shopping con Alice

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Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Gio Mag 28, 2009 10:33 pm

Riconoscerete la parte di questo capitolo, un briciolo sopravvissuto e combinato con quello che adesso è il capitolo 20 'Inquietudine'. Questo capitolo rallentava l'andatura della parte di 'caccia' della storia, però quando lo sacrificai mi sembrò togliere molto alla personalità di Alice.

Shopping con Alice

La macchina era lucida, nera e potente; i finestrini oscurati come le limousine. Il motore faceva le fusa come un gattone mentre correvano attraverso la notte profonda.
Jasper guidava con una mano, incurante, ma la robusta auto volava con precisione perfetta.
Alice sedeva accanto a me sul sedile posteriore di pelle nera. In qualche modo, durante la lunga notte, la mia testa era finita contro il suo collo di granito, le sue braccia fredde mi avvolgevano, le sue guance premevano contro la mia testa. La parte davanti della sua maglietta era fredda, umida per le mie lacrime. Di tanto in tanto, se il mio respiro diventava irregolare, mormorava dolcemente; nella sua veloce, acuta voce, gli incoraggiamenti suonavano come un canto. Per mantenermi calma, mi concentrai sul tocco della sua pelle fredda; appariva come una connessione fisica con Edward. Entrambi mi rassicurarono – quando mi accorsi, colpita dal panico, che tutte le mie cose erano nel pick-up – che ero stato necessario lasciarle lì, qualcosa a che fare con l'odore. Mi dissero di non preoccuparmi per i vestiti o i soldi. Cercai di credergli, facendo uno sforzo per ignorare quanto fosse scomodo stare nei vestiti di Rosalie. Fu insignificante preoccuparsene.
Sulla calma strada, Jasper non portò mai l'auto sotto i centoventi km/h. Sembrava stranamente inconsapevole del limite di velocità, ma non incontrammo mai una pattuglia. Le uniche pause che avemmo nel corso del viaggio monotono furono le due fermate per fare il pieno. Mi accorsi pigramente che entrambe le volte Jasper entrò dentro per pagare in contanti.
L'alba iniziò a spuntare quando fummo da qualche parte del Nord California. Osservavo con gli occhi umidi e doloranti mentre la luce grigia striava il cielo nuvoloso. Ero esausta, ma il sonno non arrivava, la mente era troppo piena di immagini inquietanti per potermi rilassare in uno stato d'incoscienza. L'espressione affranta di Charlie – il ringhio brutale di Edward, con i denti scoperti – lo sguardo affilato del cacciatore – la fredda espressione di Laurent – lo sguardo inerte degli occhi di Edward dopo che mi aveva baciata per l'ultima volta; come ferme diapositive che balenavano davanti ai miei occhi, alternando i miei sentimenti tra il terrore e la disperazione.
Alice volle che Jasper si fermasse a Sacramento, per comprami del cibo. Ma scossi stancamente la testa, e gli ordinai con voce cupa di continuare a guidare.
Qualche ora più tardi, in un sobborgo fuori Los Angeles, Alice gli parlò di nuovo dolcemente, e lui esitò sull'autostrada al suono delle mie flebili proteste. Dalla strada era visibile un grande centro commerciale, e si diresse lì, trascinandosi in un garage, nel piano sottoterra per parcheggiare.
“Resta in macchina,” Alice ordinò a Jasper.
“Se sicura?” Suonò apprensivo.
“Non vedo nessun altro qui,” disse. Lui annuì, acconsentendo.
Alice mi prese per mano e mi spinse fuori la macchina. Mi teneva per mano, spingendomi più vicina mentre camminavamo lontano dal buio del garage. Costeggiò il bordo del garage, mantenendosi nell'ombra. Mi accorsi che la sua pelle sembrava brillare alla luce del sole che si rifletteva dal marciapiede. Il centro commerciale era affollato, passarono molti gruppi di compratori, alcuni di loro voltarono la testa per guardaci mentre ci avvicinavamo.
Camminammo sopra un ponte che collegava il livello inferiore del parcheggio con il secondo piano di negozi, sempre tenendoci lontane dalla luce diretta del sole.
