già sua con ogni fibra del mio essere, ma le nostre vite erano irrimediabilmente divise e non riuscivo a pensare ad un modo per unirle per sempre.



Ero seduta su una sedia foderata di velluto, al primo piano di villa King, mentre bevevo tè e chiacchieravo con Vera. O meglio, lei parlava ed io guardavo il giardino fuori dalla finestra, dove mio figlio, insieme a quelli di Vera, era appena arrivato in sella al suo pony, portato dallo stalliere.

Mi ero persa nei suoi movimenti, nella sua camminata lenta e sensuale. Era straordinario l’effetto che aveva su di me. Probabilmente si sentì osservato e alzò lo sguardo verso di me. I nostri occhi si incrociarono e in quel momento mi trovai in Paradiso.

-Rose, ehi Rose, mi ascolti?- Vera mi schioccò le dita davanti agli occhi.

-No scusa, ero distratta. Cosa stavi dicendo?-

-Ti dicevo che la festa di ieri è stata fantastica! Era tutto perfetto, la musica, l’atmosfera, sei stata bravissima, io non riuscirei mai ad organizzare una cosa del genere.-

Guardai di nuovo verso il giardino. -Ho una storia con lo stalliere...- Le parole mi uscirono di getto, Vera rimase pietrificata e mi guardò come se all’improvviso mi fosse spuntato un terzo braccio.

-Hai una… Con chi?-

-Con lui.- Indicai Emmett con un dito.

-Oh…- Lo guardò per un secondo. -Wow, bhè... Wow... Rose è... È bellissimo!-

Poi lui si accucciò per prendere in braccio Susan.

-Oh santo cielo.- La mia migliore amica mosse le mani, come a voler toccare quel magnifico fondoschiena. -Ma è perfetto!-

-Lo so.- Dissi mordendomi un labbro.

-Rose, non credevo che tu fossi una di quelle ricche signore che tradiscono il marito col giardiniere o con lo stalliere.-

-Non lo sono, infatti. Non avevo mai fatto una cosa del genere, ma lui mi prende così tanto.-

-In che senso, ti prende?-

-In tutti i sensi. Fisicamente, emotivamente, in qualunque modo una donna può essere presa da un uomo!-

-Quanto tempo è che va avanti?-

-Non molto, in effetti. Un mese più o meno.- Le stavo confessando tutto. D’altronde Vera era la mia migliore amica da sempre, potevo fidarmi di lei.

-Ma Rosalie, è sbagliato! Voglio dire tu… Fai l’amore con lui?-

-No, ci sediamo e ci raccontiamo le barzellette.- Le risposi ironica. -Certo che faccio l’amore con lui.-

-E Royce? Non hai paura che lo scopra?-

-Sì, ma… Non so quanto mi importi che lui lo scopra…- Le stavo dicendo cose che non sapevo di pensare, o che forse pensavo, ma a cui non volevo credere.

-E scusa, quando fai l’amore con tuo marito come fai?-

Sentii una rabbia cieca montarmi dentro. -Io con mio marito non faccio un bel niente.-

-Ma come, non fai niente? Dai, Rose, lui ti adora.-

-Oh certo, lui mi adora. Mi adora così tanto che…- Sarei riuscita a confessarle anche quel segreto? Probabilmente non mi avrebbe creduta, sarebbe stato meglio mostrarglielo. Cominciai a sbottonare il giacchino di lana che portavo.

-Cosa fai Rose, sentirai…-

-Freddo?- La bloccai con un sibilo infuriato. Il suo viso assunse un’espressione contrita. -No, Vera. Non sentirò freddo. In questa casa i riscaldamenti sono sempre accesi, faranno almeno trenta gradi, non preoccuparti per me, starò benissimo. E tu dovresti essere una delle persone che mi conosce meglio. Assurdo, credi a certi stupidi pettegolezzi.-

-Scusa Rose, io…-

-Non scusarti, che è meglio.- Sbottonai i polsini della camicia e tirai su le maniche. Poggiai le mani sul tavolino che ci separava e il suo viso divenne da mortificato a preoccupato.

-Rose, ma che hai fatto?- I miei polsi erano lividi e gonfi e le tumefazioni avanzavano sugli avambracci.

-Cosa ho fatto? Non sono sicura che tu voglia davvero saperlo.- Dissi perfida. Il fatto che anche lei credesse a tutti quegli altri idioti che di me non sapevano niente, mi aveva delusa.

-Ma stai scherzando? Guarda qua, ma Royce lo sa?-

-Sì che lo sa.-

-Come hai fatto a ferirti così?-

-Ho fatto che qualche sera fa Royce era ubriaco, per l’ennesima volta. E per l’ennesima volta lui…- Potevo dirlo, dovevo dirlo, quello che il mio adorante marito faceva quando era in casa. -Lui mi ha violentata.-

Vera si fece sempre più piccola nella sua sedia, il viso terrorizzato.

-No, lui non può aver…- Mi guardò negli occhi e capì che era tutto vero. Si portò le mani alla bocca e sentii il fiato mancarle. –Ma… Lui è tuo marito.-

-Questo non gli impedisce di farmi del male.-

-Rose…-

-E Emmett, lui… Lui è diverso, lui non mi sfiorerebbe neanche con un filo d’erba. Con lui io sono felice e tutto questo schifo non esiste. Io sono solo Rosalie e per qualche ora a notte riesco a dimenticare i King, Royce e tutto il resto. Con lui non devo avere paura e posso sfogare tutte le mie frustrazioni. Emmett mi fa sentire speciale, mi fa sentire bella, desiderata… Viva…-

Guardai di nuovo fuori. Eccolo lì, l’uomo che mi aveva rapita e portata su una nuvola.

-Tu lo ami?-

Quella domanda mi colpì in pieno petto, era così ovvio. L’avevo negato contro ogni evidenza, ma era così. Non potei fare a meno di sorridere. Posai lo sguardo su Vera che sembrava essersi calmata.

-Sì, io lo amo.-

Gli occhi della mia amica continuavano a cadere sui miei polsi, così mi coprii di nuovo.

-Ora capisci, Vera? Capisci perché lo faccio? Capisci perché mi copro sempre, anche d’estate?-

-Perdonami Rose, io non avevo idea che…- Stava per mettersi a piangere, ma pregai che non lo facesse o sarei esplosa anche io. Mi si avvicinò e mi abbracciò forte. -Scusa, io avrei dovuto capire. Ti conosco da anni, ma non ti avevo capita. Non sono riuscita a vedere il dolore che ti circonda. Mi dispiace così tanto.-

Inutile, scoppiammo entrambe in lacrime.

-Ti voglio bene, Rosalie.-

-Ti voglio bene anch’io, Vera. Ma ti scongiuro, non parlarne con nessuno.-

-No, non ne parlerò con nessuno, ma tu…- Tornò a sedersi di fronte a me, ancora turbata. -Tu dovresti raccontare a qualcuno quello che succede qui dentro. Sono sicura che tua madre...-

-Mia madre lo sa.-

-E cosa ti ha detto?-

Un sorriso privo di felicità mi solcò il viso. -Dice che Royce è mio marito e devo comunque rimanergli accanto. Non rinuncerebbe mai ai privilegi che essere imparentata con i King le porta.-

Vera era scioccata. -Ma, da quanto lo sa?-

-Da quando tutto è cominciato, circa dieci anni fa.-

Le porte del salottino si aprirono ed entrarono i nostri mariti.

-Vera, amore, che cos’hai?- Era impossibile non notare il turbamento sul viso della donna.

Royce mi si avvicinò e mi diede un bacio sulla guancia, prima di parlare. -È successo qualcosa?-

-No, caro.- Gli risposi. -Ci è solo arrivata una brutta notizia su una nostra conoscente.-

Vera rabbrividì alle mie parole, pronunciate mentre i miei occhi erano fissi sui suoi.

-Sarà bene che facciamo rientrare i bambini. Non vorrei che passassero troppo tempo con quel rozzo stalliere.- Repressi a fatica l’istinto primordiale di picchiare mio marito selvaggiamente.

-Si stanno divertendo Royce.-

-Pago fior fior di quattrini per far educare nostro figlio, non voglio che diventi un selvaggio.-

Vedendomi sull’orlo di una crisi, fu Vera a parlare. -Dai, Royce, non preoccuparti. Facciamogli godere le poche ore di sole che sono rimaste, poi li faremo rientrare.-

-Sì, giornate così belle sono rare in questo periodo, è bene che prendano un po’ di sole.- Una coppia davvero affiatata, non c’era che dire.

Mio marito si fece convincere e passammo il resto del pomeriggio in chiacchiere frivole e prive di senso. Vera continuava a guardarmi, come per accertarsi che stessi bene. Capì presto che la mia recita di moglie perfetta era diventata una routine.

Quando i nostri ospiti se ne andarono, feci fare un bagno caldo al mio bambino.

-Ti sei divertito oggi?-

-Sì mamma, tantissimo! Il signor Emmett è tanto divertente.-

Le immagini di me ed Emmett impegnati a far crescere dei figli nostri tornarono ad affollarmi la mente, ma dovetti ricacciarle indietro quando raggiunsi mio marito nella nostra stanza da letto. Stava radunando alcune delle sue cose, poi sarebbe andato a dormire in un’altra camera.

-Oggi Vera ti guardava in modo strano.-

-Era solo turbata per la notizia che abbiamo ricevuto nel pomeriggio.- Non era del tutto falso.

-Capisco. Bhè, buonanotte cara.- Cercò di baciarmi, ma mi spostai e riuscì a toccare solo una mia guancia. -Non capisco perché mi rifiuti così. In ogni modo, ti ho preso una cosa.-

Tirò fuori dalla giacca una scatolina nera di velluto. La presi e l’aprii, per farlo felice. Un bellissimo bracciale a catenella con un diamante a forma di cuore come ciondolo, mi guardava brillante.

-Grazie, Royce. È stupendo.-

-Sono contento che ti piaccia, rosellina.-

Mi baciò sulla fronte e uscì. Era sempre così, ero piena di gioielli post-violenza. Era il suo modo per farsi perdonare. Come se quegli oggetti bastassero per farmi dimenticare il dolore e l’umiliazione, come se servissero a cancellare i miei lividi e a suturare le mie ferite, non quelle fisiche, ormai in piena suppurazione.

Il mio cuore era lacerato e la mia anima a brandelli, ma vedevo una fioca luce alla fine del tunnel e speravo che un giorno avrei avuto il coraggio e la forza di raggiungerla.



Dopo le feste per l’Epifania, Royce ripartì per i suoi viaggi, alla ricerca di chissà quali svaghi e di chissà quali e quante amanti. Finalmente era andato via, non ce la facevo più ad averlo intorno.

Dal pomeriggio di Capodanno non avevo più cercato Emmett, sentivo il bisogno di stare sola per schiarirmi le idee. Ma ora mi mancava, avevo l’esigenza fisica di sentirlo addosso a me, di annusare il suo profumo invitante. Non era necessario fare l’amore, mi bastava rimanere abbracciata a lui per l’eternità.
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11)GRAZIE

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Ven Lug 31, 2009 7:19 pm

Rosalie non si era più fatta viva, dopo la notte del 31 dicembre. Le giornate di pioggia incessante non avevano aiutato, il mio umore era sotto le scarpe. La mancanza di quell’angelo biondo si faceva sentire pesante e devastante.

Quando ero tornato nella stanza di Lucy, qualche giorno prima, l’avevo trovata vuota. Di lei non c’era più traccia, non c’erano vestiti, scarpe, non c’era nulla. Era andata via, portandosi dietro il suo bambino e lasciandomi con un biglietto sul cuscino: Scusa, per tutto. Ora avrai un letto comodo su cui dormire.

Aveva fatto la scelta migliore per tutti e due. Io non sopportavo più di vedermela girare intorno e lei non sosteneva più il mio rancore nei suoi confronti. Le avevo voluto bene e lei mi aveva tradito nel peggiore dei modi, non sarei mai riuscito a perdonarla. Sentivo dentro di me che non sarei riuscito a dormire in quella stanza se prima l’odore di lei non fosse sparito e non avrei mai potuto condividere con Rosalie quel letto in cui mia moglie aveva dormito. La sua presenza aleggiava ancora intorno a me e non mi sarei sentito libero finché non fosse sparita.

L’unico problema era che legalmente io e Lucy eravamo ancora sposati e questo mi legava a lei indissolubilmente. Quando ne avrei avuto la possibilità, sarei andato a cercarla e avrei ottenuto il divorzio. Dovevo farlo, non volevo nessun legame con quella donna.



Ero nella stalla, come al solito, ormai in quella stanza passavo la maggior parte delle mie giornate. Non avevo mai visto una stalla così pulita, mi sentivo ridicolo. Aspettavo Rosalie fino a tarda notte, facendomi assalire dalla tristezza quando lei non arrivava. In quella costruzione faceva sempre molto caldo, merito degli animali e di uno strano sistema di riscaldamento che non avevo capito bene.

Ero assorto nei miei pensieri, quando due mani femminili si poggiarono sul mio petto nudo e un formoso corpo femminile aderì alla mia schiena.

-Non ti ho sentita arrivare.-

-Ho fatto piano, sembravi così concentrato. Non volevo disturbarti.- La sua voce era dolce e rilassata, mentre io mi sentivo freddo come un ghiacciolo.

-Hai fatto presto.-

-Anthony ha un po’ di febbre, dopo cena è crollato.-

-E tu hai pensato bene di venire qui? Cosa sono, il tuo giocattolo preferito, che puoi prendere e lasciare quando vuoi?-

Un fremito la scosse violentemente, ero stato crudele e cinico. Mi girai per guardarla. Il viso pulito e struccato, liscio e bianco, gli occhi blu turbati dalle mie parole, i lunghi capelli biondi che scendevano morbidi e mossi fino a coprire più della metà della sua schiena sinuosa. Il suo collo lungo e affusolato, così invitante, chiedeva solo di essere baciato. La camicia leggermente aperta lasciava intravedere il seno generoso e caldo, su cui mi piaceva poggiare la testa, per sentire il suo cuore battere impetuoso.

Le poggiai le mani sui fianchi e chiusi gli occhi, inspirando a fondo il suo profumo.

-Scusa, è che… Mi sei mancata…- Confessai, non potevo essere cattivo con lei, non lo meritava.

-Mi sei mancato anche tu. Mi dispiace di non essermi fatta viva, ma avevo bisogno di stare un po’ da sola.-

-Certo.- L’abbracciai e la tenni stretta a me come se avessi potuto perderla da un momento all’altro. Non l’avrei lasciata scappare, la volevo solo per me.

-Emmett.- Tremò tra le mie braccia.

-Che c’è, piccola?- Sembrava così indifesa. L’istinto di proteggerla era forte e costante.

-Io… Mi sei mancato tanto.- Mi guardò con gli occhi lucidi. Non piangere, piccola mia, niente e nessuno merita le tue lacrime.

La baciai sugli occhi, poi passai alla sua fronte e agli zigomi perfetti. Quando finalmente baciai le sue labbra, dopo troppo tempo, mi sembrò di morire. Mi era mancata, ma non pensavo così tanto. Mi beai di quel sapore dolce che non avevo mai assaporato così a fondo. Le leccai dolcemente le labbra, che lei tenne ferme per farmi impazzire ancora più di quanto già non lo fossi. Poi le aprì, per giocare con me e stuzzicarmi. Non sapevo quanto avrei potuto resisterle, ma capivo che aveva bisogno di essere amata con dolcezza e tenerezza; chissà cosa le aveva fatto il bastardo, chissà cosa avrei trovato sotto quei vestiti.



Intrecciò le braccia intorno alla mia nuca e con la bocca percorse il profilo del mio viso e della mia mascella. Mi poggiò con leggerezza le labbra carnose sul collo e un solo bacio fu in grado di farmi perdere la testa, che reclinai all’indietro ansimando. Continuò a percorrere quella strada fino ad arrivare al centro della gola, dove questa si univa al torace.

Tornò a guardarmi negli occhi e non potei fare a meno di vedere quanto era triste. Mi si strinse il cuore a vederla così; se fosse stata mia, non avrei permesso a nessuno di far apparire sul suo volto quell’espressione.

Feci risalire una mano dai suoi fianchi, le accarezzai la schiena con tutta la delicatezza di cui ero capace, sfiorandole i capelli morbidi e setosi. Mi fermai per sostenere la sua testa, che le feci reclinare appena per poterla di nuovo baciare.

Stavolta il bacio fu più appassionato, le nostre lingue si circondarono beate, felici di ritrovarsi e di gustarsi a vicenda. La presi in braccio per portarla sul mio giaciglio di paglia, che avevo coperto con un lenzuolo. La feci sdraiare e le tolsi le scarpe baciandole le caviglie. Mi attirò a sé facendomi risalire lungo il suo corpo. Mi si avvinghiò e mi circondò con una gamba.

-Questa notte è tua.- Mi sussurrò all’orecchio, portandosi sopra di me.

Si alzò in piedi, stando attenta a non poggiare i piedi per terra. Sbottonò la camicia lentamente, lasciandola cadere e scoprendo i seni rotondi e nudi, il ventre piatto, le braccia e le spalle devastate dalla furia di suo marito. Una fitta dolorosa mi colpì dritto al cuore. Se avesse osato toccarla di nuovo l’avrei ucciso con le mie mani. Tirò giù la zip dei pantaloni e tolse con calma anche quelli. Non portava niente neanche sotto quelli. Rimasi senza fiato. Il magnifico spettacolo del suo corpo perfetto nudo solo per me, mi lasciava in quello stato ogni volta.

Mi si avvicinò con passi lenti e calcolati, poi si sedette sopra di me e si accucciò per baciarmi dappertutto. La sua bocca sul mio viso, sul mio collo, sulle spalle, sul torace, sul ventre, ovunque. Ogni parte che era stata toccata dalle sue labbra ardeva e ne chiedeva ancora e ancora.

Con le mani slacciò la cinta e i pantaloni, li tirò giù piano togliendomi prima gli scarponi e i calzini, con una lentezza insostenibile. Non c’era neanche una minima parte di me che non desiderasse averla subito, ma la lasciai fare, sentendo la mia zona più eccitata pulsare dolorante, costretta da boxer che Rosalie tolse presto. Risalì lungo il mio corpo con le mani, strusciandosi sulla mia erezione. Gemetti, non riuscendo a contenere le emozioni che mi stavano attraversando. Si sdraiò su di me e la circondai con le braccia. Stavo morendo dal desiderio di averla. La bacia con trasporto e lei mi assecondò. Mi voleva quanto io volevo lei.

-Rosalie.-

-Shh.- Mi posò un dito sulle labbra e mi baciò ancora.

Poi tornò a scendere, mordendomi e leccandomi, facendomi perdere la poca concentrazione che ancora avevo.

Le sue mani si avvolsero sulla mia eccitazione e quando sentii le sue labbra posarvisi sopra persi ogni cognizione dello spazio e del tempo. Per come stavo, potevo benissimo trovarmi su un’isola tropicale, in mezzo all’occhio di un ciclone, non me ne sarei accorto. La sua bocca si aprì e mi accolse dentro di sé, non potei controllare i miei gemiti, stavo impazzendo. Non aveva mai fatto niente di simile, io non gliel’avevo mai chiesto. Si muoveva veloce su di me, facendomi perdere il controllo; non sapevo quanto sarei stato capace di resistere ancora.

Quando si scansò, provai un misto di sollievo e insoddisfazione, ma poi si posizionò sopra di me e, aiutandosi con una mano, mi fece entrare in lei. La sentivo calda e bagnata, eccitata quanto me. Fece aderire il suo busto al mio e si mosse sensuale su di me. Strinsi i suoi glutei, aiutandola a prendere il ritmo. Ansimava e gemeva, arrapante come non mai. Le nostre bocche vicine si cercavano, si trovavano, si assaporavano, godevano del contatto stretto che c’era tra noi. Dopo poco venni dentro di lei, finalmente soddisfatto a pieno. Rosalie urlò di piacere, il che fece aumentare anche il mio. Si accasciò sul mio petto ansante.

Non riuscivo a credere che una donna mi facesse quell’effetto. Con Rosalie, ogni volta era meglio della precedente.

-Volevi farmi impazzire, piccolina?-

-Volevo ringraziarti.- La sentii sorridere.

-Ringraziarmi? E di cosa?-

-Di esistere.-

Mi lasciò senza parole. Quanto ti amo, Rosalie. Prima o poi glielo avrei detto, doveva saperlo. Non m’importava se lei non provava lo stesso, io l’amavo con tutto me stesso.



Altri due mesi erano passati, senza che nessuno dei due avesse trovato il coraggio di confessare all’altro i proprio reali sentimenti. Non ce l’eravamo mai detti a parole, ma dal nostro modo di amarci e di cercarci, era chiaro quello che provavamo. Se non era amore quello, allora cosa lo era?

La mia donna angelo era sdraiata a pancia in giù sulla nostra alcova fatta di paglia. Avevamo fatto l’amore e, come sempre, non riuscivo a trattenermi dall’accarezzare e baciare il suo corpo nudo e accaldato. Dalle caviglie ero salito sui polpacci, avevo baciato l’incavo delle sue ginocchia, ero risalito sulle sue cosce e le avevo dato un piccolo morso sul sedere. La sentii ridere appena.

I lividi sul suo corpo erano quasi spariti, erano rimasti pochi aloni giallastri a rovinare quella pelle liscia. Mi sdraiai accanto a lei, mettendomi su un fianco.

-Come puoi permettergli di farti questo?-

Sussultò, non aspettandosi la domanda. Si girò a guardarmi, sospirando.

-Te l’ho detto, non m’importa.-

-Ma importa a me.-

La sua espressione era indecifrabile. Le scostai una ciocca di capelli dal viso, posandola dietro l’orecchio.

-Lui è mio marito, Emmett.-

-E questo gli dà il permesso di... Di farti questo.- Non riuscivo neanche a dirlo, come poteva lei, così piccola e fragile, viverlo sulla sua pelle.

Il suo respiro accelerò, in ansia. -Scusa, Rosalie. Non volevo...-

-Non volevi cosa? Non capisci Emmett?-

Si alzò di scatto e cominciò a raccogliere i suoi abiti, rivestendosi.

-Non capisco cosa? Che siccome porti una fede al dito, allora lui può usarti come se fossi una bambola?-

Mi guardò spiazzata. -No, non è questo. È solo che...- Non trovava le parole e si stava agitando vistosamente.

-Che cosa? Spiegamelo, Rosalie, perché a quanto pare non sono in grado di capire.-

-Non c’è niente da capire, Emmett. Lui è mio marito e tu...- Urlava senza un vero motivo.

-E io?-

-E tu sei...-

-Io sono?-

-Tu... Sei solo...-

-Lo stalliere?- Il suo viso si contrasse improvvisamente.

-Sì, sei solo lo stalliere!-

Il mio cuore si frantumò. Faceva un male cane. Si era completamente vestita e stava andando verso l’uscita della stalla. La raggiunsi di corsa e la bloccai per un braccio.

-Piccola...-

-Lasciami andare, Emmett.- Non si girò a guardarmi, la sua voce era spezzata e bassa.

-No, non ti lascio andare.-

-Ti prego, lasciamo andare.- Si girò appena, abbastanza da poter vedere una lacrima rigare la sua guancia rossa. Le lasciai il braccio e lei sparì nel buio della notte.

Cosa si agitava dentro di lei? Perché era scappata in quel modo da me, ferendomi a morte? L’avevo fatta piangere e non riuscivo a capacitarmene. Odiavo vederla in quelle condizioni e sapere che ci si trovava per qualcosa che avevo fatto, o detto, mi faceva stare ancora più male.

Volevo che parlasse con me, che mi aprisse il suo cuore, lo volevo disperatamente e non riuscivo a darmi pace. Nella mia mente ormai c’era un solo pensiero, fisso, incancellabile, doloroso e piacevole al tempo stesso, dolce e amaro, caldo e freddo: Rosalie.
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12)VELLUTO NERO

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Ven Lug 31, 2009 7:20 pm

Non volevo trattare Emmett in quel modo, ero stanca e nervosa e avevo urlato in faccia contro l’uomo che amavo. Da Gennaio, il mio piccolo Anthony alternava giorni in cui stava bene a settimana in cui aveva la febbre alta, la tosse non gli passava mai e le medicine che prendeva non sembravano avere effetto. Passavo le giornate ad occuparmi di lui e, nonostante la voglia di stare con lo stalliere fosse sempre costante, non riuscivo a rilassarmi completamente. In più, Royce aveva fatto sapere che sarebbe tornato tra una settimana. La notizia peggiore che potessi ricevere in quel momento, considerando anche che i miei lividi erano quasi spariti. Maledissi la mia pelle delicata e la mia poca forza di volontà. Avevo deciso che sarei andata via da quella casa, niente me lo avrebbe impedito, ma con Anthony in quelle condizioni non potevo muovermi: non avrei mai potuto lasciare il mio bambino solo e malato.

Da quando avevo accettato i miei sentimenti per Emmett, avevo cercato di confessarglieli, senza successo. Anche quella sera, quando aveva dimostrato di preoccuparsi per me, avrei voluto dirglielo. E invece, come una stupida, gli avevo detto parole senza senso a cui non credevo. Lui non era solo lo stalliere, era molto di più, per me. Quella sfuriata era stata stupida e immotivata.



Camminavo veloce su per il parco di villa King, decisa a raggiungere il prima possibile l’abitazione e sperando che lui non mi avesse vista piangere.

-Stupida, stupida, stupida Rosalie.-

D’improvviso rallentai il passo e mi asciugai il viso, quando un pensiero più forte degli altri si impossessò di me. Volevo che Emmett corresse fuori dalla stalla e venisse a fermarmi; se non l’avesse fatto il mio castello di carte sarebbe crollato e non sarei più riuscita a guardarmi nello specchio.

-Dai, esci di lì e vieni da me. Vieni qui a fermarmi, vieni a prendermi, vieni ti prego.- Sussurravo le mie preghiere al vento, mentre la finestra del salone da cui ero uscita era sempre più vicina. Lui non arrivava e io mi sentivo morire dentro, avevo rovinato tutto. Tutto ciò che di buono ero riuscita a creare si era frantumato, Emmett non avrebbe più voluto saperne di me.

Salii lentamente in camera mia e mi sedetti sul letto, realizzai di essere irrimediabilmente sola, lui non sarebbe venuto. Scoppiai di nuovo in lacrime e mi sdraiai ancora vestita, abbracciando un cuscino. Mi addormentai col viso rigato dalle lacrime e i singhiozzi che ancora mi riempivano la gola. Per qualche ora mi concessi ad un sonno per niente ristoratore, ma tormentato da incubi. Dei raggi di sole penetravano dalle scure tende che coprivano le finestre.

Un tocco leggero si posò sulla mia guancia, seguito da un dolce bacio. Allora non lo avevo fatto scappare, era venuto addirittura in camera mia per coccolarmi. Non mi importava di trovarmi nella mia stanza di giorno, avrei fatto l’amore con lui fino allo sfinimento. Le palpebre erano pesanti e appiccicate, colpa del pianto, ma riuscii a fatica ad aprirle e a guardare l’uomo di fronte a me.

-Ah!- Urlai spaventata. -Royce, sei tu.- La mia voce era impastata dal sonno.

-Sì, rosellina sono io, chi altro dovrei essere? Sorpresa.- Cercai di sorridere. -Sapevo quanto ci tieni ad andare alla festa di domani sera, così sono tornato per accompagnarti.-

-Ma che tesoro.- Non potevo essere più ironica.

-Dai, alzati e cambiati, non dovresti dormire vestita.- Mi sedetti sul letto, la gonna era arrivata sulle cosce e istintivamente mi coprii.

-Ieri ero molto stanca, mi sono seduta e senza rendermene conto già dormivo.-

Si sedette vicino a me e mi abbracciò protettivo. -Povera piccola, ti lascio sempre sola a fare tutto.-

-Ormai ci sono abituata.-

-Ho un’idea. Andiamo a fare una bella cavalcata io, te e Anthony, prima che cali il sole.-

-Prima che cali il sole? Che ore sono?-

-Le 15…-

-Davvero?-

-Sì, hai dormito molto. Marjorie ha provato a svegliarti, ma non c’è riuscita. Ti faccio portare qualcosa da mangiare mentre ti vesti, poi andiamo.-

-Ma Royce, Anthony sta male, non può uscire di casa.-

-No, oggi sta bene, non ha neanche la febbre. Lo facciamo coprire bene e passiamo il pomeriggio in famiglia.-

Da sobrio, Royce poteva quasi sembrare un marito amorevole e un padre attento.



Misi qualcosa nello stomaco e mi vestii. Una strana ansia aveva preso possesso del mio corpo e della mia mente. Avrei rivisto Emmett dopo la sfuriata della notte prima e sarei stata in compagnia del mio carnefice. Non sapevo se sarei riuscita a continuare con la mia recita, ma avrei resistito finché avrei potuto.

Entrai per prima nella stalla e cercai il mio uomo con lo sguardo. Quando lo trovai, avrei voluto saltargli al collo, ma non potei farlo. Lo fissai triste, lui sembrava non capire il perché di quell’atteggiamento; poi entrò Royce, che mi mise un braccio sulla spalla e son l’altra mano teneva nostro figlio. Capii dal suo viso che ad Emmett quella visione non aveva fatto piacere, così come non ne aveva fatto a me.

-Buon pomeriggio, signor McCarty.-

-Signor King.- Emmett fece un cenno con il capo. Stava soffrendo a causa mia. Il mio bambino corse verso di lui.

-Ciao Emmett, hai visto? Adesso sto bene e posso andare a cavallo.-

Lo stalliere sorrise e le sue tenere fossette gli si fecero spazio sul viso.

-Oggi niente Saetta, Anthony, verrai col cavallo, ok?- Royce gli scompigliò i capelli.

Stavo vivendo un’esperienza extracorporea, non riuscivo a credere che stesse capitando proprio a me. Mio figlio rispose accennando con la testa al padre e corse verso Emmett.

-Emmett, mi fai salire a cavallo?- Gli chiese tendendo le braccia verso di lui. Lo sguardo di Royce era infiammato.

-Piccolo, vieni qui, ti faccio salire io a cavallo.- Intervenne.

-No, voglio che mi ci fa salire Emmett.-

Lui si accucciò per parlare col bambino. -Ma oggi c’è il tuo papà qui, ti aiuterà lui a montare su.- Di risposta, Anthony lo abbracciò ed io spalancai la bocca. Raggiunsi i due uomini della mia vita e mi accucciai vicino a loro.

-Anthony, tesoro.- Gli presi le braccia. -Papà starà qui per pochi giorni, lascia che sia lui a farti salire a cavallo.-

-Va bene.- Disse con l’aria ammusata. Guardai Emmett chiedendogli scusa mentalmente e pregando perché capisse.



La passeggiata fu molto più tesa di quanto avessi sperato. Anthony parlava e rideva spensierato, mentre io e Royce non ci scambiavamo una parola. Quando il sole stava cominciando a tramontare tornammo alla stalla e arrivammo a casa appena in tempo per la cena. Anche a tavola, l’atmosfera non era delle migliori. Ad Anthony si era nuovamente alzata la febbre. Lo mettemmo a letto e salimmo nella nostra stanza, anzi nella mia, visto che mio marito, con me, non voleva dormirci mai.

-Te l’avevo detto che non era una buona idea, ha di nuovo la febbre.-

-Ma come si è permesso quel bifolco!?-

-Di cosa stai parlando Royce?- Ero sbigottita.

-Di quello stupido stalliere.- Mi urlò in faccia.

-Io ti dico che nostro figlio sta male e tu pensi allo stalliere?-

-Hai visto come Anthony lo ha abbracciato?-

-Ti preoccupi per questo?-

-E tu non hai fatto niente per fermarlo! Suo padre sono io, non quel tipo tutto muscoli e niente cervello.-

-Tu non hai idea di quello che dici Royce.-

-E il modo in cui ti guardava. Ti spogliava con gli occhi.-

-Non essere ridicolo.-

-Io non sono ridicolo. Dimmi, rosellina, te lo scopi?-

-Che cosa? Royce ti prego, non scherzare, non è il momento.- Sì, brutto stronzo! Mi scopa come tu non hai mai fatto!

-Nostro figlio sembrava voler stare con lui, più che con me.-

-Ma cosa pretendi, Royce? Tuo figlio ha visto solo le tue spalle da quando è nato. Pensi che basti presentarsi a casa una volta ogni tanto portando regali, per essere un buon padre? Non è così, mio caro. Per farti voler bene devi esserci, devi fare il padre. Anthony gioca con quello che gli porti, è un bambino, ma poi vede i suoi amici che si divertono con i loro padri e si accorge che tu non sei così.-

Mi guardò infuriato. La paura crebbe dentro di me, sapevo come sarebbe finita e stavolta non era neanche ubriaco, non sarei riuscita a difendermi in alcun modo.

-Io mi faccio in quattro per farvi vivere in questo modo, per non farvi mancare niente.-

-Certo, tu stai sempre in giro per il mondo a lavorare. Pensi che sia così ingenua, Royce?-

-Che cosa stai insinuando, Rose?- Mi bloccò un polso con la mano, stringendo forte.

-Lasciami, mi fai male.-

-Io non lascio niente. Tu sei mia moglie e ti fai andare bene tutto quello che faccio.- Mi piegò il polso e non riuscii a trattenere una lacrima di dolore.

-Sono tua moglie, non una bambola di pezza.-

Un forte schiaffo mi raggiunse sul viso. -Non osare rispondere. Tu sei mia e ti tratto come mi pare.-

Lo guardai sfidandolo. -Io non sono tua, non lo sono mai stata e mai lo sarò.-

Strinse ancora di più la presa. -Come ti permetti.-

Mi spogliò strappandomi i vestiti, violento come non mai. Le mie mani immobilizzate da una delle sue, cercavo di assestargli un calcio all’inguine, ma lui era più veloce di me. Mi bloccò le gambe con le sue, stringendomi i fianchi con il braccio libero e mi fece cadere sul letto. Le sue strette erano molto più forti del solito, senza l’alcol ad annebbiargli la mente.

Io invece cercai di fare come facevo sempre, arrivata a quel punto. Spensi i miei pensieri e mi estraniai dalla situazione, non potevo fare altro o avrei sofferto troppo. Riuscii a pensare una sola cosa, prima che Royce s’impossessasse di nuovo del mio corpo: Emmett… Scusa, amore mio… E un’unica, solitaria lacrima mi rigò il volto.



Per la fesa di beneficenza di quella sera avevo scelto un abito trovato su una rivista qualche tempo prima. Era un bellissimo intreccio di velluto, brillanti e tulle. Non sarei riuscita a farmelo inviare dall’Europa, era passato troppo tempo da quando quella rivista era stata pubblicata, così me lo feci cucire su misura dalla sarta.

Sapevo che Royce non ci sarebbe stato e che sarebbe stato via di casa il tempo sufficiente da far sparire, o quasi, i miei lividi. Niente che non sarei riuscita a coprire con del buon fondotinta. Dopo anni sarei riuscita a portare un vestito che mi avrebbe lasciato scoperte le braccia. La parte superiore dell’abito era un bustier di velluto nero. A partire dalla linea inferiore del seno, sul tessuto si aprivano giochi di diamanti e ricami che arrivavano fino alla parte posteriore della gonna, che proseguiva liscia e morbida fino a terra. La parte anteriore, invece era larga e pomposa, fatta di tulle e chiffon. Avrei legato i capelli in una morbida crocchia, lasciando che boccoli dorati mi ricadessero sulle spalle. Non avrei indossato gioielli, tranne un paio di orecchini pendenti di diamanti. Per il trucco mi sarei lasciata trasportare dall’istinto.

Questo era quello che mi ero prefissata di fare, ma una volta indossato il vestito mi resi conto che, conciata in quel modo, non mi sarei potuta presentare da nessuna parte. Le mie braccia erano piene di contusioni e una guancia era gonfia e livida. Non avevo niente da mettere sulle spalle per coprirmi, l’abito era stato pensato per lasciare quella parte del corpo nuda. Mi guardavo nello specchio e non mi riconoscevo. Non riuscivo più a trovare nei miei occhi la Rosalie felice che ero stata, più o meno un miliardo di anni fa.

-Rosellina, sei pronta?- Royce irruppe nella stanza, non mi girai a guardarlo. -Ma che cosa…?-

-Cosa, Royce?-

-Vorresti venire alla festa conciata così?-

-Conciata come, Royce? Ieri non ero conciata così.- Imitai la sua voce. Mi guardò come se avessi parlato in una lingua a lui sconosciuta.

-Cosa stai cercando di dirmi?-

Sentii la solita rabbia montarmi dentro. Con mio marito era l’unico sentimento forte che riuscivo a provare. -Vuoi negare l’evidenza? Non ricordi cosa è successo ieri notte? Non fare il finto tonto, non attacca con me.-

-Sei inguardabile, Rosalie.- Si girò verso la porta.

-Io non sono inguardabile, Royce, quindi girati e guarda cosa mi fai quando sei qui.- Gli urlai contro la mia frustrazione, ma lui non si voltò.

-Vado via, fai quello che ti pare.-

-Certo vai via, sai fare solo questo.- I suoi occhi crudeli si posarono su di me.

-Ti farò sapere quando tornerò.-

-Come fai sempre.-

-Arrivederci Rosalie.-

Lo seguii per vederlo andare via sulla sua automobile. Tutto ciò che volevo era correre da Emmett e passare la notte abbracciata a lui. Ma non avevo il coraggio di farmi vedere così, quello che il vestito nascondeva era più di quello che mostrava, inoltre l’ultima volta che ci eravamo visti avevamo litigato per colpa mia. Non volevo neanche immaginare cosa pensava lui di me.

Forse sapevo di cosa avrei avuto bisogno.







P.S. Per chi volesse dare un’occhiata, l’abito di Rosalie è questo:

http://www.smh.com.au/ffximage/2008/07/13/dorianleigh_narrowweb__300x303,0.jpg
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13) SNSUALITà

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Ven Lug 31, 2009 7:21 pm

Litigare con Rosalie era stato straziante. Non pensavo quello che le avevo detto, sapevo che lei non mi considerava solo come lo stalliere con cui andare a divertirsi ogni tanto. Quando si parlava di suo marito e di quello che le faceva, diventava particolarmente sensibile e spesso si alterava, così lasciavo cadere il discorso, ma quella volta non c’ero riuscito. Non sopportavo l’idea che quella creatura eterea venisse trattata male, che qualcuno potesse disprezzarla invece di amarla e proteggerla.

A quel bastardo era stato fatto un dono meraviglioso e lui non se ne rendeva conto, lo sciupava senza nessun rimpianto. Ero sempre più convinto che se Rosalie fosse stata mia sarebbe stata davvero felice, avrebbe avuto la vita che aveva sempre sognato; avrebbe avuto amore, serenità, figli, tutto.

Vederla entrare nella stalla con suo marito, il giorno dopo la nostra litigata, era stata un’altra coltellata dritta in petto. Il viso della mia Rosalie era sofferente, come lo avevo visto la notte prima, rigato dalle lacrime; vederla così mi faceva venire voglia di spaccare il mondo, di distruggere l’essere abbietto che la rendeva infelice. Quella bestia l’avrebbe di nuovo presa con la forza, ne ero certo. Dovetti impegnare tutta la mia mente e tutto il mio corpo per non uccidere quell’essere con le mie mani, lì nella stalla.



Ero sdraiato nel mio letto a guardare il soffitto e a pensare agli ultimi, pesanti e interminabili giorni. Da poco avevo cominciato a passare le notti nella stanza che era stata di Lucy, quando non potevo passare con Rosalie. La mia bella Rosalie. Occupava la maggior parte dei miei pensieri, non riuscivo a fare a meno di lei. Improvvisamente sentii bussare alla porta, mi alzai e andai ad aprire.

-Ciao.- Mi salutò Rosalie.

-Ehi, che ci fai qui?- Cercai l’interruttore per accendere la luce.

-No, aspetta. Non accendere la luce.- C’era qualcosa di strano nella sua voce.

-Hai bevuto?-

-Solo un po’.- Mi rispose mimando “un po’” con l’indice e il pollice destri.

Entrò nella stanza in un fruscio di sottogonne. Notai lo splendido abito nero che indossava e le sue braccia lunghe, di nuovo sfigurate dal bastardo.

-Royce è andato via.- Parlava trascinando le parole. Doveva aver bevuto più di “un po’”.

-Non doveva andare via domani?-

-Sì, ma è andato via oggi.- Sembrava piuttosto lucida, nonostante tutto.

-Ma il tempo di farti male lo ha avuto…- Constatai carezzandole delicatamente un braccio, per non farle ancora più male. Si rabbuiò improvvisamente.

-Emmett, tu mi trovi bella?-

-Ma che domande sono, piccola? Tu sei molto più che bella…- Era così tenera, con quella voce incerta e l’espressione affranta. Non potei fare a meno di sorridere e abbracciarla, spostandole una ciocca di capelli dietro l’orecchio.

-Davvero?-

-Davvero.-

-Aspetta, voglio farti vedere una cosa.- Si allontanò da me e la vidi portare le mani sulla schiena.

-Cosa fai?- Stava cercando di sbottonare il bustino. Mi avvicinai a lei, non volevo che si spogliasse e facesse qualcosa di cui il giorno dopo non avrebbe ricordato niente, o di cui si sarebbe pentita.

-Aspetta, aspetta. Non ti avvicinare. Devi vedere una cosa.- Le sue mani lavoravano dietro la schiena, inciampò nella grande gonna riuscendo a rimanere in piedi e rise della sua goffaggine. Sospirai, era testarda quella splendida donna. Non c’era niente da fare, mentre finiva di spogliarsi andai ad accendere la luce. Quando mi girai per guardarla aveva indosso un paio di mutandine di pizzo e una guepiere che teneva le calze. I suoi piedi erano scalzi, con le braccia si copriva il seno e i suoi occhi mi fissavano spaventati. Seguii le onde dei capelli biondi lunghi fino ai fianchi. Anche quelli, come le braccia, erano segnati da lividi scuri. Era molto peggio delle altre volte, le tumefazioni non si limitavano agli arti: il suo ventre piatto, il sedere rotondo, le sue spalle, gran parte del corpo perfetto di Rosalie era ricoperto dai segni lasciati dalle mani cattive di un uomo che non la meritava. Guardandola meglio in viso, vidi che aveva una guancia gonfia. Il bastardo non si era limitato stavolta.

-Ma cosa ti ha fatto?-

-Ieri non era ubriaco.- Fu scossa da un tremito, al ricordo della notte precedente. -E adesso? Mi trovi ancora bella?-

-Non potresti essere più bella di così.- Scoppiò in lacrime singhiozzando. Presi una camicia da una sedia e gliela posai sulle spalle, cercando di coprirla come potevo e stringendola a me. Le accarezzai la testa, cercando di consolarla in qualche modo, sapendo che comunque non ci sarei riuscito.

-Piccola, non piangere. Lui non merita le tue lacrime.-

Singhiozzò ancora più forte, poi, poco alla volta, si calmò. Parlò piano, tra le lacrime. -… Mo…-

-Cosa?-

Puntò i suoi profondi occhi blu sui miei e mi fissò intensamente, non sapevo per quanto sarei riuscito a sostenere quello sguardo.

-Non te ne ho mai parlato prima perché questa… Cosa… Che c’è tra noi è complicata e difficile e non dovrebbe esserlo.- Non riuscivo a capire dove voleva andare a parare. Forse non era ubriaca, ma era sicuramente brilla e fare un discorso sensato le risultava difficile. In altre circostanze, sarebbe stata buffa. -Io sono sposata, più o meno. Il mio matrimonio lo immaginavo diverso, ma comunque sono sposata. E anche tu lo sei… Ormai non più molto, ma sulla carta lo sei…-

-Non capisco, cosa stai cercando di…-

-Shh.- Mi azzittì con una mano. -Il fatto è che ora sono pronta a dirtelo…- Mi guardò con una dolcezza infinita. -Ti amo.-

Due parole, cinque lettere, mi avevano sconvolto. Sapevo che quello che c’era tra noi era amore ma non avrei mai immaginato, neanche lontanamente, che sarebbe stato così bello sentirmelo dire. Rimasi pietrificato di fronte a lei, non sapevo cosa risponderle.

Ti amo anch’io Rosalie, con tutto me stesso.

Era questo che avrei dovuto dirle, quello che volevo dirle. Aprirle il mio cuore ed essere complice di quell’amore che ci aveva travolti e incatenati l’uno all’altra. Ma una paura improvvisa si prese gioco di me. E se quelle parole fossero solo frutto di una mente annebbiata e ferita? Se non le pensasse davvero, se quello che aveva detto fosse solo un bisogno momentaneo di sentirsi amata?

-Sei ubriaca, Rosalie.- Le risposi con voce fredda e dura.

-Non sono così ubriaca.- Replicò sibilando la S.

-Andiamo.- La presi in braccio per portarla via dalla mia stanza.

-Dove mi porti?-

-A letto.-

-Andiamo a fare l’amore?- Mi sorrise sorniona.