Una volta dentro, sotto le luci fluorescenti del centro commerciale, Alice diede meno nell'occhio, apparendo soltanto una ragazza pallida dagli occhi svegli ma circondati da occhiaie e capelli sparati. I cerchi sotto i miei di occhi, ero sicura fossero più evidenti dei suoi. Catturavamo ancora l'attenzione di qualcuno che lanciava un'occhiata verso la nostra parte. Mi chiesi cosa pensassero di star osservando. La delicata, aggraziata Alice, con il suo sensazionale viso da angelo, vestita di un tessuto leggero e pallido che non si abbinava abbastanza al suo pallore, mentre teneva la mia mano, ovviamente guidandomi, mentre io camminavo stancamente con addosso i miei goffi ma costosi vestiti, i miei insulsi capelli annodati lungo la schiena.
Alice mi condusse infallibilmente al reparto del cibo.
“Cosa vuoi mangiare?”
L'odore degli unti fast food mi torse lo stomaco. Ma Alice non era aperta alla persuasione. Chiesi senza entusiasmo un panino con pollo.
“Posso andare al bagno?” domandai mentre ci mettevamo in fila.
“Okay,” e cambiò direzione, senza mai lasciare la mia mano.
“Posso andare da sola.” L'atmosfera comune del generico centro commerciale mi aveva fatta sentire più normale di quanto lo fossi stata prima della disastrosa partita della scorsa sera.
“Scusami, Bella, ma Edward mi leggerà nella mente quando verrà qui, e se vedesse che ti ho lasciato lontano dalla mia vista per un minuto...” s'interruppe, riluttante a contemplare le spaventose conseguenze.
Almeno aspettò fuori dal bagno affollato. Mi sciacquai bene il viso come le mani, ignorando le allarmate occhiate delle donne attorno a me. Cercai di pettinarmi i capelli con le dita, ma rinunciai subito. Alla porta Alice mi prese di nuovo per mano, e camminammo lentamente verso la fila per il cibo. Arrancavo, ma non sembrò spazientirsi.
Mi guardò mangiare, prima con lentezza e poi più veloce mentre mi ritornava l'appetito. Prosciugai così velocemente la bibita che mi aveva portato, che mi lasciò per un momento – senza mai togliermi gli occhi di dosso – per prenderne un'altra.
“E' certamente più conveniente, il cibo che mangiate,” commentò quando finii, “ma non sembra molto divertente.”
“Andare a caccia è molto più eccitante, immagino.”
“Non hai idea.” Mi fulminò con la bocca aperta per mostrare i denti luccicanti, e molte persone si voltarono nella nostra direzione.
Dopo aver buttato i nostri rifiuti. Mi condusse verso gli ampi corridoi del centro commerciale, i suoi occhi si illuminavano di tanto in tanto su qualcosa che desiderava, trascinandomi con lei ad ogni fermata. Si fermò per un momento di fronte una costosa boutique per comprare tre paia di occhiali da sole, due per donna e uno per uomo. Notai l'occhiata dell'impiegato cambiare in una nuova espressione quando gli porse una carta di credito poco nota con sopra una linea d'oro. Trovò un negozio di accessori dove prese una spazzola e un elastico.
Ma non smise di affaccendarsi finché non mi trascinò in un tipo di negozio che non avrei mai frequentato, perché persino il prezzo di un paio di calzini sarebbe stato fuori dalla mia portata.
“Sei all'incirca della seconda taglia.” Era un'affermazione, non una domanda.
Mi usò come mulo da trasporto, caricandomi di un quintale di vestiti.
Di tanto in tanto la vedevo allungarsi a prendere una taglia extra small mentre sceglieva qualcosa per lei. I vestiti che sceglieva per se stessa erano tutti di materiali leggeri, ma con maniche lunghe o lunghi fino al pavimento, disegnati per coprire quanto più pelle possibile. Un cappello nero di paglia a tesa larga affollava la montagna di vestiti.
La commessa ebbe la stessa reazione all'insolita carta di credito, diventando più disponibile, e chiamando Alice “Signorina”. Il nome che pronunciò era comunque sconosciuto. Una volta di nuovo fuori dal centro commerciale, le nostre braccia cariche di borse, del quale lei portava la parte più pesante, le chiesi a proposito.
“Come ti ha chiamato?”
“La carta di credito dice Rachel Lee. Staremo molto attenti a non lasciare nessun tipo di traccia per il segugio. Andiamo a cambiarci.”