-No, andiamo a dormire.-

-Ma io non voglio dormire.- Mi strinse le braccia intorno al collo. -Voglio fare l’amore con te… Perché ti amo.-

Mi baciò e un brivido mi percorse tutto il corpo. Una pazza voglia di farla mia in quel corridoio buio mi pervase.

-Non fare così o non resisto…- La mia voce era roca ed eccitata. Ogni suo più piccolo gesto faceva salire il mio desiderio a dismisura. Tenerla mezza nuda tra le mie braccia, oltretutto, era una tentazione tremenda. La sua pelle bruciava sulla mia, coperta da una canottiera leggera.

-Non devi resistere. Io sono tua, puoi prendermi quando e dove vuoi…-

Una fitta mi torturò il basso ventre, quella voce bassa e sexy che mi chiedeva di farla sua era così eccitante. -Non istigarmi, Rosalie.-

Si strinse ancora di più a me, facendomi perdere l’equilibrio. Barcollai per qualche passo, riuscendo a rimanere in piedi. Le sue labbra continuavano ad esplorare il mio collo, golose. Mi baciava, mi mordeva, mi leccava. E le fitte al basso ventre aumentavano.

-Fermati, mi farai cadere.-

-Vuol dire che faremo l’amore per terra.-

-Non faremo niente per terra, avanti cammina da sola.- Le feci posare i piedi per terra e aprii la porta della sua stanza, dove non ero mai stato. La camera dove dormivo mi era sembrata lussuosa, ma era niente in confronto a questa. Un enorme letto a baldacchino troneggiava su un piedistallo, coperto da drappi di seta rosa, in tinta con le coperte. Una toletta, l’armadio, una scrivania, tutti mobili di legno chiaro e una sedia e una poltrona foderate dello stesso tessuto del baldacchino. Candide tende coprivano le finestre e altre tende più spesse, di velluto, che sicuramente servivano a tenere lontano il sole di mattina.

-Wow, si tratta bene signora King.-

-Il letto è molto comodo.- Mi guardò maliziosa spostando le mani sul mio petto e cercando di infilarle sotto la canottiera.

-Cosa stai cercando di fare? Vuoi sedurmi?-

-Sì.- Rispose sincera, alzandosi in punta di piedi e mordendomi un lobo. Ancora brividi, ancora fitte. Ma ero deciso più che mai a resisterle. Non volevo approfittare di una donna brilla.

-Dove tieni la camicia da notte?-

-Lì.- Mi indicò il comodino alla sinistra del letto.

Cercai di avvicinarmi al mobiletto, ma lei mi si avvinghiò addosso.

-Non voglio dormire, voglio fare l’amore con te… Ora.- Si tolse la mia camicia di flanella a quadri e la fece cadere a terra. Camminò indietro fino al letto e ci si sedette sopra sensualmente, con una mano mi fece segno di sedermi vicino a lei. Mi stavo violentando mentalmente e fisicamente per non saltarle addosso. Se ne stava seduta sulla seta con le gambe aperte e i piedi puntati a terra, le mani poggiate sul letto, il seno scoperto e perfetto, il viso ammiccante ed eccitante, resisterle era un sacrilegio. Sentivo i pantaloni premere sulla mia eccitazione e fare male. Volevo averla ardentemente, non desideravo altro che vederla godere sotto di me e farla implorare di non fermarmi, di continuare a torturarla col piacere che sapevo procurarle. Ma dovevo resistere, era una sfida con me stesso.

-Dai, non dirmi che non mi vuoi.- Era priva di ogni inibizione, voleva avermi e non me l’aveva mai dimostrato così chiaramente. Si portò una mano sul collo, poi la fece scendere sul petto, sul ventre e poi la portò sulla sua intimità coperta da pochi centimetri di pizzo. Reclinò la testa indietro e gemette piano.

-Ok, basta così.-

-Emmett… Vieni qui…- Cercai di ignorarla mentre si toccava e mi chiamava supplicante. Recuperai la camicia da notte e tornai da lei. -Ce l’hai fatta.-

Mi mise un braccio intorno al collo e mi baciò con trasporto. Non potei fare a meno di rispondere a quel bacio. Si sdraiò e mi ritrovai sopra di lei con le sue gambe che mi cingevano i fianchi. Strusciò la sua intimità sulla mia. Ogni suo movimento gridava sesso e quasi ogni parte del mio corpo mi diceva di assecondarla.

-Accidenti, signor McCarty… C’è qualcosa per me là sotto?- Lasciai l’indumento da notte sul letto e portai una mano su una sua coscia, liberando una calza dalla guepiere. Feci lo stesso con l’altra, poi le feci alzare la schiena e sganciai il reggicalze. Provò a togliermi la canottiera, ma io fui più veloce e mi alzai.

-Ehi…- Protestò.

-E ora mettiti la camicia da notte.-

-Mi hai spogliata con l’inganno!-

-Eri già nuda, praticamente.-

-Sì, ma… Ma…- Il suo viso era esilarante, una maschera di stupore e sconcerto. Risi di cuore vedendola spiazzata.

-Adesso mettiti la camicia da notte e dormi. Domani faremo l’amore per tutto il tempo che vorrai.- La baciai sul collo, sotto l’orecchio, dove sapevo che le piaceva particolarmente essere baciata.

-Non puoi fare così, non è giusto.-

-Quello che hai fatto tu non è giusto.- Presi la camicia da notte e cominciai a infilargliela. Non credevo che mi sarebbe mai capitato, trovandomi su un letto con Rosalie, di volerla vestire invece che spogliare. –Ti sembra quello il modo di far impazzire un uomo?-

-Ma io non voglio far impazzire nessun uomo. Io voglio te.-

-Anch’io voglio te, ma non ora e non così.-

-È perché ti ho detto che ti amo?-

-Cosa? N… No…-

-Io ti amo davvero, Emmett. Tu non mi ami?-

-Non sai quello che dici Rosalie, ne parleremo domani, quando sarai lucida.- Alzai le coperte e la feci sdraiare, coprendola bene.

-Me lo prometti?-

-Te lo prometto.-

-Buonanotte, mio dolce Emmett.-

-Buonanotte, Rosalie.-

Uscii dalla stanza recuperando la mia camicia e spegnendo la luce. Dovevo solo portarle il vestito nero e mettermi a letto. Ma come avrei fatto a far diminuire la mia eccitazione? Le immagini di Rosalie nuda e sensuale mi affollavano la mente. Un modo in effetti c’era.

Andiamo, Emm. Non hai più sedici anni! Accidenti a Rosalie!
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14) TI AMO

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Ven Lug 31, 2009 7:22 pm

Mi trovavo in un luogo buio e silenzioso. Camminavo scalza sulla terra nuda. Qualche sassolino mi solleticava le piante dei piedi. Sentii una presenza dietro di me, una presenza inquietante e pericolosa, lo capivo dall’odore di marcio che arrivava alle mie narici. Cominciai a correre, fino a quando mi trovai in un vicolo cieco e mi voltai per guardare il mio assalitore. Riuscivo a distinguere una sagoma alta e magra e due diabolici occhi rossi che mi fissavano famelici. Era troppo buio per capire cosa fosse quell’essere, mi rannicchiai in un angolino aspettando la mia fine, che però non arrivò. Un’altra sagoma, bianca e luminosa, si piazzò di fronte a me bloccando la bestia e facendola scappare. L’angelo si girò verso di me e mi prese in braccio per rassicurarmi. I suoi occhi erano azzurri e cristallini, mi ci persi dentro mentre lui mi accarezzava i capelli.



Un raggio di sole mi colpì in pieno viso e mi girai dall’altra parte. Quel bellissimo angelo era stato solo un frutto della mia mente annebbiata dal sonno e dall’alcol. Che peccato, però. Sarei rimasta tra le sue braccia protettive per sempre. La stanza si riempì di luce e i passi della cameriera rimbombarono nelle mie orecchie. Aprii gli occhi e una fitta mi trafisse la testa. La trovai alle prese col mio abito nero.

-Marjorie, per favore chiuda le tende e mi lasci sola.- Chissà come, riuscii ad articolare quella frase.

-Va bene signora.-

-E, per favore, chiedi alla tata di occuparsi di Anthony.-

-Sì, signora.- Rispose mentre la stanza tornava buia, alleviandomi il dolore al capo.

-E che nessuno venga a svegliarmi. Neanche per il pranzo.-

-Come desidera. Buon riposo signora.- Uscì dalla stanza chiudendo le porte.

Lasciai che la mia mente si annebbiasse di nuovo e permisi a Morfeo di prendermi tra le sue braccia, abbandonando il mio corpo all’intorpidimento del sonno.



Mi alzai indolenzita dal letto. Poggiai i piedi a terra e faticai a mettermi in piedi. Non volevo sapere l’ora, non volevo sapere niente. Volevo solo andare a parlare con Emmett per colmare il vuoto della sera prima. C’erano poche cose di cui ero sicura, altre di cui non lo ero, dopodiché, il vuoto totale.

Andai a specchiarmi in bagno, sembravo un mostro. I capelli erano arruffati e qualche forcina ancora faceva capolino, avevo due profondi segni neri sotto gli occhi e rimasugli di trucco sulle guance e sulle palpebre. Ero impresentabile. Mi lavai veloce, spazzolai i capelli per districare i nodi. Fu un’impresa più ardua del previsto, quando ci riuscii li raccolsi in una coda morbida; se avessi stretto il mal di testa latente sarebbe tornato a colpire. Cercai di darmi un’aggiustata alla faccia con del fard, per non far notare la stanchezza che mi sentivo addosso.

Andai in cucina per mangiare qualcosa, il mio stomaco mi supplicava di essere riempito. Scoprii che era pomeriggio inoltrato, quasi sera a dirla tutta. Ingurgitai al volo un po’ di pane e formaggio, senza avere il coraggio di toccare nulla di liquido. Poi mi diressi verso la stalla, sperando che Emmett non se ne fosse ancora andato. Il sole, anche se stava già tramontando, mi diede fastidio agli occhi; per fortuna avevo portato con me un paio di occhiali scuri, che inforcai il più velocemente possibile.

Entrai nella stalla timorosa e vidi il mio uomo intento a sistemare i cavalli per la notte. Il rumore del mio ingresso lo fece girare verso di me.

-Buongiorno.- Mi apostrofò con tono divertito.

-Buonasera.- Sfoderai il sorriso migliore che riuscii a trovare.

-Come ti senti?-

-Piuttosto confusa, in realtà.-

-Non ne dubito.- Aveva un sorrisetto ironico stampato sulla faccia, avrei voluto prenderlo a pugni.

-Io non… Non ricordo bene cosa è successo ieri sera. Ho dei flash confusi, da un certo punto in poi.-

Mi si avvicinò e mi baciò su una guancia, poggiandomi una mano dietro la nuca. -E da che punto non ricordi?-

Lo cinsi in vita con le braccia. -Io ricordo che mi stavo preparando per la serata, che Royce è entrato nella stanza e mi ha detto di cambiarmi, che ero inguardabile…- Sentii il braccio con cui Emmett mi aveva avvolta irrigidirsi in uno spasmo. -Poi abbiamo litigato e lui se n’è andato. Sono andata nella sua sala hobby e ho bevuto un bicchiere di… Qualcosa… Solo che poi…-

-È stato più di un bicchiere.-

-Sì. E da lì c’è il buio quasi totale. So di essere venuta da te, ma non sono sicura di quello che ho fatto e detto nella tua stanza.-

Sciolsi malvolentieri l’abbraccio per guardarlo negli occhi.

-Potresti toglierti gli occhiali, per favore?-

-Assolutamente no.- Coprivano totalmente i miei occhi, non ero riuscita a nascondere le occhiaie come avrei dovuto. Di tutta risposta, lo stalliere si avvicinò e li tolse con delicatezza. Trovò i miei occhi chiusi in una smorfia di disapprovazione.

-Non mi scandalizzo per un paio di occhiaie post-sbornia. Sapessi quante ne ho avute io.-

-Ma tu sei un uomo. Non sta bene che una signora si faccia vedere così.-

-Sei bellissima lo stesso.- Non resistetti al suo dolcissimo sorriso tutto fossette.

-Va bene, ti perdono. Allora… Cosa ho fatto ieri?-

-Dunque, sei venuta da me con quello splendido abito nero addosso. Sei entrata in camera mia e ti sei spogliata.-

-Mi sono spogliata…- Sapevo cosa aveva visto, il mio corpo era pieno di lividi.

-Sì, ti sei tolta il vestito e… No, non voglio parlare di quello che ho visto o mi assalirà una voglia tremenda di trovare tuo marito e ammazzarlo con le mie mani.-

-Oh, Emmett, io…- Quella sua gelosia, quel suo senso di possesso, mi facevano impazzire.

-Poi…- Ignorò le mie parole. -Ti ho coperta con una mia camicia e tu ti sei stretta a me, dopodiché ti ho presa in braccio e ti ho riportata in camera.-

Approfittai di una sua pausa. -Aspetta, aspetta. Io sono quasi sicura di averti detto che ti…-

Mi azzittì veloce. -Sì, lo hai detto…-

-Ma tu non mi hai risposto.-

-No, non l’ho fatto.-

Ci riflettei un po’ su. Forse lui non provava le stesse cose che provavo io, ma non potevo più nascondere i miei reali sentimenti. -Io ti amo davvero Emmett… Ti amo da un bel po’, ma non ho mai avuto il coraggio di dirtelo e…-

-Rosalie, non voglio che tu dica cose che non…-

-No, Emm… Io ti amo. E non me ne pento. Sei la cosa più bella che mi sia mai capitata e non ce la facevo più a tenermi dentro questa cosa.- Lo fissai sperando che non pensasse che fossi pazza o qualcosa di simile. Improvvisamente mi resi conto che un suo rifiuto sentimentale mi avrebbe destabilizzata, e non poco. Volevo che lui mi amasse, lo volevo con tutto il cuore. Il suo silenzio mi stava uccidendo. -Ti prego, dì qualcosa.-

-Rosalie, io…- Ci stava pensando troppo.

-Aspetta, non continuare. Perché se non mi ami, ora come ora, non riuscirei a capacitarmene. Ma non voglio che tu mi dica di amarmi se non lo provi davvero, sarebbe ancora peggio.- Ancora silenzio, non riuscivo a guardare l’uomo di fronte a me, ero terrorizzata da quello che mi avrebbe detto.

Prese il mio viso tra le mani e mi obbligò a guardarlo negli occhi. Quelli erano gli occhi azzurri e cristallini del mio sogno, lui era il mio angelo. Mi osservò con dolcezza e sorrise. -Ti amo, Rosalie.-

-Davvero? Te l’ho detto, non devi sentirti obbligato a dirmelo, perché non sarebbe giusto se io…- Un bacio pose fine a quel fiume di parole e il mio cuore prese il volo. L’avevo perso, anzi no. Lo avevo donato ad Emmett perché lo custodisse e lo curasse. Ora gli appartenevo con tutta me stessa. E in quel momento presi la decisione che mi avrebbe cambiato la vita. Appena Anthony si fosse sentito meglio sarei andata via da quella casa, insieme all’uomo che mi aveva fatta innamorare e che aveva frantumato il mio muro di difesa. Avremmo trovato un posto dove vivere e saremmo stati felici. Saremmo riusciti a divorziare dai nostri rispettivi consorti, ci saremmo sposati e saremmo stati felici. Non potevo più immaginare la mia vita lontana da quell’uomo meraviglioso.

Terminare quel bacio fu doloroso; non volevo abbandonare la sua bocca, volevo continuare a inebriarmi di quel sapore indescrivibile.

-Sarà meglio che tu vada, è quasi ora di cena.-

Rimasi abbracciata a lui ancora un po’. -Va bene, ma dopo tornerò e continueremo la nostra conversazione.-

-Come vuoi, qualsiasi cosa per te.-

Mi avviai verso l’uscita della costruzione, poi mi voltai a guardarlo, come ogni volta.

-Ti amo.-

-Ti amo.- Risposi, prima di uscire.



Mio figlio aveva passato la giornata a letto. La febbre era alta e respirava a fatica. Gli feci preparare della minestra calda e gliela feci mangiare, imboccandolo piano. Vederlo così, lui che era sempre attivo e allegro, mi faceva piangere il cuore. Il giorno dopo sarebbe venuto un medico che l’avrebbe visitato a fondo. Avevo tanti motivi per augurarmi una sua veloce guarigione. Gli rimasi accanto tutto il tempo che ci volle per farlo mangiare e addormentare, anche se, debilitato com’era, non fu affatto difficile. Restai ad accarezzargli i capelli per un po’, mentre dormiva. Era bollente e rantolava. Ciò che mi faceva arrabbiare, sopra ogni cosa, era che suo padre se ne disinteressava completamente. Cenai controvoglia, ma dovevo mantenermi in forze per curare il mio bambino.

Raggiunsi Emmett appena fui sicura che tutta la servitù si fosse ritirata nella sua zona della villa. Entrai nella stalla lentamente, richiudendomi la porta alle spalle.

-Piccola, tutto bene?- Premuroso come sempre.

-Più o meno. Anthony sta male.-

-Di nuovo?-

-Purtroppo sì.- Venne verso me e mi abbracciò forte.

-Vedrai, andrà tutto bene.-

-Lo spero.-

Poi un bacio, dolce e passionale al tempo stesso, pose fine alle mie ansie. Tutto spariva quando ero con lui. Mi trovai a perdermi tra le sue braccia grandi e forti, a godere dei suoi tocchi forti e delicati. Fare l’amore era la cosa più naturale del mondo e sembrava che, dopo esserci dichiarati l’uno all’altra quel pomeriggio, entrambi ci fossimo liberati di un peso e ci sentissimo liberi di amarci completamente. La stalla era calda e accogliente e il materasso di paglia, il più comodo su cui mi fossi mai posata.

Emmett sopra di me era una visione fantastica, le sue labbra esploravano il mio corpo desiderose di avere qualcosa in più che io sarei stata felice di donargli. Gli stavo dando tutta me stessa e anche di più, così come lui stava donando a me ogni fibra del suo essere. Si muoveva deciso sul mio corpo, cercava la mia bocca e le mie mani, impazziva per i miei gemiti e per quei “Ti amo” che gli sussurravo nell’orecchio. Venimmo insieme e rimanemmo ansanti, lui ancora dentro di me, per un tempo infinito.

Sentirlo così legato a me era quanto di più bello ed eccitante avrei mai potuto desiderare. Morivo dalla voglia di liberarmi di quella stupida membrana che mi proteggeva e di dargli un figlio. Sarebbe stato bello completarci in quel modo, non avevo mai desiderato tanto di rimanere incinta come in quel momento, ma sapevo che non era possibile. Sarebbe successo, ne ero certa, ma avrebbe dovuto essere perfetto. Ci saremmo sposati, avremmo passato un’indimenticabile prima notte di nozze a fare l’amore in un letto candido e morbido e avremmo riso pensando a questi momenti, in cui non potevamo amarci allo scoperto.

Mi rendevo conto che i miei sogni erano difficilmente realizzabili, ma sognare non costava niente e mi era impossibile non desiderare una vita felice accanto all’uomo che amavo più di me stessa.

Quando Emmett si sdraiò accanto a me, mi rannicchiai sul suo petto in cerca di calore e protezione e incrociai le mie gambe alle sue.

-Che altro è successo ieri sera?- Gli chiesi.

-Ti ho presa in braccio e ti ho portata verso la tua stanza, mentre camminavo hai cominciato a sedurmi, eri così eccitante, piccola, è stato difficile resisterti.-

Avvampai e mi rannicchiai ancora di più. -E poi?-

-Siamo arrivati alla tua stanza e ti ho messa giù. Sei andata a sederti sul letto e hai continuato a sedurmi. E…- La sua voce era bassa e sensuale, si stava eccitando di nuovo e questo mi fece provare un senso di soddisfazione incredibile. Strusciai una coscia tra le sue e sentii quell’eccitazione pulsare piano. -Non so dove ho trovato la forza, ma ho preso la tua camicia da notte, te l’ho fatta mettere e ti ho messa a letto, poi me ne sono andato.-

Continuai a strusciarmi addosso a lui con fare innocente. -Ma il vestito nero era lì.-

-Te l’ho riportato. Poi sono andato in camera mia, mi sono fatto una doccia fredda e mi sono messo a dormire.- Il suo tono era sempre più roco.

-Una doccia fredda? E perché?- Sapevo benissimo perché l’aveva fatto. Lo sentivo sulla mia coscia, ma mi stavo divertendo a stuzzicarlo.

-Avrei potuto usare la mano, ma non mi sembrava il caso, anche se…-

-Cosa?- Gli chiesi appropriandomi di un suo orecchio con i denti e sentendolo gemere.

-Ieri sera sembrava che tu ci stessi provando gusto a usare la tua mano… Su di te.-

-Che cosa? Io… Cosa?- Accidenti, non ricordavo affatto questo particolare.

-Non te lo ricordavi, eh?-
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15) ANDARE VIA

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Ven Lug 31, 2009 7:23 pm

Era stato difficile riuscire a dirle quelle due piccole parole, ma una volta pronunciate mi sembrarono le più semplici del mondo. Fare l’amore, quella notte, era sembrato diverso. Ogni gesto scaturiva da una passione irrefrenabile, ma tutto era intriso di una dolcezza infinita. Avrei potuto passare l’eternità a fare l’amore in quel modo. E avrei dato qualsiasi cosa per poter passare con la mia Rosalie il resto dei miei giorni. Mi aveva detto “Ti amo” da ubriaca e me lo aveva ripetuto, quel pomeriggio, da sobria. Non avevo mai ascoltato niente di più perfetto, lei mi amava, ormai non avevo dubbi, mi sentivo finalmente libero di esprimere i miei sentimenti a voce e così avevo fatto, vedendola finalmente felice.

La sera prima mi ero tormentato col pensiero di lei: sotto il getto freddo della doccia avevo cercato di alleviare il fuoco che mi aveva acceso dentro, ma non era servito a molto; tornato nel mio letto, avevo ancora una voglia bruciante di lei. Avevo stretto convulsamente a me la camicia che l’aveva avvolta, alla ricerca del suo profumo e mi addormentai ancora tormentato, sognando Rosalie.

Come prevedibile, il giorno dopo lei si trascinava dietro le conseguenze della sua sbronza. Aveva cercato di nascondere gli occhi segnati con grandi occhiali da sole scuri ed era venuta da me a chiedere spiegazioni che fui felice di darle. Non volevo lasciarla andare via, dopo averle confessato il mio amore, ma doveva essere così e lo sapevo, l’avevo scelto io accettando quella situazione. Nonostante tutto faceva male saperla lontana, ma prima di vederla andare via avevo letto una nuova convinzione nei suoi occhi. Era tornata di notte, nascosta dal buio del cielo senza luna, era venuta per sapere cos’altro era successo, per fare l’amore, per rimanere abbracciata a me, sdraiata nella nostra alcova segreta. La stalla aveva assistito alla nostra passione e non avevamo intenzione di incontrarci in altri luoghi se non fosse stato strettamente necessario. Non volevo portarla nella mia stanza, nel luogo in cui aveva dormito Lucy, la donna che legalmente era ancora mia moglie e chissà per quanto tempo lo sarebbe stata ancora. E lei non voleva portarmi nella sua stanza, dove l’orrore della sua vita si consumava.



La stringevo raccontandole le ultime battute della nostra conversazione della sera precedente. L’avevo scioccata con la frecciatina sulle mani. Rosalie stava facendo di tutto per farmi eccitare di nuovo e io stavo reagendo di conseguenza, ma non sarei stato l’unico in quel posto ad eccitarsi. L’immagine di lei che si toccava per me mi aveva tormentato fino a farmi male, mi sarei vendicato facendola impazzire e implorare di farla mia.

-Non te lo ricordavi, eh?-

-No, io…- Era spiazzata e assurdamente comica. -Non farei mai una cosa…-

-Sì, la faresti. E l’hai fatta davanti a me. Ed eri così eccitante…- Quell’ultima frase gliela sussurrai nell’orecchio, mordendolo piano. Un fremito scosse il suo corpo perfetto, mentre continuavo a stuzzicarla.

-Ti piacevo?-

-Da impazzire.- La mia lingua esplorava golosa il suo collo morbido, appena sotto il lobo.

-Mentre…- La sua pelle andava a fuoco, sotto le mie labbra. -Mentre mi toccavo?-

-Mentre ti toccavi, chiamando il mio nome.-

Una sua mano si mosse audace sul mio fianco, poi scese sul mio ventre e ancora più in basso, dove la sua intimità umida incontrava la mia coscia. La sentii accarezzarsi piano. -Emmett…- Sussurrò roca.

Sussultai di piacere e mi scostai per guardarla meglio. Mi scansò con la mano libera e si mise a sedere di fronte a me.

-Emmett…-

-Rosalie, non…-

-Mmm…- Un gemito strozzato le uscì dalle labbra e reclinò la testa. La mia erezione reagì con prepotenza. Rosalie mi guardò sensualmente, mentre la sua mano si muoveva sulla sua intimità, facendola bagnare. Una voglia pazza di assaggiare il suo sapore mi fece contorcere lo stomaco, così mi avvicinai a lei piano e le presi i polsi delicatamente, leccando le sue labbra e gustando quel dolce nettare che sapeva di lei come non mai. La feci sdraiare piano e la mia eccitazione premette forte sulla sua. Gemette ancora, tremando sotto di me. Mi baciò con passione crescente, muovendosi sotto di me per farmi entrare, ma non era ancora giunto il momento. Le baciai il collo, le spalle, le scapole, poi scesi ancora soffermandomi sui suoi seni sodi e rotondi, caldi, accoglienti, miei. Schiusi la bocca su un capezzolo rosa, leccandolo, stringendolo piano tra i denti e facendolo inturgidire. Rosalie sussultò a quei morsi, stringendo le gambe sulla mia schiena.

Scesi ancora, indugiando sul basso ventre. La mia donna tremò convulsamente chiamando il mio nome. Volevo che mi chiedesse di possederla, quando me lo avrebbe chiesto l’avrei accontentata più che volentieri, ma nel frattempo l’avrei fatta morire di piacere. Mi puntai sulle ginocchia, le aprii le gambe e lei mi guardò, il suo volto sconvolto dalle sensazioni che le stavo facendo provare. Mi avvicinai a quella parte di lei che mi attirava come una calamita e fui travolto dal suo odore profondo di donna.

Accarezzai l’interno coscia lentamente e baciai la sua pelle morbida e calda. La baciai piano tra le gambe facendola tremare ancora di più, poi la leccai, godendo del suo sapore dolce. Era fantastico stare tra le sue gambe, avrei potuto passarci ore intere senza stancarmi. Leccavo, baciavo, succhiavo e lei gridava il mio nome stringendo una mano tra i miei capelli. La sentii raggiungere il piacere chiamandomi ancora.

-Emmett…-

-Che c’è piccola?- Le chiesi sorridendo, soddisfatto di me stesso, mentre ancora la stuzzicavo con la lingua.

-Emmett, basta…- Il suo respiro era irregolare. -Vieni qui, prendimi, fammi tua… Non resisto più, voglio sentirti dentro me…-

Mi eccitai a morte quando me lo chiese, supplicante. Non aspettavo altro e fui dentro di lei veloce e sicuro. Le sue braccia mi circondarono il collo e le gambe la vita. Voleva sentirmi completamente e io le offrivo ogni centimetro del mio corpo e ogni fibra del mio essere. Mi aiutò a raggiungere il ritmo giusto e un altro orgasmo la fece contorcere sotto di me; la seguii subito dopo, abbandonandomi al suo fianco e stringendola a me. I nostri respiri strozzati e affannati riempirono la stalla per tutto il tempo che ci occorse a ritrovare la calma.

-Emmett…- Mi chiamò di nuovo, stremata. Il mio nome pronunciato da lei mi rendeva felice all’inverosimile. La sua pelle imperlata di sudore aderiva alla mia, centimetro per centimetro. Per non farle prendere freddo la coprii con una coperta calda e lei si addormentò tra le mie braccia. Prima che chiudesse gli occhi, li usò per guardarmi con dolcezza infinita. -Ti amo.-

-Ti amo anch’io.-



Passammo quella notte abbracciati, cullandoci con i nostri sogni.

Ma da pochi giorni dopo la situazione tra noi cominciò a degenerare. Rosalie era sempre nervosa e irritabile. Si arrabbiava per sciocchezze senza peso e poi si sentiva in colpa per avermi urlato contro. Veniva da me, mi chiedeva scusa, mi diceva di amarmi e facevamo l’amore per fare pace. Nonostante fosse estremamente divertente riappacificarsi in quel modo, odiavo discutere con lei, soprattutto senza un motivo valido.

Mi aveva detto diverse volte di voler andare via da quell’enorme villa, che per lei ora non era altro che una prigione, ma voleva aspettare che suo figlio stesse meglio. Ma anche quando Anthony non aveva la febbre e recuperava le forze, lei mi diceva che non era in grado di viaggiare, che avrebbe potuto avere delle ricadute e non se la sentiva di rischiare. Cominciavo ad essere esausto di questa situazione: l’amavo sopra ogni cosa, ma essere costretto a nascondermi come un ladro mi infastidiva. Volevo gridare al mondo che ero innamorato di Rosalie Hale, che quella donna fantastica mi aveva rubato il cuore, il corpo, l’anima, tutto. Ma doveva essere una cosa reciproca e sentivo che lei non era pronta a fare lo stesso.

La mia donna passava tanto tempo con suo figlio, lo accudiva dolcemente, era una madre fantastica. Soffrivo vedendola piangere tra le mie braccia mentre si tormentava dicendo che non poteva far altro per il suo piccolo angelo, se non stargli accanto. I medici che lo avevano visitato dicevano sempre le stesse cose, che non era niente di grave, che sarebbe guarito presto e non c’era da preoccuparsi, ma lei non ci credeva e continuava a chiamare dottori da tutto il paese. Era disperata e mi chiedeva conforto, solo che io non mi sentivo in grado di darle il sostegno di cui aveva bisogno. Quando si rifugiava tra le mie braccia, non facevo altro che stringerla, guardarla piangere e accarezzarla. Cos’altro potevo fare io? Mi sentivo pervaso da un senso di impotenza che non riuscivo a sopprimere.



Un giorno, Rosalie venne da me disperata e mi si gettò addosso in lacrime.

-Amore, che succede?- Le chiesi apprensivo.

-Oggi è stato qui un altro medico, il migliore della zona…-

-Un altro medico? Si può sapere perché continui a chiamarne di nuovi?-

-Perché mio figlio sta male e voglio che guarisca, lo capisci, accidenti?- Si stava arrabbiando di nuovo.

-Sì, hai ragione, scusa… E cosa ti ha detto questo medico?-

-Di portare Anthony in ospedale, a New York, perché vuole fare degli accertamenti…-

-E cosa hai intenzione di fare?-

-Cosa pensi che possa fare? Ce lo porterò!-

-Non mi sembra così ovvia come risposta, Rosalie…-

-E invece sì!- Mi urlò cacciandomi indietro. -È il primo medico che mi dice di fare qualcosa di diverso dal dare sciroppi a mio figlio o di fargli impacchi freddi o altre sciocchezze di questo tipo!-

-Se avevi intenzione di portarlo a New York, potevi anche farlo senza parlarmene. Tanto quello che penso non ti interessa, no?-

-Ma cosa dici Emmett? Vaneggi, per caso?- Aveva le lacrime agli occhi e mi parlava con astio. -Sono venuta da te perché credevo che ti importasse qualcosa di mio figlio, ma d’altronde non è figlio tuo e io sono così stupida da credere nell’illusione che ho creato nella mia mente.-

-Ma cosa…?-

-Niente, Emmett. Niente.- Indietreggiò fino ad uscire e la sentii correre via. Non si fece vedere né sentire per diversi giorni poi tornò da me e stentai a riconoscerla. Aveva pesanti occhiaie sotto gli occhi gonfi. Doveva aver pianto molto, povera piccola.

-Ehi…-

-Emmett…- Un singhiozzo la fece sussultare.

-Che succede?-

-Anthony…-

-Cosa?-

-L’ho portato a New York, gli hanno fatto delle lastre e…- Un altro singhiozzo.

-Cosa? Che succede, Rosalie?-

Un pianto incontenibile la sconvolse del tutto. Cercai di farla calmare e parlare. Alla fine ci riuscii.

-Anthony sta morendo, Emmett…-

-Cosa… Come?-

-Ha una grave forma di polmonite, che non è stata curata come avrebbe dovuto e ora… Non c’è più niente da fare… È questione di settimane, a dire tanto…-

-Piccola, io non… Non so cosa dire, io…-

Fece di no con la testa e si coprì il volto con le mani, affondandolo nel mio petto.



Le proposi di andare via, di trovare un posto tranquillo dove far stare suo figlio e di passare i suoi ultimi giorni insieme, ma non ci fu modo di farmi ascoltare.

Si chiuse in un silenzio tombale, in cui nessuno poteva interferire. Non venne più a trovarmi ed io presi la mia decisione. Sarei andato via, con o senza di lei. Avrebbe fatto male separarci, ma avevo perso me stesso, non mi riconoscevo più e avevo bisogno di abbandonare quel mondo sporco che non mi apparteneva.

Avevo preparato tutto: i pochi abiti che possedevo, i soldi che avevo messo da parte e i ricordi che avevo accumulato. Dovevo solo cercare Rosalie per dirglielo. Le avrei fatto sapere dove avrebbe potuto trovarmi e, se lo avesse voluto, avrebbe potuto raggiungermi.

Dovevo solo aspettare la sera giusta per andare via, ma non potei sceglierne una peggiore.
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16)FUNERALE

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Ven Lug 31, 2009 7:23 pm

La mia scelta non era stata delle più felici. Volevo andare via con Emmett, ma non sapevo come fare. Anthony stava sempre male e anche quando non aveva la febbre non me la sentivo di fargli fare un lungo viaggio. La tosse non lo abbandonava mai ed era sempre debole e affaticato. Io ero sempre nervosa ed irritabile, avevo paura per il mio bambino, in tutti quegli anni era stato il mio unico legame con villa King. Se non fosse stato per lui me ne sarei andata da tempo, abbandonando Royce e la sua violenza, cercando un altro posto in cui vivere e, magari, cambiando identità, perché i King sarebbero venuti a cercarmi. Ma avevo il mio angioletto e tanto mi bastava per sopportare tutto.

Dall’arrivo dello stalliere, però, ero cambiata. La fortezza che mi ero costruita intorno, per non soffrire più del voluto, era stata attaccata e conquistata; la forza che avevo dimostrato negli ultimi dieci anni vacillava. Anzi, in realtà non era mai esistita, era una forza apparente, un atteggiamento che mi ero cucito addosso per non mostrare agli altri la mia debolezza e le mie sofferenze. Quante volte avrei voluto gridare e distruggere qualcosa, invece mi ero limitata a farmi un copione delle chiavi della stalla e a rifugiarmi lì quando volevo stare sola. Poi era arrivato Emmett e, nella stalla, non ero più sola. Avevo qualcuno con cui parlare, con cui confidarmi e da cui farmi consolare; anche ora, sfruttavo il mio uomo come valvola di sfogo. Non ero sicura che lui capisse fino in fondo la mia frustrazione e il mio senso di impotenza di fronte alla malattia che affliggeva mio figlio, ma parlare, anzi, urlare contro di lui mi faceva sentire meglio… Per un po’, infatti poi mi rendevo conto che avevo trattato male l’unica perosna al mondo che mi amava davvero e tornavo da lui addolorata e pentita. Ormai avevo due soli atteggiamenti: una volta ero arrabbiata e una volta ero triste. Lui cercava di farmi stare meglio come poteva, fare l’amore era sempre meraviglioso ed appagnate, ma non riuscivo a godermi fino in fondo gli attimi dopo i nostri rapporti, presa com’ero a pensare ad Anthony. Stava dormendo? Era abbastanza coperto? E se invece fosse stato troppo coperto? Ero diventata una di quelle mamme apprensive e sempre ansiose, ma non potevo farci niente. Il mio angelo doveva stare bene a tutti i costi.



Era per questo che facevo venire alla villa medici su medici, ma tutti mi dicevano sempre le stesse cose. “Suo figlio starà benissimo”, dicevano e se ne andavano facendosi pagare parcelle altissime. E invece mio figlio non stava bene per niente ed io non avevo pace.

Poi, per fortuna, o purtroppo, arrivò un nuovo medico. Lavorava per l’ospedale di New York e generalmente non faceva visite a domicilio, ma nessuno poteva permettersi di rifiutare una richiesta della famiglia King. Si diceva in giro che fosse un dottore molto preparato, capace ed intuitivo, che spesso riusciva a diagnosticare malattie a cui altri suoi colleghi non avevano minimamente pensato. A vederlo di persona, era anche un uomo molto affascinante. Aveva sui quarant’anni, era alto e slanciato e degli splendidi capelli ramati gli ricadevano scompigliati sugli occhi verdi. Ispirava fiducia solo a guardarlo. Fu lui a volere che Anthony andasse in ospedale, per visitarlo più approfonditamente. Lì, gli fece una lastra e arrivò la terribile notizia. Una grave forma di polmonite aveva colpito il mio bambino e nessuno dei medici che l’avevano visitato se n’era accorto. Maledetti incompetenti assetati di denaro e potere. Li odiavo con tutta me stessa.

Sperai che Emmett potesse darmi un po’ di conforto, ma non ottenni da lui quello che avevo sperato. Ero disperata e non volevo altro che lui mi abbracciasse e mi tenesse stretta a piangere tra le sue braccia. Avevo bisogno di lui per accettare il fatto che il mio bambino, uno scricciolo di soli 10 anni, mi abbandonasse per sempre.

-Andiamo via ora, Rosalie.-

-Cosa?-

-Troveremo un posto tranquillo, dove tu potrai stare con Anthony prima che lui…- Non riuscì a finire la frase.

-Non posso portarlo via da casa sua, Emmett.-

-Ma era quello che volevi fare prima che…- Un’altra frase lasciata in sospeso.

-Sì, ma era diverso. Ora lui ha bisogno di stare con le persone con cui è cresciuto e io… Non posso… Non posso, non ora…-

Lui non capiva, non riusciva a comprendere. In fondo, non lo facevo neanche io. Non ero la persona più amata a villa King, ma Anthony sì. Tutti gli volevano bene e tutti volevano stargli accanto. Cercavo di non pensare, invece, a quelle persone che erano felici della morte del mio piccolo, come le sue zie che avrebbero avuto più possibilità di far diventare i loro figli eredi della fortuna di famiglia; non mi interessava sapere cosa pensavano quelle due arpie, volevo solo stare col mio bambino nei suoi ultimi giorni. Avevo smesso quasi del tutto di mangiare, ogni volta che mi portavano del cibo mi si aggrovigliava lo stomaco e non avevo più visto Emmett, dalla nostra ultima conversazione. Come se non bastasse, la rabbia nei confronti di mio marito, che era irrintracciabile, cresceva ogni giorno di più. Suo figlio stava morendo, e lui non si faceva trovare. Chissà dove era andato a cacciarsi, quel bastardo.

Quando arrivò il terribile giorno, la morte di Anthony mi colse del tutto impreparata. Ci eravamo addormentati insieme, la sera prima, ma io fui l’unica a svegliarsi. Il mio angelo era tornato in cielo, dove era giusto che dovesse stare, insieme ai suoi amici angeli, e un fiume di lacrime inzuppò il cuscino su cui ero poggiata, mentre le mie braccia si stringevano al corpicino senza vita di quel bambino dai capelli biondi e gli occhi azzurri, che per pochi anni aveva reso la mia vita meno penosa. Rimasi in quella posizione, sdraiata nel suo letto con lui tra le braccia, finché Marjorie non entrò nella stanza per portare la colazione. Non ci fu bisogno di parole, mi aveva letto negli occhi la disperazione più nera.

Organizzai il funerale il più velocemente possibile. Non m’importava se Royce ci sarebbe stato o meno, non c’era mai stato durante la vita di suo figlio, non si sarebbe presentato neanche per piangere la sua morte.

Arrivò il giorno prima della cerimonia e preparai le mie cose. Una valigia in cui mettere lo stretto indispensabile ed un beauty per la toletta. Avevo preso i gioielli che mio marito mi aveva regalato per sentirsi meno in colpa, se io ed Emmett avessimo avuto bisogno di denaro li avremmo venduti. Ero pronta a lasciarmi tutto alle spalle, ora niente mi legava più a quella casa e per quanto sarebbe stato difficile abbandonare mio figlio in una cripta, avevo bisogno di scappare da quel luogo che mi aveva causato solo dolore. Chiesi a Marjorie di mandare via la servitù dalla casa, chiunque si trovava in casa. Lei capì che l’invito ad andare via non era rivolto allo stalliere, ma non fece domande e mi obbedì. La ringraziai di cuore e aspettai che il mio uomo tornasse dalla stalla per parlare con lui ed organizzarci per il viaggio. Gli avrei chiesto di partire la sera, dopo il funerale, ero sicura che mi avrebbe assecondata, ma non sapevo quanto mi sbagliavo.



Lo raggiunsi nella sua stanza, sentivo il bisogno fisico di averlo addosso, di passare quella notte sveglia tra le sue braccia a piangere. Quando arrivai sull’uscio, lo trovai intento ad armeggiare con qualcosa che era sul letto.

-Emmett…- Lo chiamai con un filo di voce. Lui si girò di scatto a guardarmi.

-Rosalie… Mi… Mi dispiace per quello che è successo… Vorrei dirti qualcosa, ma so che qualsiasi cosa non andrebbe bene.-

-Lo so, grazie comunque. Sono venuta per…-

-No, aspetta. So che è un brutto momento per te, ma devo parlarti.-

-Sì, anch’io devo…-

-Fammi parlare, per favore.-

-Va bene.- La sua faccia seria mi preoccupava.

-Sono stufo di questa situazione, Rosalie. Lo so che ti avevo detto che non m’importava, ma m’importa. Non posso più vivere in questo modo, spero che tu lo capisca. Ho scelto il giorno peggiore per farlo, ma avevo scelto una data e quindi la rispetterò. Ho preso tutte le mie cose, stanotte andrò via…-

-Ecco, io…-

-Non mi interrompere.- Mi disse perentorio. -Non fa niente se non vorrai seguirmi, prenditi pure tutto il tempo che vuoi. Quando mi sarò stabilito in un posto fisso ti farò sapere dove e, se vorrai, mi raggiungerai. Ma ora ho bisogno di andare via, con o senza di te.-

-Senza di me? Vuoi andare via… Senza di me?-

-Preferirei con te, ma non mi hai lasciato altra scelta. Mi hai detto di voler partire con me, di voler iniziare una nuova vita insieme, ma sei sempre rimasta ancorata a questa villa.-

-Ma io…-

-Basta scuse, Rosalie. Non dirmi che è per tuo figlio, non ci credo. Non più. La verità è che non vuoi lasciare questo posto, stai troppo comoda qui.-

-No, Emmett, non…- Ma che diavolo andava dicendo? Davvero pensava questo di me? Ero basita, non riuscivo a credere a quello che mi diceva.

-Non cosa? Tu dici di amarmi Rosalie, ma quanto mi ami davvero? Non hai trovato un giorno per venire via con me. Io ti avrei resa felice, ovunque saremmo andati, ma tu hai preferito stare qui. Sei solo un’egoista, Rosalie, solo un’egoista! Pensi solo a te stessa e a cosa ti fa più comodo. Anzi, credo che tu non abbia mai davvero voluto scappare con me.-

Voelvo urlare, ma dalla mia gola non usciva un suono. Ero poggiata sulla porta, completamente inerme. Credevo che lui mi avesse capita davvero e invece mi stava ferendo più di quanto nessun altro avesse mai fatto. Le mie gambe vacillarono, rischiai di cadere a terra.

-Se non hai niente da dire, fammi passare.-

-No…- Non volevo che andasse via, nonostante tutto. Non poteva davvero credere che fossi così, probabilmente erano parole dettate dalla rabbia.

-Fammi passare.-

-No, Emmett, ti prego, non te ne andare… Io ti amo e…-

-Tu mi ami?- Mi gridò contro battendo le mani sulla porta, circondandomi.

-Sì, io…- Le lacrime minacciavano di uscire da un momento all’altro.

-Bhè, io non so se ti amo. Credevo di sì, ma non ne sono più così sicuro.-

Tracollo. Lui non mi amava? La mia gola si chiuse del tutto, quasi non riuscivo a respirare e i miei occhi fissavano un punto non ben definito all’altezza del petto di Emmett.

-E ora lasciami passare.- Si allontanò un po’ e io abbandonai la mia postazione. Aprì la porta e se ne andò, portandosi dietro i suoi bagagli. Mi poggiai di nuovo alla porta, mi serviva un sostegno per non precipitare. Scivolai sul legno bianco, ritrovandomi seduta con le ginocchia sul petto, a reggere la testa. Alzai lo sguardo e vidi la gonna bagnata. Non mi ero accorta di aver cominciato a piangere.