Ci riflettei mentre mi lasciava nei camerini, spingendomi nell'anticamera degli handicappati così che avrei avuto spazio per muovermi. La sentivo rumoreggiare con le borse, poggiando infine sul pavimento un vestito di leggero cotone blu per me. Mi tolsi con grazia i vestiti di Rosalie troppo lunghi, i jeans troppo stretti, stracciai la camicia che mi aveva infastidito nei posti sbagliati, e li lanciai oltre la porta. Mi sorprese spingendomi un paio di sandali di pelle leggera sotto la porta, quando li aveva presi? Il vestito calzava perfettamente, il disegno apparentemente costoso.
Mentre lasciavo la sala d'attesa dei camerini mi accorsi che stava arruffando i vestiti di Rosalie dentro il cestino della spazzatura.
“Tieni le tue scarpe,” disse. Li misi in cima ad una delle buste.
Ci dirigemmo verso il garage. Alice gettò poche occhiate questa volta; era così coperta di buste che la sua pelle era a mala pena visibile.
Jasper stava aspettando. Scivolò fuori dalla macchina per venirci incontro, il cofano era aperto. Appena si avvicinò per prendere le mie buste, lanciò ad Alice un'occhiata sardonica.
“Sapevo che sarei dovuto venire,” mormorò.
“Sì,” acconsentì lei, “ti avrebbero adorato nel bagno delle donne.” Non rispose.
Alice frugò velocemente tra le buste prima di metterli nel cofano. Porse a Jasper un paio di occhiali, indossandone un paio. Mi porse il terzo paio, e la spazzola. E estrasse una sottile lunga camicia di un nero trasparente a maniche lunghe, indossandola sopra la sua maglietta, aperta. Infine, aggiunse il cappello di paglia. Su di lei, il travestimento improvvisato sembrava a appartenere ad una passerella di moda. Prese un'altra manciata di vestiti, e appallottolandoli, aprì la portiera posteriore e fece un cuscino sul sedile.
“Adesso hai bisogno di dormire,” ordinò con fermezza. Strisciai obbediente sul sedile, poggiando la testa, e rannicchiandomi. Ero già mezza addormentata mentre la macchina partiva.
“Non avresti dovuto comprarmi così tante cose,” mormorai.
“Non preoccuparti, Bella. Dormi.” La sua voce era rilassante.
“Grazie,” sospirai, e scivolai in un sonno agitato.
Fu il dolore per il dormire in una posizione rannicchiata a svegliarmi. Ero ancora esausta, ma improvvisamente nervosa quando ricordai dove mi trovavo. Mi alzai per vedere la Valle del Sole distendersi di fronte a me; il vasto e aperto piano di tetti piastrellati, di palme, autostrade, smog e piscine, abbracciate dalle piccole catene rocciose che chiamavamo montagne. Ero sorpresa di non sentire nessun senso di sollievo, soltanto una tormentosa nostalgia di casa per il cielo nuvoloso e le il verde del luogo che significava per me Edward. Scossi la testa, cercando di allontanare il senso di disperazione che minacciava di sopraffarmi. Jasper ed Alice stavano parlando; consapevoli, ne ero sicura, che fossi di nuovo cosciente, ma non ci badarono. Le loro voci deboli e veloci, una bassa, una alta, ondeggiavano musicalmente. Stabilii che stavano discutendo su dove pernottare.
“Bella,” Alice si rivolse verso di me con noncuranza, come fossi stata già parte della conversazione.
“Qual è la strada per l'aeroporto?”
“Resta sulla I-10,” risposi automaticamente. “Ci passeremo davanti.”
Pensai per un momento, il mio cervello ancora annebbiato dal sonno.
“Prendiamo l'aereo?” Chiesi.
“No, ma è meglio restare qui vicino, non si sa mai.” Agitò il suo cellulare e chiamò evidentemente per informazioni. Parlò più lenta del solito, chiedendo di hotel vicino all'aeroporto, approvando un consiglio, poi facendo una pausa mentre collegava. Prenotò per una settimana sotto il nome di Christian Bower, snocciolando il numero di una carta di credito senza nemmeno leggerla. La sentii ripetere le indicazioni a causa dell'operatore; ero sicuro che non ci fosse bisogno di aiutare la sua memoria.
La vista del telefono mi ricordò le mie responsabilità.
“Alice,” dissi appena finì. “Ho bisogno di chiamare mio padre.” La mia voce era seria. Mi porse il telefono.