Da qualche parte, trovai la forza di alzarmi e tornare in camera mia. Stavo seduta sulla poltrona e tenevo tra le mani un orsacchiotto di pezza, il preferito di Anthony. Marjorie entrò nella stanza e sussultò vedendomi in quella posizione.

-Signora, non ha dormito nel suo letto?- Mi chiese, notando il giaciglio intatto.

-Non ho dormito affatto, Marjorie.-

-Oh… Posso… Posso fare qualcosa per lei?- Feci di no con la testa. -Ho fatto lavare e stirare il suo abito nero.-

-Grazie, poggialo sul letto e vai via, per favore.-

-Sì, signora.-

Mi sembrava di vedere tutto dall’esterno, il mio corpo si muoveva, si lavava, si vestiva, si toglieva orecchini e collana di perle, sfilava la fede e la poggiava sul comodino, guardava le valigie. E io guardavo tutto dall’alto cercando di prendere una decisione. Mi risvegliai dal mio torpore quando una donna vestita a lutto entrò nella camera.

-Rosalie, cara…-

-Giorgia…-

Osservò le valigie a terra. -E così è vero. Vuoi andare via.-

-Sì, ormai ho deciso.-

-Capisco. Ti chiedo solo di dirlo personalemte a mio figlio. Royce arriverà oggi pomeriggio, alla fine lo abbiamo trovato.- Anuii silenziosamente. Lo avrei affrontato per l’ultima volta. -Hai organizzato tutto nel migliore dei modi, io stessa non avrei saputo fare di meglio. Andrai via con qualcuno.-

-No.- Le risposi fissandola negli occhi. La mia storia clandestina era più di un pettegolezzo. -Andrò via da sola.-

-Bene. E ora seguimi, per favore.-

Il funerale si svolse senza problemi. Vedere la piccola bara bianca infilata nella cripta di famiglia fu straziante. Per tutto il tempo, non feci altro che piangere. Sarei mai riuscita a far cessare le mie lacrime?



Aspettai Royce seduta sulla solita poltrona.

-Rose, piccola.- Irruppe nella stanza. -Sono mortificato, avrei dovuto esserci. Perché hai fatto tutto così in fretta?-

-Avrei dovuto lasciare che mio figlio mi marcisse davanti agli occhi? Piuttosto, tu dov’eri?-

-Io… Oh, ma che importa, ora sono qui!-

-E invece importa, Royce. Ma che razza di persona sei? Non ti sei presentato neanche al funerale di tuo figlio.-

-Lo so, ma avremo tempo per parlarne. Ora, so che è un momento difficile, ma… Rose, prima o poi dovremmo provare ad avere un altro figlio.- Era accucciato vicino a me, io mi alzai per affrontarlo faccia a faccia.

-No, Royce, noi non avremo altri figli. Stavo aspettando il tuo ritorno per dirti che andrò via da qui, oggi.-

-Cosa? Tu non puoi andare via, sei mia moglie!-

-Invece andrò via e tu non potrai farci niente.-

-È per quello stalliere, vero? È per assecondare la tua tresca che vuoi andare via!-

-Tresca? Io non ho nessuna tresca, io lo amo!- Gli gridai in faccia.

-Amore. Tu non provi amore per nessuno se non per me.- Mi schiaffeggiò forte e, approfittando del suo momento di rabbia, gli assestai una ginocchiata tra le gambe. Si contorse dal dolore e io corsi verso il mio comodino, dove tenevo nascosta una pistola, su suggerimento di mia suocera, Giorgia. Gliela puntai contro furente.

-Non ti avvicinare a me!-

-Cosa credi di fare, eh? Te ne andrai, e poi? Cosa farai? Tu non vali niente senza di me, Rose, tu non sei niente!-

La mia sicurezza vacillò a quelle parole, quelle che mi ero ripetuta per anni e che avevo messo in discussione da poco. Abbassai lo sguardo quel tanto che bastò alla bestia per reagire e qualcosa di duro si schiantò sul mio polso teso, che sentii rompersi con un crack e far cadere l’arma. La violenza tornò più forte che mai. Sentii la mia gonna lacerarsi e qualcosa di forte buttarmi sul letto e aprirmi le gambe.

-Lasciami! Lasciami stare!-

Una sua mano mi bloccò i polsi e urlai di dolore, quando strinse su quello rotto. Con l’altra mano lo sentii aprirsi i pantaloni e cercare la mia intimità con la sua, mi dimenai più che potei per non farlo entrare, non sapevo se ci sarei riuscita, ma gli avrei reso le cose difficili. Un altro schiaffo mi colpì in volto, poi sentii il fiato venirmi meno e la gola bloccata da dita violente.

-Stai ferma, stupida puttana!-

Era finita, lo sentivo.
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17) IL DOTTORE E IL FOLLETTO

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Ven Lug 31, 2009 7:24 pm

Me ne stavo seduto a pensare agli avvenimenti degli ultimi giorni. Quello che avevo detto a Rosalie era quanto di più lontano pensassi di lei, ma avevo bisogno di stare da solo e dal suo sguardo avevo capito che non mi avrebbe lasciato andare se non l’avessi ferita.

Bhè, io non so se ti amo. Credevo di sì, ma non ne sono più così sicuro.

Che enorme bugia. L’amavo con tutto me stesso, l’amavo immensamente. Proprio per questo avevo bisogno di sapere se lei provava lo stesso per me. Ma avevo sbagliato tutto, ogni mia singola mossa, quella sera, era stata sbagliata.

Avevo preso in affitto una stanza in una locanda di Rochester, prima di andare dovevo ancora sbrigare un paio di faccende. Quella mattina, di nascosto, ero andato al cimitero per assistere al funerale di Anthony. Quella che avevo visto, seduta in prima fila, non era la mia Rosalie, non poteva essere lei. La donna, fasciata da un elegante e sobrio abito nero, era magra e spigolosa, col volto scavato, gli occhi spenti e vuoti, coperti appena dalla retina di un cappellino. Teneva le mani incrociate in grembo e singhiozzava sommessamente. Della donna tonda e morbida, dallo sguardo vivo e ardente, era rimasto poco. Come avevo potuto essere così cieco? Come avevo potuto non vedere il dolore che la stava divorando? Avrei voluto correre da lei per abbracciarla forte e chiederle perdono per non averla capita. Anzi, invece di capirla, le davo contro e non approvavo le sue scelte.

Quanto stai soffrendo, piccola mia?



Ero tornato nella bettola pensando al da farsi, ero combattuto. Non sapevo se tornare e implorare perdono, o se andare via e aspettare che fosse lei a cercarmi. Andai a cena malvolentieri, ma sentivo il bisogno di mettere qualcosa sotto i denti. Ero seduto da solo ad un tavolo e afferravo qua e là stralci di conversazioni.

-Povera donna, era distrutta.-

-Una donna non dovrebbe mai seppellire il proprio figlio.- Due cameriere parlavano di Rosalie.

-Sì, hai ragione.-

-E poi hai visto, era sola.-

-Già, chissà dov’era suo marito.-

Un’altra cameriera, più attempata si intromise. -Quello stava chissà dove a divertirsi con altre donne, ve lo dico io! Ma adesso torna.-

-Torna?-

-Sì, è passato dal paese oggi, sicuramente sta tornando a casa.-

Non le ascoltai più. Quel bastardo stava tornando a casa. Cosa avrebbe fatto a Rosalie? L’avrebbe violentata di nuovo, l’avrebbe ferita e picchiata, l’avrebbe presa e avrebbe goduto dell’illusione di farla sua. Ma lei non sarebbe stata sua, lei era solo mia.

Restai indeciso sul da farsi ancora per un po’, poi andai di corsa verso la mia macchina, l’accesi e premetti violento sull’acceleratore per arrivare il prima possibile a villa King. Avevo vissuto in quel posto abbastanza da conoscerne ogni corridoio, così potei salire indisturbato fino alla camera di Rosalie. La porta era semi-aperta e sentivo delle voci provenire dall’interno. Entrai silenzioso e vidi l’uomo che cercava di farsi spazio tra le gambe della mia donna.

-Stai ferma, stupida puttana!- Le urlò.

Come osava rivolgersi a lei in quel modo? Lo presi con le mani per la giacca e lo strattonai forte, facendolo girare e ritrovandomelo davanti. Un’espressione ebete gli si stampò sul viso e sentii le mie mani prudere dalla voglia di prenderlo a cazzotti. Mi voltai a guardare la mia piccola, che era seduta e con una mano si teneva la gola mentre mi guardava con gli occhi spalancati e respirava a fatica.

Il bastardo si avventò su di me, ma io fui più veloce e con un cazzotto lo colpii allo stomaco, facendolo contorcere di dolore. Non gli diedi tempo di respirare e lo colpii sul volto con un gancio destro. Era da un po’ che non facevo a botte, ma non avevo perso l’allenamento. Lui cercò di nuovo di aggredirmi, con uno sguardo furente, ma ancora una volta lo precedetti e colpì il vuoto. Con le due mani strette a pugni lo colpii secco sulla nuca, facendolo accasciare a terra e colpendolo con un calcio.

Sarei stato lì a picchiarlo per ore, ma in quel momento avevo di meglio da fare. L’essere era sdraiato per terra, incosciente e io mi mossi verso il letto. Ma più mi avvicinavo, più lei si allontanava. Si alzò dal materasso e andò veloce verso l’armadio per indossare un paio di pantaloni. La vedevo impacciata, c’era qualcosa che non andava col suo polso destro.

-Cosa sei venuto a fare?- Mi chiese velenosa.

-Io… Bhè, scusa se ho creduto che avessi bisogno di aiuto.-

-Se vuoi aiutarmi, portami via di qui.-

Raccolse una valigia da terra e io presi il beauty che lei non poteva prendere. Lo stronzo aveva esagerato, stavolta. La accompagnai verso la mia macchina e partii in fretta.



Eravamo in viaggio da un po’ quando mi girai a guardarla e vidi che tremava e piangeva silenziosamente. Accostai la macchina e la fermai.

-Piccola, come ti senti?- Azzardai una carezza sulla spalla, ma lei mi respinse alzando il braccio.

-Stai zitto e guida, portami il più lontano possibile da quella casa.-

-Rosalie, io…-

-Tu cosa?- Si girò verso di me, il suo viso magro rigato dalle lacrime. -Non mi ami, non mi vuoi? Perfetto, allora portami dove ti pare e fammi scendere dalla macchina, poi non mi vedrai più. Anzi, lasciami qui, qui è perfetto. Fai quello che ti pare, ma se non mi ami lasciami in pace, lasciami stare!- Urlava disperata. Mi stava urlando contro quello che avevo voluto farle credere, meritavo la sua rabbia e il suo rancore. -Pensi che sia un’egoista? Se essere egoista vuol dire volere il meglio per mio figlio morente, allora sì, sono la persona più egoista del mondo! Pensa, sono così egoista che ieri sera, quando sono venuta da te, volevo dirti che dopo il funerale sarei venuta via con te, che ti avrei seguito anche in capo al mondo, avevo già le valigie pronte.- Indicò le borse che giacevano sui sedili posteriori. Non avevo capito niente. -Sono così egoista che sto lasciando il mio bambino da solo, in una cripta fredda e buia, lui che ha sempre avuto paura del buio, ora se ne sta chiuso in una bara e io non posso farci niente e invece di stargli vicino me ne sto andando dalla casa in cui è nato e cresciuto, sto abbandonando i ricordi che ho del mio bambino, di mio figlio!-

Era un fiume in piena, continuava a gridare, a piangere e io mi sentivo morire. Avevo pensato solo a me stesso e non avevo compreso il suo dolore. La chiamai per nome, sperando di calmarla. Le presi il volto tra le mani. -Rosalie…-

La baciai alla disperata ricerca del suo sapore, che mi era mancato come l’aria. La sua bocca era salata, ma nessun bacio avrebbe potuto essere più dolce. Posò la testa nell’incavo della mia spalla e continuò a piangere, singhiozzando convulsamente. -È il mio bambino, il mio bambino.- Continuava a ripetere. La strinsi al petto, cercando di consolarla.

-Scusa, scusa, scusa piccola mia, scusa. Perdonami ti prego. Io ti amo, non posso stare senza te. Scusa, non ho capito il tuo dolore, scusami piccola.- Non potevo fare altro che chiederle perdono.

Lentamente il suo pianto si calmò e tornò a guardarmi. -Tu mi ami?-

-Ti amo.-

-Davvero?-

-Certo che ti amo.- Si accoccolò sul mio torace. –Dovremmo andare via da qui, non siamo molto lontani da villa King ed è solo pomeriggio.-

-Sì, hai ragione…-

-Cos’hai fatto al polso?-

-Non lo so, Royce mi ha dato un calcio, credo… Non lo so, non me ne sono accorta…-

-Allora dobbiamo andare in ospedale, come prima cosa.-

-No! No, se andiamo all’ospedale di Rochester mi troveranno, sarà il primo posto dove verranno a cercarmi.-

-E allora…?-

-So io dove andare. Il medico che ha seguito Anthony, lui… Ha anche uno studio privato, so dov’è, andiamo là.-



Arrivammo in una villa isolata poco lontana da New York, non era grande come quella dei King, ma a me sembrava comunque enorme. Il cancello era aperto e percorsi il vialetto di ghiaia fino all’ingresso, dove spensi l’automobile e aiutai Rosalie a scendere. All’entrata, lei parlò con un maggiordomo che ci condusse fino allo studio del dottore.

Entrammo in una stanza spaziosa, ai due lati enormi librerie colme di tomi arrivavano fino al soffitto, mentre alla nostra destra, vicino alla porta, stava un tavolo pieno di attrezzi medici di vario genere e di fronte a noi una scrivania: una sedia per il medico, due per i pazienti.

-Il dottore arriva subito, accomodatevi pure.-

Andammo a sederci sulle due sedie in legno e pelle. La mia piccola continuava a tenersi il polso dolorante. Mi avvicinai a lei per accarezzarle i capelli, lei si strusciò dolcemente sulla mia mano sorridendo. Sembrava che il peggio fosse passato. La porta si aprì con uno scatto e un uomo alto e dall’aspetto atletico, con i capelli rossicci, entrò nella stanza. Sembrò interdetto nel vederci.

-Rosalie…-

-Edward…-

-Cosa succede? Come mai sei qui? Sarei voluto venire stamattina, ma ho passato la giornata in ospedale.-

-Non ti preoccupare, lo capisco.- Si davano tranquillamente del tu, questo medico aveva fatto molto per Rosalie ed Anthony, non c’era dubbio. -Io… Credo di essermi rotta un polso e… Non sapevo dove andare.-

-L’ospedale di Rochester è più vicino di casa mia.-

-Lo so, ma non potevo andare lì.- Lo guardò, chiedendogli silenziosamente di non fare altre domande e lui assentì alla sua richiesta.

-Fammi vedere.- Gli porse il braccio destro e lui lo tastò piano in diversi punti. Nonostante questo qualche lamento sommesso non riuscì a trattenerlo. -Sembra slogato. Te lo steccherò, ma appena potrai, dovrai andare in ospedale e fare delle radiografie.-

-Va bene, grazie.-

Il medico andò a prendere delle cose sul tavolo all’entrata e tornò da noi. Guardò la mano sana di Rosalie stretta alla mia perplesso e poi parlò.

-Mi scusi per non essermi presentato, io sono Edward Masen.- Mi porse la mano.

-Piacere di conoscerla, dottore. Emmett McCarty.- La sua stretta era forte quanto la mia.

Scrutò Rosalie cercando di capire cosa ci legasse. -Sei scappata di casa, Rosalie?-

La mia donna trasalì. -Edward, ti prego, non…-

-Non dirò a nessuno che sei stata qui. Segreto professionale.-

-Grazie.-

La fasciò silenziosamente, stando attento a non causarle dolore. Quando ebbe finito, parlò di nuovo.

-Se non vi dispiace, vorrei ospitarvi qui stanotte. È tardi per mettersi in viaggio e sarete stanchi.-

-Edward, non so se sia il caso.-

-Non vorremmo disturbare…- Mi sentivo impacciato, non sapevo cosa dire.

-Non preoccupatevi, questa casa è grande, c’è sempre posto per qualche ospite. Vi pongo una sola condizione.-

-Cioè?-

-Odio il “lei”, vorrei che ci dessimo tutti del “tu”.-

Scoppiammo a ridere tutti insieme. -Molto volentieri.- Risposi allegro, quell’uomo mi ispirava simpatia.

-John?- Chiamò Edward.

-Sì, dottore.-

-Può farmi chiamare la signora, per favore?-

-Certo.- Veloce come era apparso, il maggiordomo scomparve.

-Non sapevo che fossi sposato, Edward.- Disse Rosalie guardando la mano sinistra del dottore, priva di anelli.

-Non lo sono, infatti. Questa non è casa mia, ma della donna con cui vivo.-

-Vivi con una donna, ma non siete sposati?-

-Non c’è nessun legame tra noi, se non una profonda amicizia. Lei è sola e lo sono anch’io, ci facciamo compagnia.-

Una donna imponente entrò nella stanza. -Dottore, ecco la signora Whitlock.-

Una donna piccola ed esile, dai corti capelli neri, entrò nello studio leggera ed elegante.

-Alice, cara. Ti presento Emmett e Rosalie, hanno bisogno di un posto dove stare per stanotte.-

La donna sorrise guardandoci. -Allora vi faccio preparare una stanza e faccio aggiungere due posti per la cena. Sarete affamati.-

-La ringrazio, signora.- La guardò Rosalie.

-La prego mi dia del “tu”.-

-Solo se lo farai anche tu con me.-

-Perfetto.- Sorrise di nuovo. -Lasciamo i maschietti da soli e andiamo a cercare una stanza per voi due. Sento che diventeremo ottime amiche.-

Che donna curiosa, non conosceva Rosalie neanche da un minuto e si comportava come se si conoscessero da anni. E il dottore dava la stessa impressione. Avremmo passato una serata piacevole, ne ero certo.
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18)ALICE

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Ven Lug 31, 2009 7:25 pm

Credevo che la mia vita sarebbe finita lì, in quel letto, dove l’incubo era cominciato anni prima. E invece il mio angelo era venuto a salvarmi, mi aveva liberata dalla morsa del mostro che mi aveva tenuta prigioniera in una gabbia. Dopo quello che mi aveva detto, e dal modo in cui me l’aveva detto, non credevo che sarebbe più tornato o che io sarei andata a cercarlo. Avevo subito troppe umiliazioni nella mia vita e non avrei mai trovato il coraggio di presentarmi davanti a lui di nuovo, anche fossero passati anni. Invece Emmett era venuto a portarmi in salvo, ma non ne capivo il motivo. Col mio comportamento lo avevo spinto a dubitare dei suoi sentimenti nei miei confronti, me lo aveva detto chiaro e tondo ed io ero troppo sconvolta per capire che stava mentendo, a sé stesso più che a me, ma gli avevo creduto. Avevo sentito di aver perso tutto, non mi era rimasto niente. Mentre Royce era sopra di me e mi stringeva una mano sul collo, avevo pensato alla mia vita, a quello che avevo concluso in trent’anni e arrivai alla triste conclusione: il nulla. Non avevo ottenuto assolutamente nulla. Certo, vivevo in una grande casa, venivo servita e riverita, avevo abiti e gioielli in quantità, ma non ero felice. Mio figlio era morto e mio marito era un mostro, non era questa la vita che avevo immaginato quando avevo diciott’anni e avevo sposato Royce. Sognavo di un uomo che mi avrebbe amata e coccolata, che mi avrebbe adorata sopra ogni cosa e i miei sogni si erano infranti in migliaia di pezzettini minuscoli che non sarei mai riuscita a ricomporre. Emmett era riuscito a rimettere qualche pezzo al posto giusto, ma era andato via, io l’avevo fatto andare via. E ora stavo morendo. Era quello che meritavo.

Poi la morsa era sparita e avevo ripreso a respirare, ci avevo messo un po’ a capire cosa mi stesse succedendo. Quando lo vidi, quando vidi il mio dolcissimo amore che si avventava sulla bestia, non capii perché lo stesse facendo; si stava mettendo nei guai per colpa mia, la famiglia King non avrebbe lasciato correre su quell’aggressione, anche se lo stava facendo per salvare me. Salire sulla sua macchina mi sembrò la cosa più giusta da fare, ma se lui non mi voleva non l’avrei obbligato a tenermi con sé, nonostante lo volessi con tutta me stessa. Però non era come avevo pensato, lui mi amava, mi voleva, me lo stava dicendo tenendomi stretta tra le sue braccia e chiedendomi scusa per non avermi capito, mentre quella che doveva chiedere scusa ero io, per averlo costretto a vivere in un modo che non era il suo modo.



Ora, una donna piccolina, con i capelli corti e un’eleganza innata mi stava portando verso la stanza dove io ed Emmett avremmo trascorso la notte. Mi emozionai a quel pensiero: la situazione non era delle più felici, ma io e il mio amore avremmo passato la nostra prima notte insieme in un letto. Ci saremmo addormentati insieme e così ci saremmo svegliati, il mattino dopo, senza l’urgenza di scappare dal nostro rifugio, senza la paura di essere scoperti. Mi ritrovai a fare pensieri stupidi come “Non ho la biancheria adatta per un’occasione simile” o “Mi vorrà, conciata così?”

Risi di me stessa e della mia assurda superficialità, che spuntava fuori ogni tanto, facendomi tornare un’adolescente vanitosa e piena di sé.

-A cosa stai pensando?- Mi chiese il folletto che camminava di fronte a me, sorridendo.

-A niente. Niente di serio.- Le sorrisi di rimando.

Scegliemmo una stanza accogliente e ben arredata, come il resto della villa, dove la padrona di casa fece portare i nostri pochi bagagli. Mi lasciò sola, dandomi il tempo di rinfrescarmi e cambiarmi per la cena, assistita da Emmett che non sembrava volermi lasciare neanche per un secondo. Con il polso fasciato, la sua presenza era utile, ma mi faceva sentire tremendamente in difetto, col risultato che un paio di volte gli urlai di non essere una bambina di cinque anni e di non aver bisogno dell’aiuto della mamma per vestirmi. Reagì ai miei sfoghi ridendo e baciandomi dolcemente, facendo sparire la mia irritazione.

La cena era ottima, come la compagnia. Edward e Alice si comportavano come fratello e sorella e lo stesso facevano con noi, sembrava che fossimo fatti per passare del tempo assieme. La donna, che doveva avere sui quarant’anni, come il medico, mi ricordava qualcuno che avevo già visto, ma non ricordavo dove. Dopo cena lasciammo di nuovo gli uomini da soli, mentre lei mi portò verso quello che aveva definito “il suo spazio personale”, cioè uno studio elegantemente arredato con divani e poltroncine di legno, foderati con preziosa seta verde, poggiati su un tappeto dal raffinato motivo orientaleggiante. Una libreria poggiata su una parete, di cui una parte riempita di dischi, troneggiava su un grammofono all’apparenza antico, che aveva vicino un più moderno giradischi. Il resto delle pareti, decorato con gli stessi motivi del tappeto, era adornato da quadri raffiguranti ballerine in diverse pose, dal suo ritratto e dal ritratto di un uomo biondo dall’aspetto fiero e militare.

-Quello è un Degas originale?- Chiesi, indicandone uno.

-Sì. Bellissimo, vero?-

-Stupendo.- Ci pensai ancora un po’, prima di tornare a parlare. -Ti ringrazio, Alice.-

-E di cosa? Non c’è nulla di cui tu debba ringraziarmi.-

-Invece sì. Non potrò mai ringraziarti abbastanza per l’ospitalità che ci stai offrendo. E per la cena...-

-La cena?-

-Ho notato che nessuna delle portate era difficile da mangiare con una sola mano.- Non avevo fatto fatica a mangiare solo con la mano sinistra, senza dover chiedere aiuto per dover tagliare la carne o costringere qualcuno ad imboccarmi, che sarebbe stato troppo imbarazzante.

-Ah, figurati. Per così poco.-

Mi sorrise di nuovo e finalmente realizzai dove l’avevo già vista. -Tu sei Alice Brandon? La ballerina?-

Rise piano e mi fece un piccolo inchino con la testa, portando la mano destra parallela al petto. -C’è ancora qualcuno che si ricorda di me.-

-Come potrei non ricordarmene? Ti ho vista danzare tante di quelle volte, a New York. Mi stupisco di non averti riconosciuta prima.-

-Devo prenderlo come un complimento?-

-Assolutamente sì, eri meravigliosa. Ho assistito anche al tuo spettacolo di addio alla danza, è stato così struggente ed emozionante.-

-Ho di fronte a me una vera appassionata di balletto.- Mi sorrise ancora.

-Oh sì, amo il balletto. Sembra tutto così magico al balletto. Purtroppo mio marito non mi ci portava spesso e quando lo faceva aveva fretta di andare via. Non sai quante volte sarei voluta andare nei camerini per conoscerti, ma non ho mai potuto.-

-Tuo marito? Non stai parlando di Emmett, vero?-

Un mattone si andò a schiantare sul mio petto. Sì, mio marito, ero così abituata a parlarne che mi era venuto spontaneo farlo ancora. -No, non parlo di Emmett.- L’anulare della mano sinistra, disadorno, sembrò prendere fuoco.

-Non sentirti in colpa se ami un uomo che non è tuo marito.- Non mi aspettavo una reazione del genere, chiunque sarebbe stato pronto a giudicarmi in malo modo a quell’affermazione. -Dal modo in cui vi ho visti nello studio di Edward, ho dedotto che tra voi dev’esserci qualcosa di molto forte, ma nessuno di voi due porta la fede, quindi le cose sono più complicate di quello che sembrano.-

Rimasi affascinata da quelle deduzioni, la persona che avevo di fronte nascondeva molto più di quello che dava a vedere. -E lo hai capito solo guardandoci?-

-L’ho capito osservando i vostri sguardi, persi l’uno negli occhi dell’altra.-

Restammo in silenzio per un po’, finché non sentimmo bussare alla porta e la donna imponente che aveva accompagnato Alice nello studio medico fece capolino.

-Signora, volevo chiederle per quanto tempo si intratterranno gli ospiti.-

-Tutto il tempo che vorranno.- La cameriera roteò gli occhi, probabilmente abituata a quell’atteggiamento da persona che viveva sulle nuvole.

-Molto bene.- Sembrava seriamente scocciata. -Signora Whitlock. Signora...- Lasciò in sospeso la frase guardandomi e aspettandosi il cognome di mio marito.

-Hale.- Mi guardò scioccata. Probabilmente si era già adoperata per conoscere il nome dell’uomo che mi aveva accompagnata.

-Signora... Hale.- Lo disse con un certo disprezzo e se ne andò, lasciandoci di nuovo sole. Alice scoppiò a ridere di cuore.

-Sicuramente si aspettava di sentire un altro cognome. Sai, è una donna all’antica. Non sta bene che un uomo e una donna non sposati dormano insieme. È un po’ burbera, ma sa fare il suo lavoro.-

Risi anch’io pensando alla reazione di mia madre di fronte ad una situazione del genere. La mia mamma. Chissà quando l’avrei vista di nuovo. Nonostante tutto, sapevo che mi sarebbe mancata.

-Il tuo cognome invece? Whitlock? Ricordo di averlo letto nel libretto della tua ultima esibizione, ma prima era sempre Brandon.-

-Ho cominciato ad usare il cognome di mio marito, quando è morto.-

Pensai all’ironia di quelle parole. Io avevo deciso di non usare più il cognome di mio marito, nel momento in cui avevo cominciato a considerarlo morto e sepolto. -Eri molto legata a lui?-

-Oh, sì. Molto più di quanto si possa immaginare. Hanno detto così tante cose su di me quando ci siamo sposati. Forse eri troppo piccola per ricordare lo scandalo del nostro matrimonio. Io avevo vent'anni e lui... Molti di più. Comunque non se ne parlò per molto, i pettegolezzi appassiscono presto.-

Cercai di fare mente locale, ma effettivamente non ricordavo niente che riguardasse il matrimonio della mia ballerina preferita. Ricordavo solo l’annuncio della sua ultima esibizione.

-Quando lui è morto, ho capito che danzare su un palco non avrebbe più avuto senso. Si era innamorato di me vedendomi danzare e da quel giorno, quando mi esibivo, lo facevo solo per lui, perché adorava vedermi volteggiare avvolta da candidi tutù di tulle.- Il sorriso che aveva sul volto era il più dolce e triste che avessi mai visto. -Mi adorava sopra ogni cosa e per me era lo stesso nei suoi confronti. Il nostro amore è stato sempre osteggiato e mal visto da tutti, perché non capivano il sentimento che ci legava. Vedi, Rosalie...- Mi fissò intensamente, scrutando la mia anima attraverso i miei occhi. -Chi non ha mai provato amore, non capisce l’amore, non lo riconosce, neanche se glielo sbatti davanti agli occhi. Quello che tutti vedevano era una ragazza che aveva sposato un uomo vecchio, ricco e solo, che presto sarebbe morto, lasciandole in eredità una fortuna. Quello che si sapeva di lui era che non aveva parenti. Non si era mai sposato e aveva intrapreso una sfolgorante carriera militare, arrivando sin da giovanissimo a coprire cariche importanti; il che gli aveva permesso di mettere da parte una considerevole fortuna. Secondo le persone che ci conoscevano, io miravo a quella fortuna, ma non hanno mai capito quanto si sbagliassero.-

Un fremito la scosse, colpa dei ricordi che riaffioravano alla sua mente. -Alice, non devi...- Mi bloccò con un movimento delicato della mano, usando l’altra per asciugare una lacrima che rischiava di uscire.

-La verità è che nessuno ha mai capito niente. Questa casa, tutte le altre che mi ha lasciato, l’immensa fortuna stipata nel caveau di una banca... Queste cose sono niente, rispetto alla tesoro più grande che mi ha lasciato.-

Interruppe il suo racconto e mi trovai a volerne sapere di più. -Cioè?- Sorrise ancora, indicando con un dito la porta alle sue spalle, che si aprì. Entrò un ragazzo alto e muscoloso, dalla folta chioma biondo cenere, che somigliava in modo pazzesco all’uomo del ritratto, ma più giovane.

-Rosalie, lui è mio figlio, Junior.-

Il ragazzo rise sbuffando. -Jasper Whitlock Junior, piacere di conoscerla. Mia madre mi tratta ancora come un bambino.- Mi disse presentandosi col suo nome intero. -Buonasera, mamma.- Posò un leggero bacio sulla guancia di Alice, che sfiorò il suo volto con una carezza.

-Tesoro, lei è Rosalie, sarà nostra ospite per un po’, insieme...-

-All’uomo che parlava con lo zio Edward di macchine e motori.- Concluse lui. -Vado a mangiare qualcosa e poi a dormire, è stata una giornata stancante. Buonanotte mamma. Signora.- Veloce come era entrato se ne andò, lasciandomi affascinata.

-È un ragazzo meraviglioso. Studia filosofia alla New York University. Passa tanto di quel tempo sui libri che mi stupisco del fatto che riesca anche ad avere una vita sociale piuttosto movimentata.- I suoi occhi si rabbuiarono improvvisamente. -Se non lo chiamo col suo nome, è perché pronunciarlo mi fa stare male. Ho sempre pensato che io e... Jasper... Fossimo un’anima sola divisa in due corpi. Abbiamo avuto la fortuna di incontrarci, ma non quella di poter essere felici insieme per sempre. Sapevo che presto non ci sarebbe stato più e lo sapeva anche lui. Mi ostino a pensare che se mio figlio è nato, è stato perché Jazz non voleva lasciarmi sola. So sempre quando Junior è vicino, lo sento, sento lo spirito di mio marito che gli è accanto. Ti sembrerò pazza nel dire certe cose e molti mi hanno ritenuta tale, ma è l’unico modo che ho per rimanere attaccata alla mia vita. Avrei così tanta voglia di raggiungerlo, ovunque lui si trovi, ma poi penso al grande regalo che mi ha fatto, a come sono cambiata grazie a lui e capisco che il mio posto è qui, con mio figlio.-

La osservai attentamente, sembrava devastata dal dolore tanto quanto me, se non di più. -Non credo che tu sia pazza. Quello che credo è che... Chi non ha mai provato dolore, non capisce il dolore.- Rise alle mie parole, avevo citato una sua frase, modificandola un po’. -Chi soffre, ha sempre bisogno di qualcosa a cui attaccarsi per convincersi che ci sia un motivo valido per andare avanti.-

Ci guardammo ancora, condividendo molte più cose di quanto due sconosciute potessero fare. Poi il suo viso si fece di nuovo sereno.

-Ti va di ascoltare la mia storia, Rosalie?-
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19)DANZARE

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Ven Lug 31, 2009 7:27 pm

Non ero mai stata come tutte le altre ragazze della mia età, così prese a progettare un matrimonio con un uomo bello e ricco. A me, tutte quelle cose, non erano mai interessate. Quello che io volevo, era danzare. Avevo cominciato con la danza quasi per gioco, perché mia madre voleva che facessi qualcosa che mi rendesse femminile, quando avevo dieci anni e volevo portare abiti da maschio e capelli corti. In pochi anni avevo scoperto che quella era la mia vocazione, non solo mi piaceva, ma mi riusciva anche facile imparare e migliorare. A quindici anni la mia maestra mi aveva presa come sua assistente per dare lezioni ai bambini più piccoli e aiutarla con le coreografie. Quello era il mio mondo, mi sentivo a mio agio solo in sala prove e sul palco. Bastava che indossassi un paio di scarpe da punta, un body nero e calze rosa e mi sentivo realizzata.

Questo lato della questione, mia madre non l’aveva considerato. Lei aveva ben altro in mente, per me. Voleva che studiassi, che frequentassi il college e che trovassi un buon lavoro. Cose che le donne non sognavano per le proprie figlie in quegli anni, ma quelli erano i suoi sogni infranti e voleva che fossimo io e mia sorella a realizzarli. Per mia sorella poteva andare bene, ma io non ci stavo; non avrei mai permesso a nessuno di decidere cosa fare della mia vita, l’avrei gestita io fino in fondo. Alla scuola di danza andavo a lavorare quasi tutti i giorni, come assistente, guadagnando quei pochi soldi che mi servivano per comprare le scarpette e la stoffa per i body, risparmiavo un po’ cucendomeli da sola. Quello che avanzava lo mettevo da parte, per qualsiasi evenienza.

Mio padre, invece, voleva solo che io fossi felice e non gli importava che cosa avrei deciso di fare, il suo desiderio più grande era che io e Cynthia ci sentissimo realizzate. Ma quello che voleva lui non contava niente. La sua personalità era troppo debole per contare qualcosa contro la forza della mamma.



Oltretutto, quella donna voleva tenermi sotto controllo; non voleva che, per seguire i miei sogni, mi allontanassi troppo da casa. Sin da quando ero piccola mi ero sempre dimostrata diversa da qualunque altra persona lei avesse conosciuto. Mia madre diceva che ero “particolarmente intuitiva”, ma ciò non toglieva il fatto che spesso e volentieri i miei sogni si avverassero. Che si trattasse della fuga del cane del vicino o della morte di un lontano parente, io lo sapevo in anticipo. Ero spaventata da quelle visioni che mi colpivano di notte, quando ero incosciente e avevo bisogno di confidarli a qualcuno, perché mi sembrava che le cose brutte accadessero per colpa mia. Mia madre mi diceva: -Quando vedi queste cose sta zitta.-

Ovviamente, una figlia “strana” era l’ultima cosa che voleva e tutti, in casa, dovevano fare quello che voleva lei. Mi aveva fatta visitare da diversi medici, che volevano curarmi con medicine innovative e sorprendenti. Io non capivo il termine “curare”, non mi sentivo malata, io stavo benissimo. Avevo tredici anni e mi avevano detto che qualcosa non andava nella mia testa, così dovevo prendere una pillola rotonda una volta al giorno e un’altra, lunga e affusolata, due volte al giorno. Una volta a settimana mi portavano in un ospedale dalle pareti bianche e le porte blindate, con un piccolo spiraglio all’altezza degli occhi delle infermiere, e lì mi sottoponevano a tremende sedute di elettroshock, da cui uscivo più provata che mai. Quelle compresse e quelle sedute mi toglievano le energie, mi annientavano, mi estraniavano dalla mia vita, non riuscivo più a sentire il mio corpo e questa, per una ballerina, era la cosa peggiore che potesse esserci. Nonostante tutto, non mancavo una lezione di danza. La mia famiglia voleva mantenere una parvenza di normalità nella mia vita, per non permettere alla gente di scoprire cosa mi stava accadendo. Inoltre, non avrei permesso a niente e nessuno di allontanarmi dal parquet chiaro che mi faceva sentire in pace con il mondo. Implorai mia madre di farmi smettere quelle assurde e inutili cure, ma non c’era verso di convincerla. La mia salvezza inaspettata fu l’arrivo di nonna Alice, madre di mio padre, di cui ora porto orgogliosa il nome. Arrivò in una nevosa giornata di Aprile. Una cosa piuttosto strana. Dalle mie parti non nevicava quasi mai, figuriamoci ad Aprile. Ma io lo sapevo, che avrebbe nevicato, lo avevo visto il giorno prima, mentre facevo la doccia. Perché a volte capitava che vedessi le cose anche durante il giorno. Come da manuale, mia madre non mi credette, mentre mio padre diceva: -Se pensare che domani nevicherà la rende felice, per me va bene.-

La nonna era venuta a pranzo da noi, come faceva una domenica al mese. Lei non sapeva niente della mia situazione, nessuno gliene aveva parlato.

-Ecco le mie nipotine. Avete giocato con la neve stamattina?-

-Sì, nonnina.- Rispose entusiasta mia sorella. -Ma tanto Alice lo aveva detto che nevicava.-

Mia nonna mi aveva guardata interrogativa. -Lo aveva detto?-

-Sì, Alice vede le cose prima che succedono.-

-E da quanto tempo lo fa?-

Intervenne mia madre ad interrompere quella conversazione scomoda. Pranzammo in silenzio e, sempre con la bocca chiusa, aiutai mia madre a sparecchiare e tornai nella mia stanza a fare i compiti.

-Mary Alice, posso parlarti?- Solo una persona mi chiamava in quel modo.

-Sì, nonna.- Mi girai verso la porta e la vidi entrare nella mia cameretta e sedersi sul letto.

-Come procede lo studio?-

-Bene, grazie.-

-Parli così poco, piccola mia. Cosa succede?-

-Niente, sono solo stanca.-

-E perché? Sono solo le tre e tu hai quattordici anni, dovresti essere piena di energie.-

La donna di fronte a me voleva andare molto a fondo e capire cosa mi stava accadendo, ma sapevo cosa risponderle, l’avevo visto quella notte. -Cosa vuoi sapere, nonna?-

-Tu riesci a vedere le cose prima che accadano?-

-A volte, ma con le medicine che prendo è difficile. Succede solo se riesco a far credere alla mamma di averle prese, mentre in realtà non l’ho fatto.-

-Medicine?-

-Sì, la mamma e i medici dicono che sono malata. Che ho qualcosa nella testa…- Mi si riempirono gli occhi di lacrime.

Il suo sguardo divenne furente. -Tu non sei malata, bambina, tu hai un dono!- Tornò di sotto, quasi correndo.



Non so cosa disse la nonna ai miei genitori, ma da quel giorno non dovetti più prendere pillole di nessun tipo né subire l’elettroshock e fui libera di riappropriarmi di me stessa. Mi dedicai alla danza con tutta la passione di cui ero capace, impegnandomi molto più di quanto non avessi mai fatto e di quanto fosse necessario. Ben presto mi lasciai alle spalle quell’anno disastroso, grazie all’aiuto della mia cara nonna, che mi dava consigli su come usare il mio “dono” per aiutare altre persone.

Quando avevo sedici anni, però, il mio equilibrio crollò di nuovo. -Non voglio più studiare, voglio fare la ballerina.-

-No, Alice.-

-Ma, mamma…-

-Ho detto no, Alice. E non intendo discuterne oltre.-

-Papà…- Mi girai verso di lui, ma la sua testa era quasi immersa nel piatto di pasta che stava mangiando. Tornai in camera mia, programmando la fuga. Non volevo trovarmi incatenata in una vita vuota, volevo danzare nei più importanti teatri del mondo, non potevo farmi fermare da una casalinga repressa e insoddisfatta, non potevo.

Ogni sera, mia madre provava a propinarmi una pillola omeopatica, ma io non ero stupida come lei credeva. Quelle pasticchette rotonde le avrei riconosciute ovunque. Le nascondevo sotto la lingua e facevo finta di mandare giù con un sorso d’acqua; quando poi lei usciva dalla mia stanza, le sputavo e le mettevo in una scatolina, le avrei buttate via tutte insieme. Una notte, quando fui sicura che tutti stessero dormendo, scesi dal letto e mi vestii in fretta, recuperai il mio bagaglio e uscii dalla finestra, calandomi dalla grondaia. Nello zaino che avevo preparato c’erano dei vestiti, i soldi guadagnati alla scuola di danza e un paio di punte logore, con cui avrei potuto fare ben poco, ma erano le uniche che avevo. Da quando avevo deciso di scappare di casa, non avevo più speso un centesimo e le mie scarpette ne avevano risentito, ma ero disposta a soffrire un po’ per raggiungere il mio scopo.

Raggiunsi New York in treno, sperando che nessuno mi raggiungesse. I primi mesi nella grande città non furono facili, ma riuscivo a cavarmela. Purtroppo nessuna compagnia di danza era disposta a darmi lavoro: per alcuni ero troppo bassa, per altri troppo giovane, per altri ancora poco dotata o troppo inesperta. Dovevo migliorare la mia tecnica, ma per farlo avevo bisogno di prendere lezioni e quelle costavano molto più che a casa mia. Mi esercitavo più possibile nella stanza che avevo affittato, ma i miei piedi, dal collo già molto arcuato, chiedevano disperatamente un paio di punte nuove, le più dure possibili. Mi decisi a comprarle, più che altro per evitare di farmi male e non poter più ballare, quella sarebbe stata la fine; se non avessi più potuto danzare, cosa ne sarebbe stato di me?

Passai un anno rimediando qualche lavoretto ogni tanto, anche se nessuno era relativo al mondo della danza. Ancora poche settimane e l’affitto dell’appartamento sarebbe scaduto e io non avrei saputo dove andare a vivere. Avevo un disperato bisogno di soldi ed ero ancora convinta che avrei fatto qualsiasi cosa per realizzare il mio sogno. Purtroppo quello che mi ritrovai a fare andava ben oltre quello che mi aspettavo. Quando ebbi quella visione, cercai in tutti i modi di non farla avverare, ma sfortunatamente non ci riuscii.



Avevo quasi finito il riscaldamento per lo spettacolo di quella sera, con la compagnia di cui facevo parte avevamo allestito una versione classica de “Lo Schiaccianoci”. Era uno dei miei balletti preferiti e non potevo chiedere un esordio migliore come prima ballerina che interpretarne la protagonista, Clara.

La spaccata in seconda era l’ultimo esercizio del riscaldamento muscolare. Avevo le gambe aperte a 180 gradi e il busto aderente al pavimento, con le braccia che sostenevano la testa. I lunghi capelli neri, lasciati lisci e sciolti, mi coprivano la schiena andando a ricadere sul pavimento.

-Mary, mancano 10 minuti all’inizio.- La segretaria della scuola di danza dove provavamo non aveva ancora capito che non amavo essere chiamata con quel nome, il nome di mia madre.

-Finito.- Disse la ragazza seduta di fronte a me, bloccando il cronometro che aveva in mano. -Su, Mary, devi prepararti.-

Mi alzai lentamente, lasciando alle gambe, attraversate da un leggero formicolio, il tempo di abituarsi alla nuova posizione, più naturale per il corpo. Mi incamminai verso il camerino dove tenevo le mie cose. Avevo dieci minuti di tempo per indossare gli abiti di Clara, terminare il trucco e sistemare i capelli in una morbida mezza coda.

-Lo imparerà, prima o poi, il mio nome?-

-In fondo, ti chiami Mary Alice, il tuo nome lo sa.-

-Ehi, Clara, sei pronta?- Il mio Principe Schiaccianoci entrò nel camerino nel momento in cui mi stavo togliendo il body nero del riscaldamento. -Ciao culetto rosa…-

-Delicato come sempre, eh?-

-Non porti niente sotto le calze?-

-Ma che domande sono! Esci per favore, mi sto cambiando!-

-Figurati. Tutti gli uomini qui dentro ti avranno vista nuda.-

-Bhè, tu non avrai mai questa fortuna.-

-Che dispiacere. Non mi serve vederti nuda, basta che mi accogli tra le tue gambe.-

-Non sono sicura che ne saresti in grado. Sei sempre stato tu ad aprire le gambe per altri uomini.-

Il ballerino di fronte a me assunse un’aria dura. -Vedi di non avere quell’aria da puttanella sul palco. Clara è una bambina.-

-E tu vedi di non avere l’aria da checca. Il Principe dovrebbe essere virile.-

Se ne andò sbattendo la porta. Finii di vestirmi in silenzio, prima che la ragazza vicino a me, che avrebbe interpretato uno dei divertissement, parlasse. -Tu sai cosa si dice di te?-

-Certo che lo so, ma non mi interessa.- Mi accesi una sigaretta, aspirando a fondo. Non avrei dovuto, prima dello spettacolo, ma quel cretino aveva il dono di innervosirmi. La guardai negli occhi e ci vidi qualcosa di me, così decisi di parlare. -Sai, quando avevo diciassette anni, vivevo qui a New York e non avevo un soldo, vivevo per strada. Un vecchio signore, ricco e annoiato, mi ha pagato le lezioni di danza, ma non l’ha fatto perché avevo un bel faccino. Al vecchio porco piaceva portarsi a letto le vergini e pagava bene. Non avrei voluto farlo, ma ero disperata. Però vedi, se io sono qui, stasera, a debuttare come prima ballerina, è perché sono maledettamente brava. Io non ho dato il culo a nessun coreografo per ottenere la parte, come ha fatto lui.-

-E allora perché dice che tu…- Il suo vis era confuso.