Era tardo pomeriggio; speravo non fosse al lavoro. Ma rispose al primo squillo. Sobbalzai, immaginandomi il suo viso ansioso vicino al telefono.
“Papà?” dissi esitante.
“Bella! Dove sei, tesoro?” Un forte sollievo riempì la sua voce.
“In strada.” Non c'era bisogno di lasciargli sapere che avevo fatto tre giorni di viaggio.
“Bella, devi tornare indietro.”
“Ho bisogno di andare a casa.”
“Tesoro, parliamone. Non hai bisogno di partire solo per un ragazzo.” Potevo dire che stava molto attento.
“Papà, dammi una settimana. Ho bisogno di pensare a un po' di cose, e poi deciderò se tornare.
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2 parte

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 2и∂ тωιи♥ il Gio Mag 28, 2009 10:33 pm

Questo non ha niente a che fare con te, ok?” la mia voce tremò leggermente, “Ti voglio bene, papà. Qualsiasi cosa decida, ci vedremo presto. Lo giuro.”
“Okay, Bella.” La sua voce era rassegnata. “Chiamami quando arrivi a Phoenix.”
“Ti chiamerò da casa, papà. Ciao.”
“Ciao, Bells.” Esitò prima di riattaccare.
Almeno avevo fatto di nuovo pace con Charlie, pensai mentre porgevo il cellulare ad Alice. Mi stava osservando attentamente, forse aspettandosi un altro crollo emotivo. Ma ero solo troppo stanca.
La città familiare scorreva dietro il mio finestrino scuro. Il traffico era leggero. Prendemmo velocemente la strada per il centro e poi curvammo attorno il lato nord dello Sky Harbor International, girando a sud dentro Temple. Proprio dall'altra parte del letto secco del fiume Salt, un miglio lontano dall'aeroporto, Jasper esitò su ordine di Alice. Lo diresse facilmente attraverso le lisce strade per l'entrata dell'aeroporto Hilton.
Avevo pensato al Motel 6, però ero sicura che avrebbero tirato fuori altri soldi. Sembrava ne avessero una riserva infinita.
Ci infilammo in un parcheggio riservato ai camerieri sotto l'ombra di un lungo albero, e due di loro si mossero velocemente ai lati dell'impressionante automobile. Jasper ed Alice uscirono, sembrando molto simili a stelle del cinema con i loro occhiali scuri. Io uscii goffamente, irrigidita dalle lunga ore in auto, sentendomi a casa. Jasper aprì il cofano, e i dipendenti in modo servile caricarono le nostre buste su un carrello d'ottone. Erano allenati a non mostrare nessuno sguardo sorpreso alla nostra mancanza di bagagli veri.
La macchina era stata molto fredda con i suoi interni scuri; ora uscendo fuori a Phoenix di pomeriggio, anche all'ombra, fu come infilare la testa in un forno programmato ad arrostire. Per la prima volta quel giorno, mi sentii a casa.
Jasper si diresse di buon passo verso l'ingresso vuoto. Alice si tenne con attenzione al mio fianco, i facchini ci seguivano entusiasticamente con le nostre cose. Jasper si avvicinò al bancone con la sua inconscia aura regale.
"Una stanza," fu quello che disse alla receptionist dall'aria professionale. Lei velocemente incassò l'informazione, con una breve occhiata verso l'idolo dai capelli biondi di fronte a lei tradendo la sua calma professionalità.
Fummo velocemente condotti nella nostra ampia suite. Sapevo che le due stanze da letto c'erano solo per salvare le apparenze. I facchini caricarono efficientemente le nostre borse mentre mi sedevo stancamente sul divano e Alice danzava per esaminare le stanze. Jasper strinse le mani ai facchini prima che se ne andassero, e lo sguardo che si scambiarono sulla via della porta fu più che soddisfatto; era esaltato. Poi rimanemmo soli.
Jasper andò alla finestra, serrando entrambi gli strati di tende per sicurezza. Alice apparve e lasciò cadere un menù del servizio in camera sul mio grembo.
“Ordina qualcosa,” comandò.
“Sto bene,” risposi triste.
Mi lanciò un'occhiata cupa, e afferrò di nuovo il menù. Mormorando qualcosa a proposito di Edward, prese il telefono.
“Alice, davvero,” iniziai, ma il suo sguardo mi zittì. Poggiai la testa sul bracciolo del divano e chiusi gli occhi.
Mi svegliò un colpetto alla porta. Saltai su così velocemente che scivolai a terra dal divano e scontrai la mia fronte con il tavolino.
“Ouch,” dissi, intontita, strofinandomi la testa.
Sentii Jasper ridere, e alzai lo sguardo in tempo per osservarlo coprirsi la bocca, cercando di soffocare il resto del divertimento. Alice andò alla porta, premendo con fermezza le labbra, gli angoli della sua bocca curvi.
Arrossii e mi arrampicai indietro sul divano, tenendomi la testa tra le mani. Era il mio pranzo; l'odore della carne rossa, del formaggio, dell'aglio e delle patate vorticò allettante attorno a me. Alice portò il vassoio così abilmente come fosse stata per anni una cameriera, e lo poggiò sul tavolino alla mie ginocchia.
“Hai bisogno di proteine,” mi spiegò, sollevando il coperchio argenteo per rivelare un'enorme bistecca e una scultura decorativa di patate. “Edward non sarà felice se il tuo corpo odorasse anemico quando sarà qui.” Ero quasi sicura che stesse scherzando.
Adesso che avevo sentito l'odore del cibo ero di nuovo affamata. Mangiai velocemente, sentendo ritornare le energie mentre gli zuccheri raggiungevano il mio flusso sanguigno. Alice e Jasper mi ignorarono, guardando il notiziario e parlando così velocemente e silenziosamente che non riuscii a capire una parola.
Un secondo colpetto suonò alla porta. Saltai in piedi, evitando a mala pena un altro incidente con il vassoio mezzo vuoto sul tavolino.
“Bella, hai bisogno di calmarti,” disse Jasper, mentre Alice rispondeva alla porta. Una delle domestiche le diede una piccola borsa con il logo Hilton e si allontanò velocemente. Alice lo sollevò e me lo porse. Aprendolo vi trovai uno spazzolino da denti, un dentifricio, e tutte le cose che avevo lasciato nel retro del mio pick up. Lacrime scivolarono dai miei occhi.
“Siete così gentili con me.” Guardai verso Alice e poi verso Jasper, distrutta.
Avevo notato che Jasper di solito era il più attento a tenersi a distanza da me, così mi sorprese quando venne al mio fianco e mise le sue mani sulla mia spalla.
“Sei parte della congrega adesso,” scherzò, sorridendo caloroso. All'improvviso sentii una pesante apatia diffondersi nel mio corpo; le mie ciglia erano in qualche modo troppo pesanti da tenere sollevate.
“Molto astuto, Jasper,” sentii Alice dire in tono beffardo. Le sue fredde, esili braccia scivolarono sotto le mie ginocchia e dietro la mia schiena. Mi sollevò, ma ero già addormentata prima che mi portasse a letto.
Era davvero molto presto quando mi svegliai. Avevo dormito bene, senza sogni, ed ero molto più vigile di quanto lo ero di solito appena sveglia. Era buio, ma vi erano lampi bluastri di luce che venivano da sotto la porta. Mi allungai accanto al letto, cercando di trovare una lampada sul comodino. Una leggera luce arrivo sulla mia testa, ansimai, e Alice fu lì, inginocchiata accanto a me sul letto, la sua mano sulla lampada che era stata follemente montata sulla testata del letto.
“Scusa,” disse mentre crollavo sul cuscino con sollievo. “Jasper ha ragione,” continuò, “hai bisogno di riposarti.”
“Beh, non dirglielo,” borbottai. “Se prova a rilassarmi un'altra volta andrò in coma.”
Ridacchiò. “Lo hai notato, eh?”
“Se mi avesse colpito in testa con una padella per friggere sarebbe stato meno evidente.”
“Avevi bisogno di dormire.” Scrollò le spalle, ancora sorridendo.
“E adesso ho bisogno di una doccia!” Realizzai che avevo ancora addosso il leggero vestito blu, che era stropicciato dappertutto come aveva diritto di essere. Avevo la bocca impastata.
“Penso che ti verrà un livido in fronte,” accennò lei mentre mi dirigevo verso il bagno.