-Perché è cattivo. Dopo la mia fuga da casa è stato il primo uomo di cui mi sono fidata e gli ho raccontato tutto, ma lui ne ha approfittato e ha detto in giro cose orribili sul mio conto. Lui ha la faccia del ragazzo pulito, ma qui intorno lo è meno di tutti.- La fissai ancora, notai nei suoi occhi qualcosa di familiare. Forse, la stessa passione che accendeva me, quella per la danza. Ma vidi anche la paura di fallire e di non essere in grado di realizzare i propri desideri. -Non permettere mai a nessuno di metterti i piedi in testa; se vuoi danzare, danza, non fermarti mai e fregatene dei pettegolezzi. Sbalordisci tutti con le tue doti e impegnati più che puoi.-

-Ragazze, un minuto.- Di nuovo la segretaria. Spensi la sigaretta e aggiustai gli ultimi dettagli.

-Dave Thompson.- Sussultai sentendo il nome del vecchio porco, pronunciato dalla giovane ballerina vicina a me. Ci guardammo complici, sapevamo entrambe cosa significasse perdere l’innocenza per colpa di una vita ingiusta. Quel bastardo, con la mia innocenza, si era portato via anche il mio “dono”. L’ultima visione che avevo avuto, era stato il viso di un uomo, dai capelli argentati e bellissimo, poi il buio.



Lo spettacolo andò benissimo e ci trovavamo tutti negli spogliatoi per festeggiare, quando la segretaria mi si avvicinò. -Mary, un uomo chiede di te, lo faccio scendere?-

-Volentieri Monica, ma ti prego, chiamami Alice.-
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20)JASPER

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Ven Lug 31, 2009 7:28 pm

Dalle scale che portavano dagli spogliatoi al palco, vidi scendere l’uomo più bello che si potesse immaginare. Era alto e asciutto, i suoi occhi avevano un punto di verde incredibile, così brillante da togliere il fiato; le labbra sottili erano piegate in un sorriso appena accennato e i capelli argentati erano pettinati indietro. Il corpo allenato era fasciato da uno smoking nero molto elegante, con camicia bianca e cravattino perfettamente allacciato. Dal suo abbigliamento capii che doveva essere un uomo importante, uno di quelli che assisteva agli spettacoli dai palchetti e non dalla platea.

La segretaria mi indicò con un gesto delicato e l’uomo mi si avvicinò lentamente. -Mi ha fatto aspettare parecchio, signorina.-

La sua voce era anche meglio di come l’avevo immaginata in quei pochi istanti. Sentii un sorriso ebete dipingersi sul mio volto. Tornai in mente e cercai di dargli una risposta sensata. -Mi scusi, signor...-

-Whitlock. Jasper Whitlock. La sua interpretazione mi ha molto colpito, signorina. Era tempo che non vedevo una Clara così appassionata.- Mi porse un mazzo di rose e orchidee rosa. Era il primo bouquet che mi fosse mai stato regalato nella mia carriera di ballerina. A pensarci meglio, in tutta la mia vita.

-La ringrazio. Sono contenta di esserle piaciuta.- Allungai le braccia per prendere il dono dell’uomo di fronte a me, ma prima che potessi fare qualsiasi cosa, mi prese dolcemente una mano e ne baciò appena il dorso.

-Sono io a ringraziarla per il magnifico spettacolo. Spero di vederla danzare ancora.-

Mi pose il mazzo di fiori tra le braccia e, leggero come era arrivato, se ne andò, lasciandomi imbambolata in mezzo allo spogliatoio, mentre il tempo sembrava essersi fermato. Gli sguardi di tutti erano fissi su di me, chissà da quanto tempo.

-Complimenti Alice, hai fatto colpo.- Una voce lontana mi riportò alla realtà. Mi girai a guardare la ragazza con cui avevo parlato nei camerini, prima dell’inizio della prima. -Sai chi è quello?-

-Jasper Whitlock.- Non avevo mai sentito un nome più bello e musicale.

-Sì, ma sai chi è?- La guardai interrogativa. Realizzai all’improvviso: era l’uomo della mia ultima visione, senza ombra di dubbio. Ma lei non poteva riferirsi a quello, non poteva saperlo.

-No, chi è?-

-È uno degli uomini più ricchi del paese. Fu uno dei personaggi di spicco durante la Guerra di Secessione e nonostante appartenesse all’esercito sudista, riuscì a fare fortuna dopo la fine della guerra. Si dice che abbia una fortuna immensa e che sia un vero filantropo.-

-E tu queste cose come le sai? E poi... La Guerra di Secessione? Non può essere così vecchio... Al massimo avrà una sessantina d’anni, non di più.-

-Queste cose le so perché una ragazza al giorno d’oggi deve tenersi informata se vuole aspirare a qualcosa di più.- Risi di quella sua affermazione. In effetti, molte ballerine avevano uomini che le coprivano d’oro e gioielli. A fare il nostro mestiere non si guadagnava poi molto. -E comunque... Sì, la guerra di Secessione. A quanto mi risulta ha quasi ottant’anni.-

-Otta...? No, non può essere.-

-Invece sì.- Detto questo si allontanò e decisi che era ora di vestirmi e tornare a casa, nell’appartamento che ero riuscita a comprare dopo diversi sacrifici. Mentre camminavo, lentamente, pensavo allo strano incontro di quella sera. Jasper Whitlock, l’uomo della mia visione. L’uomo che sognai quella notte, che mi portava via su un cavallo bianco e mi riempiva d’amore, sensoriale e fisico. Non era da me immaginare un principe azzurro, non dopo la vita che avevo vissuto, ma se mai fosse esistita una figura del genere, avrebbe avuto le sue fattezze. Mi svegliali serena, come non accadeva da tempo, e da quella mattina le giornate cominciarono a volare.



Replicammo “Lo Schiaccianoci” per tutta la settimana e dopo ogni spettacolo mi veniva recapitato un mazzo di orchidee e rose, sempre dallo stesso mittente: Jasper Whitlock. Che nel bigliettino si scusava per non avermelo recapitato di persona e mi diceva che avrebbe rimediato. I miei compagni di camerino cominciarono a spettegolare su me e il vecchio generale in pensione, ma come tutte le voci che giravano su di me, non me ne importava niente. Quell’uomo dai modi gentili e dalla voce calda mi affascinava, mi faceva immaginare cose su cui non avevo mai fantasticato. Sarebbe stato bellissimo essere la sua donna, ma le differenze tra noi erano abissali. Nonostante lui avesse un aspetto così giovanile, rispetto alla sua età, rimaneva un ottantenne e io, di anni, ne avevo appena venti. Era cresciuto in un’epoca e in una società diverse dalle mie: un’epoca in cui gli uomini erano ancora galanti e una società in cui i valori cavallereschi contavano ancora qualcosa. Mi sembrava così diverso da tutti gli uomini che avevo conosciuto fino a quel momento. Pur avendolo visto una sola volta, ogni volta che pensavo a Jasper il mio cuore sussultava sperando di incontrarlo di nuovo. Quando mi esibivo, sapevo che lui mi stava osservando e cercavo di trasmettere coi miei movimenti lo strano sentimento che mi attanagliava l’anima. Com’era possibile provare qualcosa di così forte verso una persona praticamente sconosciuta?

La mattina dell’ultimo giorno di replica, mi fu recapitato a casa un grande pacco, accompagnato da un biglietto: “Gradirei avervi come mia ospite a cena, questa sera. Se sarete così gentile da accettare il mio invito, vi aspetterò all’uscita del teatro. JW”

Aprii il pacco. Un abito bianco, di seta, mi guardava chiedendo di essere indossato. Lo tirai fuori dalla scatola e mi diressi verso lo specchio. Solo la parte superiore, a bustier, era bianca. Scendendo l’abito diventava rosa poco a poco; la gonna era morbida, non troppo stretta e leggermente più lunga dietro. Non avevo mai visto niente di più bello e la taglia era perfetta, così come la lunghezza, calcolata perfettamente anche in base all’altezza del tacco delle scarpe bianche. Gioielli e guanti bianchi completavano il tutto. Una mise così elegante prevedeva un’uscita di lusso, indubbiamente.

Quella sera ci chiamarono alla ribalta per ben tre volte. Il nostro “Schiaccianoci” aveva avuto un successo strepitoso. Sfruttai la doccia del teatro e mi preparai con calma per l’uscita col signor Whitlock, mi sembrò di impiegare un’eternità per prepararmi, ma il risultato finale era soddisfacente; d’improvviso mi sentii inadeguata alla situazione, non avevo mai partecipato ad una cena raffinata o ad un gala o a qualsiasi altra cosa si facesse nel jet set newyorchese.

Non appena uscii dal teatro e il suo sguardo si posò su di me, mi calmai. Mi aspettava ai piedi di un calesse su cui sedeva un cocchiere pronto a far partire i cavalli.

-Buonasera, signorina Brando.-

-Buonasera, signor Whitlock.- Mi offrì una mano, su cui io posai incerta la mia che lui baciò di nuovo, per poi aiutarmi a salire sul veicolo.

Il viaggio ci portò verso un famoso ristorante del centro, dove non ero mai stata a causa dei prezzi esorbitanti che proponevano. Passammo la serata parlando del mio lavoro di ballerina. Come sempre, mi accalorai fin troppo in quella discussione, parlando dei vari stili di danza che stavano nascendo, dei coreografi migliori, dei ballerini che avevano fatto la storia e che sarebbero rimasti dei miri, col risultato che per tutta la cena fui l’unica a parlare.

-Devo averla stancata, a furia di parlare della danza.-

-Si figuri. È sempre un piacere ascoltare una ragazza così appassionata per quello che fa.-

Avvampai e abbassai il volto imbarazzata. -La prego, non faccia così.- Rise piano e mi portò le lunghe dita affusolate sul mento, alzandolo. -Avevo intenzione di portarla ad una festa danzante, ma ho paura che si annoierebbe troppo con questo povero vecchio a farle compagnia. Perché non mi porta lei dove le piace divertirsi?-

-Con piacere, ma ad una condizione.- Gli sorrisi maliziosa.

-Qualsiasi cosa per lei.-

-Possiamo darci del tu.- Mi sorrise di rimando annuendo con la testa.

Tornammo verso il teatro e trascinai Jasper nel dedalo di corridoi bui che ormai conoscevo a memoria. Lo lasciai ad aspettarmi sul palcoscenico, mentre andavo ad accendere le luci.

-Cosa significa questo?-

-Sono una ballerina, Jasper. Questo è il mio mondo, è qui che mi diverto di più.- Mi tolsi le scarpe e alzai la gonna bloccandola nella cintura di diamanti che mi cingeva la vita, liberando le gambe. Raggiunsi la quinta più lontana dal proscenio e cominciai una diagonale: chassè, passo, saut de chat, saut de chat, fino a raggiungere la quinta opposta, dall’altro lato del palco, poi preparazione e entrelacé, un altro entrelacé e port de bras. Durante questa seconda diagonale, l’uomo con me aveva raggiunto la quinta che era stata l’arrivo della prima. Mi preparai guardandolo fisso negli occhi e partii con i giri: quattro piqué en dehors e poi debuolé, debuolé, debuolé fino ad arrivare a lui e mettermi in posa davanti al suo corpo, con le braccia in quarta arabesque.

Il suo applauso risuonò per tutto il teatro. -Meravigliosa.-

Chinai il capo di fronte a quel complimento e mi avvicinai a lui, diventando improvvisamente audace. Mi alzai in punta di piedi e posai le mie labbra sulle sue che per un attimo sembrarono assecondarmi, ma che poi si bloccarono. Le sue mani furono sulle mie spalle e mi allontanarono delicatamente.

-Sei solo una bambina Alice, non è questo quello che vuoi.-

-Non sono più una bambina da un pezzo, ormai. E so perfettamente quello che voglio e come ottenerlo.- Lo guardai sfidandolo. Non m’importava se Jasper aveva sessanta'anni più di me, non m’importava quello che avrebbero detto gli altri, non m’importava di cosa ne sarebbe stato di me una volta che lui non ci sarebbe stato più. Lo volevo mio e l’avrei avuto, per tutta la vita che ancora gli rimaneva. Lo baciai ancora, intrecciando le mani dietro la sua nuca, e stavolta non mi respinse, anzi mi abbracciò forte, stringendo la mia vita con un braccio e portando una mano sul mio collo.

Qualunque cosa ne avrebbero detto gli altri, quello non era il bacio di un vecchio, quelle non erano le carezze di un vecchio. Quello che mi stringeva a sé, non era il corpo di un vecchio, non lo era affatto. Mi persi nel suo abbraccio e ci unimmo lì, sul palcoscenico, quella notte, per non separarci mai.



Il giorno dopo, trovai una rosa rossa poggiata sulla poltrona che occupavo sempre nella scuola di danza dove provavamo ogni giorno. La presi gustandone fino in fondo il profumo.

-Uh, Alice ha un ammiratore… Chi è?-

-Ma come, non lo sai? Ieri Alice è andata a cena con Jasper Whitlock.-

-Ah, il vecchio dei fiori.-

Sorridevo come una bambina alla sua prima cotta e annusando la mia rosa. Che dicessero pure quello che volevano, non poteva interessarmene di meno. Avevo iniziato il riscaldamento e loro stavano provando in malo modo a non farsi ascoltare da me.

-Oddio, Alice è partita, neanche ci ascolta…-

-Bastano un paio di moine per renderla felice…- Cominciarono a ridere alle mie spalle.

-Sì, ma voglio vedere cosa succederà quando sarà ora di concludere.- Risero più forte.

-Secondo me a quello neanche gli si rizza.- Andarono via con le lacrime agli occhi, mentre io infilavo le punte. Risi della loro ingenuità, non andavano oltre quello che gli occhi mostravano, ma io avevo visto di più. Oltretutto, non avevano idea di quanto si stavano sbagliando su quell’ultima affermazione.



Camminavo a piedi nudi attraverso il giardino. Il mio Jasper era seduto con le gambe a mollo nella piscina vuota. Mi sedetti vicino a lui.

-Come stai, tesoro?-

Inspirò forte, prima di girarsi verso di me e parlare. -Come… Come puoi permettere che parlino di te in questo modo, mamma?-

-Piccolo mio, col tempo ho imparato a lasciarmi scivolare addosso quello che la gente dice di me. Loro non mi conoscono e parlano solo di quello che vedono.-

-Dicono che hai sposato papà per i suoi soldi, che non vedevi l’ora che morisse, per ereditare la sua fortuna, che lo hai sempre tradito, che io non sono suo figlio.-

-Jazz…- Gli accarezzai una guancia dolcemente. Il mio bambino, che somigliava tanto al suo papà. -Io lo amavo sopra ogni cosa, è l’unica persona che abbia mai amato, prima che nascesti tu. Siete voi gli uomini della mia vita, non ho mai avuto nessun altro. Tu sei il dono più grande che mi abbia fatto… E pensare che quando rimasi incinta lui era così spaventato.-

-Spaventato?-

-Non voleva che ti tenessi, aveva paura di lasciarmi sola con un bambino da crescere. Ma quando ho rischiato di perderti davvero, arrivò in ospedale quasi piangendo. Ci amava, Jazz e sarà sempre con noi. So che è difficile da accettare, ma quando ho deciso di sposarlo sapevo che sarebbe successo. Quelli che ho passato con tuo padre sono stati gli anni più felici della mia vita. Non dubitare mai del sentimento che mi legava a lui e non credere a quello che ti dicono. Le persone sono cattive, Jazz. Quando non possono prendersela con chi hanno accanto, se la prendono con coloro che non conoscono.-

Sospirò ancora. Soffriva tremendamente per la morte del padre, era così ovvio.

-Alice, Jasper!-

-Edward!- Gli andai incontro e lo abbracciai con calore. Finalmente una faccia amica.

-Scusami, ero in ospedale, non sono riuscito ad arrivare in tempo.-

-Non importa Ed, ora sei qui. Jasper ne sarebbe felice.-

-Buonasera Edward. Mamma, io vado a dormire.- Gli diedi un bacio sulla guancia e lo vidi allontanarsi.

-Lo so che è grande ormai, ma cosa posso farci. Rimarrà sempre il mio bambino…-

-Come stai, Alice?-

-Sono distrutta.- Ammisi, senza alcuna difesa.

-E ora cosa farai?-

-Organizzerò il mio addio alla danza come ballerina. Poi mi metterò a insegnare, rimarrò qui. Non posso sradicare mio figlio da casa sua.- Il viso del medico di fronte a me era sofferente. -Non sentirti in colpa, Edward. Jasper aveva quasi cento anni, era giunta la sua ora.-

-Sì, ma…- Scossi il capo per farlo tacere.

-Se n’è andato in pace. Era felice, aveva intorno le persone che lo amavano. Doveva succedere. Io l’avevo visto…-
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21)DOLORE

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Ven Lug 31, 2009 7:29 pm

Dopo cena, io e il dottor Masen, che in poco tempo era diventato Edward, come un amico di vecchia data, ce ne andammo in un salottino a bere whisky e parlare del più e del meno.

-Bella macchina, quella con cui siete arrivati.- Mi disse il dottore.

-Grazie. È una Buick Super di quest’anno. Mi è costata parecchi mesi di lavoro, ma ne è valsa la pena.-

-Appassionato di automobili?-

-Abbastanza.-

-Io sono praticamente un fanatico. Ne ho in tutto una decina. Una Cadillac, un paio di Buick, una Ford, una Wolksvagen, una Fiat e altre che non ricordo. Uso sempre la solita Chevrolet, ma mi tengo aggiornato.-

Fischiai ammirato. -Una collezione notevole, complimenti.-

-Ti porto in garage se mi fai guidare la tua Buick.-

-Volentieri. Ne rimarrai soddisfatto, ha un motore pazzesco.-

-Ed?- Un ragazzo alto e magro, dai capelli biondi, entrò nella stanza.

-Jasper, vieni pure. Ti presento Emmett, sarà nostro ospite per un po’.-

-Piacere di conoscerla.- Mi strinse la mano con forza. -Mia madre è nel suo studio?-

-Sì.-

-Grazie. Vado a salutarla e poi a mangiare. Piacere di averla conosciuta.-

-Piacere mio.- Mi strinse di nuovo la mano e uscì. -Un ragazzo di poche parole.-

-Già. Ma è un bravo ragazzo, Alice ne è orgogliosa sopra ogni cosa.-

Una fitta mi attraversò il petto quando pensai all’affetto che provava la mia donna nei confronti di suo figlio. Un affetto che non avevo compreso. Che non avrei saputo comprendere fino a che non fossi stato genitore anch’io, e chissà se sarebbe mai capitato. Immagini di Rosalie che accarezzava il suo bambino, che lo coccolava e lo baciava, mi affollavano la mente. Ero stato così stupido a non capire. L’avevo abbandonata nel momento in cui aveva più bisogno di me e l’avevo gettata in pasto ad una belva. Non mi sarei mai perdonato per questo.

-Brutta storia, eh?- La voce di Edward mi fece tornare in me.

-Cosa?- Mi guardò sorridendo. Un sorriso un po’ sghembo che non aveva niente di allegro.

-Anthony era davvero adorabile. Ho avuto poche occasione per stare con lui, ma mi aveva conquistato.- Già, perché era lui quello che aveva scoperto cos’aveva il bambino. -Mi sento così in colpa. Come medico avrei potuto fare di più. Se avessi potuto visitarlo prima…- Lasciò la frase in sospeso e i suoi occhi fissarono un punto indefinito di fronte a lui. Sembrò riflettere su qualcosa e poi tornò a parlare. -Tu che ruolo hai in tutta questa storia?-

-Ottima domanda.- Sospirai pesantemente. -In realtà non lo so neanche io, qual è il mio ruolo. So solo che amo Rosalie e farei qualsiasi cosa per lei.-

-E suo marito?-

Un moto di rabbia mi attraversò da capo a piedi. -Non… Preferisco non parlarne.- Mi tremavano le mani al pensiero di quella bestia sdraiata sul corpo della mia donna, cercando di possederla contro la sua volontà.

-È stato lui a romperle il polso, vero?- Lo fissai per qualche istante, sentivo il viso contratto e la mascella serrata. -Come immaginavo. Nei discorsi della cosiddetta alta società, la famiglia King è sempre presente e di Royce King non si è mai parlato bene. Tutti sanno che ha sempre tradito la moglie, ma le accuse peggiori, chissà perché, toccavano puntualmente a lei.-

-La Regina delle Nevi.- Risi a quel ricordo lontano. Le persone che la chiamavano così si sbagliavano di grosso.

-Proprio così.- Annuì lui. -Ho visto Rosalie per la prima volta qualche anno fa, all’ultimo spettacolo teatrale di Alice. Sentivo le voci delle persone accanto a me parlare di lei, di quanto fosse glaciale col marito e così via. Ma quello che io vedevo era solo una donna terribilmente triste.-

-È la stessa cosa che ho visto io in lei, la prima volta che ho incrociato i suoi occhi. Ma lei è così… Lei non è come tutti la descrivono. Chi non la conosce, si fa opinioni sbagliate. Io non riesco a capire come possa sopportarlo.-

-Le donne sono piene di sorprese, amico. Anche la più piccola di loro può dimostrarsi più forte di molti uomini grandi e grossi.-

-Parli di Alice?-

-Sì, lei ne ha passate tante. È una roccia, niente riuscirà mai ad abbatterla.- Mentre parlava di Alice, il suo viso era come illuminato.