Dopo che mi fui data una ripulita, mi sentii meglio. Indossai gli abiti che Alice aveva lasciato sul letto, una maglietta verde militare che sembrava esser fatta di seta, e pantaloncini di lino color terra. Mi sentii in colpa per il fatto che le mie nuove cose fossero molto più carine dei vestiti che avevo lasciato. Fu gradevole fare finalmente qualcosa ai miei capelli; gli shampoo dell'hotel erano di buona qualità e i miei capelli brillarono di nuovo. Mi presi il tempo di asciugarli per renderli perfettamente lisci. Sentivo che oggi non avremmo fatto molto. Un'ispezione più vicina alla specchio rivelò un'ombra scura sulla mia fronte. Fantastico.
Quando infine sbucai fuori, la luce stava sbirciando attorno i contorni delle spesse tende. Alice e Jasper erano seduti sul divano, fissando pazientemente la TV muta. C'era un nuovo vassoio di cibo sul tavolo.
“Mangia,” disse Alice, puntandolo con fermezza.
Mi sedetti per terra, accanto al tavolino sul quale mi attendeva un vassoio pieno di cibo, e iniziai a mangiucchiare qualcosa, senza neppure badare a cosa fosse.
Alice si appollaiò sul bracciolo del divano e si mise a fissare a vuoto la TV, come Jasper.
Mangiavo piano, guardando lei e lanciando di tanto in tanto un'occhiata a Jasper. Erano immobili, fin troppo. Non staccavano gli occhi dallo schermo, nemmeno quando c'era la pubblicità. Spinsi via il vassoio: improvvisamente avevo la nausea. Alice si voltò verso di me.
“Cosa c'è che non va, Alice?”, le chiesi.
“Niente.” I suoi occhi erano grandi, sinceri... ma non mi fidai.
“Cosa facciamo adesso?”
“Aspettiamo la telefonata di Carlisle.”
“Avrebbe già dovuto chiamare?” Quasi centro. Lo sguardo di Alice incrociò il mio e per un istante schizzò sul telefono, sopra la borsa di pelle.
“Cosa significa...”, la voce mi tremava, faticavo a controllarla, “che non ha ancora chiamato?”
“Significa soltanto che non hanno niente da dirci.” Ma la sua voce era troppo piatta, e l'atmosfera troppo tesa.
Immediatamente Jasper affiancò Alice, avvicinandosi a me più del solito.
“Bella,” disse, con una voce dolce, fin troppo sospetta, “non c'è niente di cui preoccuparsi. Qui sei al sicuro, fidati.”
“Questo lo so.”
“E allora, perché hai paura?”, chiese perplesso. Poteva percepire le mie emozioni, ma non riusciva a coglierne l'origine.
“Hai sentito anche tu cos'ha detto Laurent.” La mia voce era un flebile sussurro, ma di certo riuscivano a sentirla. “Ha detto che James è letale. E se qualcosa non funziona, se si dividono? Se succede qualcosa a uno qualsiasi di loro, Carlisle, Emmett... Edward....” Restai senza fiato. “Se quella femmina selvaggia fa del male a Esme...” Nella mia voce risuonò una nota più stridula, isterica: “Come potrei vivere sapendo che è colpa mia? Nessuno di voi dovrebbe rischiare così tanto per me...”
“Bella, Bella, smettila.” Jasper parlava troppo in fretta, quasi non lo capivo. “Ti preoccupi delle cose sbagliate. Credimi, se ti dico che nessuno di noi rischia niente. Sei già abbastanza sotto pressione: non caricarti del peso di preoccupazioni superflue. Ascoltami,” mi rimproverò, perché avevo distolto lo sguardo, “la nostra famiglia è forte. L'unica paura che abbiamo è quella di perderti.”
“Ma perché dovreste...”.
A interrompermi fu Alice, che mi sfiorò la guancia con le dita fredde: “Edward è rimasto solo per quasi un secolo. Ora ha trovato te. Dopo tutti questi anni passati insieme a lui, certi cambiamenti non ci sfuggono, e lui è diverso, adesso. Pensi che avremmo il coraggio di guardarlo in faccia per i prossimi cent'anni, se ti perde?”
Il mio senso di colpa sbiadiva lentamente, mano a mano che sprofondavo in quegli occhi neri. Malgrado la calma mi stesse invadendo, però, sapevo di non potermi fidare delle mie sensazioni, se c'era Jasper.
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Re: shopping con Alice

Messaggio  ♥αℓι¢є ¢υℓℓєи 1ѕт тωιи♥ il Gio Mag 28, 2009 10:58 pm

mamma mia tesoro ma qunto 6 brava?
ti adorooooooooooooooooooooooooooooooo

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