-Tu ed Alice…?-

-Cosa? Oh… No, assolutamente no. Ci tengo molto a lei, questo sì. Le voglio bene come se ne vuole a una sorella. Ma non potrei mai andare oltre quest’affetto con lei.-

-Ma vivete insieme.-

-Ci facciamo compagnia. Ci piace parlare, ascoltare musica, andare a teatro.-

-E suo marito? Voglio dire, lei ha un figlio, quindi credo che…-

-È venuto a mancare qualche anno fa.-

-Capisco. E invece tu non sei mai stato sposato?-

-No, mai. Con grande dispiacere di mia madre. Io sono figlio unico e lei avrebbe voluto vedermi accasato, con una bella donna al mio fianco, nipotini da viziare… Ma non ho mai trovato la donna adatta a me. Chissà, forse deve ancora nascere una donna in grado di sconvolgermi l’esistenza.-

-Sei un romanticone, eh?-

Scoppiammo a ridere insieme. -Sì, un po’. Colpa di mia madre, probabilmente. Mi raccontava un sacco di storie di amor cortese e cavalieri e dame.- Tolse l’orologio dal taschino e gli diede un’occhiata. -Si è fatto tardi. Domani devo alzarmi presto per andare a lavorare, quindi è ora di andare a dormire.-

Quelle parole mi fecero scattare un campanello in testa. Dormire… Letto… Io e Rosalie e un’intera notte per noi. Il suo corpo caldo incatenato al mio, le sue labbra morbide sulle mie… Piantala, idiota! Ti sembra il momento di pensare a certe cose?!



Raggiungemmo le donne nello studio di Alice e ognuno si congedò, dirigendosi verso la propria stanza. La camera scelta da Rosalie era semplice e accogliente, per un paio di notti sarebbe stata lo scenario di un sogno che prendeva vita. Non sapevo cosa desiderasse per quei giorni la mia donna, ma qualunque fossero state le sue scelte, le avrei appoggiate.

Cercavo nella mia borsa qualcosa per dormire, quando Rosalie uscì dal bagno col viso struccato e ancora gonfio per via delle troppe lacrime versate. -Mi aiuti, per favore?-

Si sedette sul letto e mi avvicinai lentamente a lei. Quel pomeriggio non aveva voluto il mio aiuto, ma forse ora si sentiva stanca. E ne aveva tutto il diritto, dopo gli eventi di quella giornata. Se non fossi intervenuto in tempo, quel bastardo l’avrebbe uccisa, ne ero certo. Mi porse un braccio e le sbottonai prima un polsino, poi l’altro. Ero pronto a lasciarla finire da sola, ma mi offrì il petto per permettermi di aprirle la camicia. Ad ogni bottone il suo seno si alzava e abbassava, mostrandomi si a mano a mano in tutto il suo splendore. Le tolsi la camicia sfiorando appena la sua pelle livida, con la paura di farle male. Non resistetti all’impulso di baciarle il collo e le spalle, accarezzandola con le labbra. Mi frenai più che potei: mi sentii un mostro a provare desiderio nei suoi confronti in quel momento, lei era ferita e vulnerabile e io ero un mostro.

Si avvicinò ancora al mio corpo, unendo la sua bocca alla mia e intrecciandomi le dita nei capelli; mi trascinò con sé sul letto, accogliendomi tra le sue gambe. Puntai le braccia sul letto per non pesarle e mi scostai per guardarla negli occhi. -Rosalie…-

-Emmett, amore… Ho bisogno di te.-

-Ma… Piccola, non devi…-

-Non mi rifiutare, ti prego. Ho bisogno di te, di sentirti vicino a me. Amami, Emmett. Fai l’amore con me. Per una notte… Fammi dimenticare tutto.-

Vedevo i suoi occhi lucidi fissarmi imploranti. Accennai un sì con il capo, mi misi in ginocchio e lei mi aiutò a togliere la maglietta, carezzando il mio petto con la mano fasciata. La presi con la mia e gliela portai sopra la testa, baciando ogni centimetro libero della sua pelle. Le cinsi la vita e l’aiutai a cambiare posizione, facendola sedere sopra di me, sperando che in quel modo di non farle male. L’aiutai a spogliarsi del tutto e lo stesso fece lei con me. Uno strano silenzio ci circondava, un silenzio carico di tensione e timore. Mi sembrava così vulnerabile, piena di lividi, con una mano fasciata e gli occhi lucidi; stava cercando di fuggire da una realtà che la stava distruggendo, muovendosi lenta sopra di me e gemendo sommessamente, quasi vergognandosi di quella sua voglia di essere felice, almeno per una notte. Assecondavo i suoi movimenti senza forzarla in alcun modo, sentendola a disagio. Sentivo che qualcosa non andava e cercai con lei un contatto più profondo, in grado di farle percepire la mia presenza. Le accarezzai le cosce e lei posò le mani sulle mie, bloccandosi.

-Emmett…- La sua voce era spezzata. -Non posso. Non posso farlo.-

Si sdraiò su di me, singhiozzando appena; la strinsi più delicatamente che potei e me la feci sdraiare accanto, cullandola con dolcezza.

-Non preoccuparti, Rosalie. Sono qui per te.- Passai le mani tra i suoi capelli, cercando di consolarla. La sua testa andò a posarsi nell’incavo del mio collo e la sentii baciarmi il petto. -Piccola mia.-



Restammo in silenzio ancora un po’, aspettai che il respiro di Rosalie si calmasse per tornare a guardarla.

-Cosa faremo ora, Emmett? Dove andremo?-

-Io conosco un solo posto dove potremmo andare, ma non so se tu…-

-Dove?-

-A casa mia, nel Tennessee.-

-Tu sei del Tennessee?-

-Sì, sono un campagnolo del Tennessee…-

-Non ci sono mai stata. Ho girato il mondo, sono stata in Europa e in Africa… Ma mai nel Tennessee.-

-E quindi…-

-Per me va bene. Tanto non saprei dove altro andare.-

-Rosalie, se non vuoi possiamo trovare un’altra soluzione.-

-Tu ti preoccupi troppo. Voglio andare a casa tua, va bene.-

-Ne sei sicura?-

-Assolutamente! Non vedo l’ora di scoprire i luoghi in cui sei cresciuto e conoscere la tua famiglia.-

Sospirai al pensiero della reazione di mia madre quando mi avrebbe visto arrivare con una donna che non era mia moglie. -La mia famiglia… Vedrai, ti adoreranno!-

-Non ne sono così sicura, ma grazie per avermelo detto.- Finalmente vidi spuntare sul suo volto il sorriso che tanto amavo.

-I miei fratelli ti adoreranno sicuramente.-

-Quanti fratelli hai?-

-Ot… Sette. In realtà, sei fratelli e una sorella.-

-Otto o sette?-

-Sette, sette.- Meglio evitare quel discorso, era abbastanza triste senza che io le raccontassi le mie vicende familiari. Inoltre, parlare del mio ottavo fratello faceva ancora troppo male. Gliene avrei parlato un giorno, ma non oggi.

-Wow, sono tantissimi. Anch’io ti farò conoscere i miei fratelli, un giorno. Ma ne ho solo due.-

-Sicuramente da piccoli stavate meno stretti di noi.-

-Io ho sempre avuto la mia stanza. Sono la più grande e sono femmina. Loro due dormivano insieme.-

-Bhè, certo. Anche mia sorella dormiva da sola.-

Tracciò linee invisibili sul mio torace, con un dito. -Posso farti una domanda stupida?-

-Certo…-

-Chissà perché non te l’ho mai chiesto prima… Quanti anni hai?-

-Già, non me l’hai mai chiesto. Trentuno.-

-Da compiere o già compiuti?-

-Compiuti. A maggio.-

-Davvero? Avremmo dovuto festeggiare il tuo compleanno.-

-Nah, non lo festeggio praticamente mai. E tu invece? Quanti anni hai?-

-Non si chiede l’età a una signora, non te l’hanno insegnato?-

-Ok, allora tiro a indovinare. Quando ti ho vista pensavo che ne avessi sui venticinque, ma tuo fi…- Lei trasalì, irrigidendosi tra le mie braccia. Idiota! -Ma non poteva essere. Quindi, diciamo che mi sono fermato più o meno sui ventotto, di sicuro meno di trenta…-

-Davvero? Molto carino da parte tua… Fra qualche giorno sarà il mio compleanno, sai?-

-Potremmo festeggiarlo…-

-Non c’è molto da festeggiare…-

-Hai ragione, scusa.- Le bacia teneramente i capelli.

-E ne compirò trentuno anch’io.-

-Sei del ’15 anche tu.-

-Sì.-



Continuai a distrarla fino a che il suo respirò rallentò e i suoi occhi si chiusero, abbandonandosi ai suoi sogni.
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22)RICORDI

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Ven Lug 31, 2009 7:29 pm

Quella notte fu una delle peggiori della mia vita. La passai tra incubi terribili e ricordi strazianti. Cercavo rifugio tra le braccia di Emmett ogni volta che il volto del mio bambino mi compariva davanti agli occhi. Per dieci anni avevo vissuto solo per lui, la mia vita era stata incentrata su quella di Anthony. Mi sembrava impossibile che il mio adorato Anthony, così dolce e gentile, bambino dal viso angelico, dai boccoli dorati e dai profondi occhi azzurri, non ci fosse più.

La sua morte era stata un fulmine a ciel sereno, una di quelle cose che sai che possono accadere, ma non credi possano accadere a te. Alla fine, tutto è successo ad una velocità insostenibile: la morte di Anthony, l’addio di Emmett, il funerale, il ritorno di Royce e la sua ennesima aggressione e poi, quello che mai mi sarei aspettata, l’arrivo di Emmett, il suo salvataggio… Vederlo picchiare Royce mi diede una soddisfazione incredibile, finalmente qualcuno gli aveva dato quello che si meritava. Anche se, secondo me, meritava di molto peggio, ma non avrei mai permesso a quest’uomo meraviglioso che ora dormiva al mio fianco di abbassarsi al livello di quella bestia.

Lì per lì l’avevo rifiutato, mi sentivo tradita e umiliata dalla persona da cui meno l’avrei voluto, ma nel mio cuore sapevo che il suo amore per me non vacillava, che era forte più che mai. Ero a conoscenza del fatto che l’avevo ferito e trascurato, che non gli avevo dedicato il tempo e le attenzioni di cui era degno, ma in quel frangente non potevo fare altro che stare accanto a mio figlio e proteggerlo, come avevo sempre fatto.

Ora ci trovavamo nella casa di due semi-sconosciuti, che ci avevano accolti come fossimo loro fratelli, ci avevano dato tutto quello di cui avevamo bisogno, ma nonostante mi trovassi in un letto comodo, tra le braccia di Emmett, non riuscivo a dormire serenamente…



Royce entrò nella sala da pranzo e mi diede un piccolo bacio sulla guancia. -Buongiorno tesoro.-

-Buongiorno.- Risposi, mentre ero intenta ad imburrare un toast. Come poteva comportarsi così? Come poteva far finta di nulla e agire come se la notte prima non l’avesse picchiata selvaggiamente? Non riuscivo mai a darmi la risposta. Era sempre la solita routine: lui si faceva i suoi porci comodi, se ne andava a dormire mentre io marcivo nell’umiliazione e il mattino dopo mi salutava con un bacio sulla guancia.

-Buongiorno ometto.- Un bacio anche per Anthony.

-Buongiorno papà.- Il solito dolce sorriso di mio figlio si fece largo sul suo volto. -Già te ne vai?- Chiese notando la valigetta tra le mani del padre, che lui posò, insieme al cappotto, su una sedia.

-Sì, piccolo. Papà deve tornare a lavorare.- Rispose sedendosi a tavola e unendosi a noi per la colazione.

-Ma perché non puoi lavorare qui, come fanno gli altri papà?-

Royce mi guardò in cerca d’aiuto, ma quel toast da imburrare aveva la priorità assoluta. Diede in un finto colpo di tosse, per attirare la mia attenzione. Mi limitai a fissarlo negli occhi per qualche secondo, tornando poi a concentrarmi sulla mia colazione. Mi dispiace, caro mio, ma devi cavartela da solo!

-Perché papà è un uomo d’affari, Anthony, e gli uomini d’affari, per lavorare e guadagnare tanti soldi, hanno bisogno di viaggiare tanto.-

-E poi cosa ci fai con i soldi?-

-Con i soldi compro le cose che piacciono tanto a te e alla mamma.-

-Ma se stai qui i soldi non riesci a guadagnarli?-

-Non abbastanza per rendere felici voi, che siete la mia famiglia.-

Quanta ipocrisia nelle sue parole. Sapevo benissimo che anche rimanendo a Rochester avrebbe guadagnato abbastanza per far campare agiatamente non solo noi tre, ma anche i figli dei figli di Anthony. La verità era che con noi si sentiva in trappola, aveva bisogno di evadere per sentirsi vivo, di emozioni forti. Restammo un po’ in silenzio, impegnati tutti a mangiare.

Il mio bambino scostò la bocca dalla tazza di latte al cioccolato, sfoggiando due adorabili baffi marroni che mi fecero sorridere. -Mamma, tu non sei felice se papà resta a casa e guadagna meno soldi?-

Royce quasi si strozzò col suo caffellatte. Bravo Anthony! -Tesoro, la mamma sarebbe davvero felice se papà passasse più tempo a casa, anche se guadagnasse meno soldi.- Non era vero, ma perché infrangere i sogni di un bambino che voleva una famiglia unita e felice?

-Rose…- Sentii lo sguardo infuriato di Royce trafiggermi.

-Papà, anche io voglio che passi più tempo qui…-

-Ti prometto che la prossima volta che tornerò a casa, passerò molto più tempo con voi.-

-Veramente?- Il viso angelico di mio figlio gridava pura felicità.

-Certo tesoro.- Mio marito diede un’occhiata veloce all’orologio. -Si è fatto tardi, ora devo andare.-

-Stasera ci telefoni, papà?-

-Certo piccolo.- Gli diede un bacio sui capelli, poi venne a salutare me e mi sussurrò nell’orecchio, con astio: -Grazie mille, Rose…-

-Di niente, caro.- Gli sorrisi soddisfatta e il suo viso si indurì. Uscì dalla sala da pranzo velocemente e senza aggiungere una sola parola.



Aprii gli occhi a fatica. Era ancora buio e le palpebre erano pesanti, cercai una posizione più comoda sul petto di Emmett. Per evitare di versare ancora lacrime, strinsi una mano a pugno conficcandomi le unghie nella carne; poi un tocco delicato si posò sulle mie dita e davanti ai miei occhi incontrai quelli azzurri dell’amore, che mi diede un bacio gentile sulla fronte.



Prima di andare via mi diede un bacio sulla fronte e poi lasciò me e suo figlio da soli a finire la colazione. Quel contatto mi bruciò terribilmente e sentii i lividi sulle braccia pulsare dolorosamente.

-Mamma oggi andiamo a cavallo?-

-No, Anthony. Minaccia pioggia e non voglio farti prendere freddo.- E, soprattutto, la mamma è incazzata nera col papà che è un bastardo e non vuole rigettare la sua rabbia su di te…

-Dai mamma, per favore, voglio andare a cavallo.-

-Non fare il bambino viziato, per favore. Ho detto di no.-

-Per favore…-

-Non guardarmi con quegli occhioni dolci, non attacca.-

-Dai mamma, è tanto che non mi ci porti. Piove sempre e oggi no…-

-No, Anthony.-

-E dai, mamma…-

-Ho detto no! E per no, intendo no!- Gli urlai praticamente contro e lo vidi farsi piccolo piccolo sulla sua sedia. Mi si sciolse il cuore.

-Scusa tesoro, non volevo sgridarti. Oggi ho un po’ di mal di testa.-

-Scusa mamma, non volevo farti arrabbiare…- Quel visino contrito era di una tenerezza infinita.

-Non fa niente.- Gli feci cenno di avvicinarsi a me e lo portai a sedersi sulle mie ginocchia. -Se oggi uscirà il sole ti porterò a cavallo, va bene?-

-Va bene.-

-Però se resterà nuvoloso resteremo in casa e non voglio sentire proteste.-

-Ok.- Annuì vistosamente con la testa, in un gesto buffo che mi fece sorridere. -E giocherai insieme a me?-

-Certo.- Gli sorrisi con calore. Mio figlio era capace di farmi dimenticare ogni dolore.

-Se andiamo a cavallo, posso giocare col signor Emmett?-

-Prima dovrai chiederglielo.-

-E se lui vuole, possiamo giocare insieme?-

-Sono sicura che ne sarà felicissimo.-

-Tu ci vuoi giocare con me e il signor Emmett?- Quello era il mio sogno segreto: io, il mio amato Emmett e Anthony, a giocare insieme in una casa di campagna, circondati dai nostri altri bambini e dal cinguettio degli uccelli.

-Giocherei molto volentieri con voi.-

-Anche se hai mal di testa?- Annuii sorridendo. Era giornata di domande… -Lo sai che mi sta tanto simpatico il signor Emmett?-

-Davvero?-

-Sì, lui è sempre gentile. Mi tiene sulle spalle e non mi fa mai cadere… Papà non mi tiene mai sulle spalle…- Le parole di Anthony mi colpivano dritta in pancia, sentivo migliaia di farfalle svolazzarmi dentro. -Io gli voglio tanto bene.- Che tesoro… Col suo modo di essere, avrebbe voluto bene a chiunque. Era così dolce e sensibile. -Tu vuoi bene al signor Emmett?-

-Cosa…? Eh?- Non mi aspettavo una domanda del genere.

-Tu gli vuoi bene al signor Emmett? Lui, mi sa che ti vuole bene. Sorride sempre quando ci sei tu.-

-Sì, certo che voglio bene al signor Emmett…- Non hai idea di quanto gli voglio bene!

-E a papà? Gli vuoi bene a papà?-

-Sì. Voglio bene a papà.- Sperai che non notasse l’incedere incerto della mia voce.

-Però secondo me papà non ti vuole bene.- Sul suo musetto apparve un’espressione triste.

Che bambino perspicace. -E perché?-

-Perché lui non sorride come il signor Emmett, quando ti vede. E poi io lo sento sempre che ti urla le cose e poi non ti bacia mai sulla bocca. I genitori dei miei amici si baciano sempre sulla bocca…-

-È solo che papà è sempre molto stanco. Per questo non sorride.-

Seguì un po’ di silenzio, durante il quale preparai un’altra fetta di pane e marmellata al mio cucciolo e mi misi a bere il mio tè.

-Tu vuoi più bene a papà o al signor Emmett?- Rischiai seriamente di strozzarmi quando un sorso di tè mi andò di traverso. Ripresi aria a fatica mentre Anthony mi batteva con la mano sulla schiena.

-Basta domande.- Riuscii a dirgli. -Vai a finire di fare colazione.-

-Sì mamma.- Si alzò sorridente, apparentemente noncurante della mia risposta non data.



Sorrisi inconsciamente a quel ricordo del mio bambino, che aveva capito come stavano le cose molto prima di me. Intorno a me l’aria era più chiara, segno che l’alba si stava avvicinando.

-Che c’è?- Mi chiese Emmett con un sorriso.

-Niente, stavo pensando a…- Lasciai la frase in sospeso. Non sapevo se sarei riuscita a pronunciare il suo nome.

-Al tuo bambino?-

-Sì… Sai, una volta… Lui mi chiese se volessi più bene a te o a suo padre…-

-E tu?-

-E io… Non gli risposi. Non ne ebbi il coraggio, anzi. Quasi mi strozzai con il tè. Non potevo certo dirgli: sai piccolo, tuo padre è un bastardo e io lo odio con tutta me stessa, mentre Emmett… Lui è meraviglioso e lo amo con ogni singola fibra del mio essere.- Lo dissi perdendomi nel cielo dei suoi occhi.

-Bhè, sì. Lo avresti confuso, quanto meno.- Mi prese una mano per baciarla, ma con quel gesto mi portò davanti agli occhi il polso fasciato. E insieme a quello una serie di ricordi che non volevo far riaffiorare: la tosse convulsa di Anthony, il suo corpo freddo tra le mie braccia, una piccola bara bianca e le mie mani che non volevano lasciarla andare e poi Royce, la sua furia…

Affondai il viso nel torace del mio uomo, che mi abbracciò e cullò per farmi calmare. -Piccola, ci sono io qui, stai tranquilla…-

Lo guardai, con la vista un po’ annebbiata, ma trattenni le lacrime più che potei. Lo baciai con foga, cercando una fuga da quei ricordi strazianti. Non diedi ad Emmett il tempo di ribattere. Nudi, lo eravamo già e io avevo bisogno di spegnere la mente, di non pensare a nulla. Gli salii sopra con veemenza e mi strusciai sul suo basso ventre che ci mise poco a reagire. La passione con cui mi baciava era la stessa che provavo io, quella di cui avevo bisogno, che mi serviva per dimenticare quella notte.

Le sue mani mi accarezzavano leggere, chiedendo di più. Ero pronta a dargli tutto quello che voleva, non mi sarei tirata indietro come avevo fatto poche ore prima. Avevo avuto bisogno di tempo per ricordare, ma ora non potevo più farlo, era troppo doloroso, ora volevo dimenticare, almeno per un po’.

I suoi gemiti strozzati mi spingevano ad andare avanti, così lascia che mi afferrasse per i glutei e permettesse alle nostre intimità di avvicinarsi, toccarsi e, infine, trovarsi. Lo stavo facendo mio con un bisogno tale da accecarmi, non sentivo altro se non il suo corpo virile sotto di me, che mi aiutava con movimenti misurati a provare piacere. Feci aderire il mio busto al suo, sapevo che il contatto coi miei seni lo eccitava e avevo bisogno che si dedicasse solo a darmi piacere e che non si facesse strane idee sul fatto che era triste e depressa e bla bla bla… Tutto ciò di cui avevo bisogno era che mi prendesse con tanta passione da farmi dimenticare persino il mio nome.

Gli feci capire che volevo averlo sopra di me e, con un gesto veloce, mi ritrovai con la schiena sulle lenzuola di cotone, mentre il mio uomo mi soddisfaceva in tutto e per tutto. Lo baciai, stringendo la mano sana tra i suoi capelli, mentre un calore che conoscevo bene, da quando la nostra storia era cominciata, mi avvolgeva completamente. Gemetti e ansimai sulle sua labbra, aspettando che anche lui arrivasse a gioire di quel piacere incredibile. Un barlume di lucidità mi attraversò improvvisamente e feci appena in tempo a farlo scansare, mentre raggiungeva il culmine.



Uscii dal bagno di corsa e tornai a rifugiarmi tra le sue braccia. Gli sfiorai le labbra con un bacio, grata che non avesse pronunciato una sola parola, che non avesse spezzato quella magia, che mi permettesse di rimanere annebbiata ancora per un po’. Mi accoccolai come un gatto e mi addormentai, finalmente serena, almeno per un po’…
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